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COMMENTO
06/11/2011
  •   |   Alberto Asor Rosa
    Il referendum italiano

    In questo impressionante marasma di notizie, affermazioni, smentite,menzogne e contraddizioni, e nella valanga ininterrotta di avvenimenti vecchi e nuovi che ogni giorno si accumulano sulla stampa e nei media, è difficile seguire un ordine logico, è quasi impossibile avere sempre ben presente il quadro storico-politico complessivo.
    Per me il punto di partenza di qualsiasi ragionamento resta il voto negativo della Camera dei deputati l'11 ottobre scorso sull'Art.1 del Rendiconto dello Stato presentato dal governo. Ne ho scritto sul manifesto del 23 ottobre e si può non essere d'accordo sulle conseguenze estreme che io avrei tratto sul piano della sopravvivenza del Governo da parte della Presidenza della Repubblica (e infatti non è stato d'accordo con me Gaetano Azzariti, il manifesto, 26 ottobre), ma non si può non convenire che quel voto avesse la perfetta equivalenza di un voto di sfiducia, difficilmente rimediabile sul piano costituzionale (come ha argomentato da par suo Gianni Ferrara, il manifesto, 25 ottobre).
    Apprendiamo successivamente da un fondo di Eugenio Scalfari su la Repubblica (30 ottobre) che, dopo il voto di fiducia rimediato con i soliti mezzi da Berlusconi, il 14 ottobre, per porre margine (?) allo sfascio potenziale conseguente al voto contrario sull'Art.1 del Rendiconto dello Stato, in una riunione dei capigruppo alla Camera dei deputati era stato deciso all'unanimità (ripeto: all'unanimità) di calendarizzare per l'8 novembre il ritorno alla Camera del Rendiconto, per l'eventuale approvazione, magari con un altro voto di fiducia.
    In questa apparentemente modesta notizia ci sono invece due stranezze, di diseguale rilevanza. La prima è che Eugenio Scalfari è un grande editorialista ma non certo un cronista politico quotidiano. Ebbene, la conoscenza del fatto, - che tutti i gruppi parlamentari, opposizione compresa, avevano accettato il ritorno in aula alla Camera del Rendiconto, nonostante le obiezioni costituzionali di cui sopra - ci è pervenuta da un suo editoriale: la grande stampa d'informazione non lo ha sottolineato come rilevante.
    La seconda è il fatto in sé: anche i gruppi parlamentari di opposizione hanno rinunciato, nessuno escluso, a esercitare il loro diritto di opposi alla disapplicazione dell'art.72 del Regolamento della Camera, il quale prescrive il divieto a ripresentare la stessa legge già bocciata prima che siano trascorsi sei mesi. Bastava che uno di loro lo facesse per rendere inapplicabile la misura invocata dal Governo, ed evidentemente nessuno lo ha fatto. C'è da chiedersi in che mani siano riposte le nostre speranze di cambiamento. Non sono il solo a chiedermelo: in un articolo conciso ed efficace come una staffilata (La Repubblica, 31 ottobre) Alessandro Pace spiega come «le opposizioni non si siano rese conto di essere andate al di là dei loro poteri, e di avere, con il loro beneplacito, creato un gravissimo precedente incostituzionale che si ritorcerà a loro danno, grazie alla disinvoltura costituzionale del governo in carica». Naturalmente è auspicabile che l'8 novembre la Camera dei deputati ponga fine a questa inverosimile commedia, bocciando per la seconda volta il Rendiconto, ma questo non cancellerebbe le contorsioni politico-istituzionali attraverso le quali si perverrebbe, del tutto gratuitamente, a questa ultima, definitiva (?) scelta.
    Veniamo a noi. Tutto quello che è avvenuto successivamente a quell'11 ottobre (la delineazione, farraginosa e inconcludente, di un piano per affrontare la crisi, le trattative, vergognose per noi, con i Grandi d'Europa, la messa sotto tutela della linea di politica economica nazionale, ecc. ecc.), è stato opera di un governo che, costituzionalmente, sarebbe dovuto uscire di scena già da un bel po': il che fra l'altro ne spiega la palese, vergognosa, debolezza. Su tutto questo, lasciato passare di straforo, come ho detto, quasi a nessuno importasse, è precipitata la valanga della crisi economica. Ma anche su questo qualcosa da dire (o da obiettare) c'è.
    Si sarebbe potuto pensare che Silvio Berlusconi sarebbe stato sbalzato di sella per i suoi innumerevoli e innominabili vizi privati, o per le infinite inchieste giudiziarie, o per le menzogne pronunciate in pubblico anche nella veste di Presidente del Consiglio, o per la sua alleanza con una forza separatista come la Lega o per la più volte comprovata incapacità a risollevare il paese dalla crisi non meno ideale che economica in cui lui stesso l'ha fatto cadere. No: la sua sopravvivenza come premier è tuttora legata alla sua disponibilità/capacità di garantire in Italia l'applicazione dei diktat europei. E l'alternativa al suo governo, ciò di cui attualmente si discute, è rappresentata da un governo tecnico e/o di transizione che, pescando nei fondi di barile di questo screditatissimo Parlamento, faccia quello che Berlusconi potrebbe non esser più in grado di fare. Ai vari vulnus costituzionali, di cui la nostra storia recente è, come ho cercato di argomentare, costellata, si sovrapporrebbe così il pannicello caldo di un'obbedienza più dignitosa e di conseguenza più certa e sicura al verbo merkel-sarkozyano che attualmente ci governa.
    Su quest'ultimo punto ci sarà tempo e modo di tornare. Basti dire per ora sinteticamente (ma non ironicamente) che l'Italia non conosceva uno così straripante predominio dello straniero all'interno dei suoi confini naturali (dello straniero, sì, non dell'Europa, perché l'Europa ha preso per ora, il volto dello straniero) dai tempi delle settecentesche guerre di successione (peggio, ora: almeno allora c'era il modesto bastione sabaudo-piemontese a tenere accesa una fiammella). Cambiano i modi, certo, il capitale finanziario ha sostituito gli eserciti, ma la sostanza è la stessa. Insieme con la crisi costituzionale bisogna dunque far fronte a una crisi identitaria, ancora una volta economica e culturale (e forse fra «crisi economica» e «crisi culturale» bisognerà riconoscere che ci sono più reciproci condizionamenti di quanto non appaia a prima vista).
    Sere fa, assistendo (del tutto casualmente, s'intende) a una trasmissione di Porta a Porta, ho ascoltato un nostro rappresentante, Pietro Ichino, dichiarare che ormai non era più questione di destra e di sinistra, ma di sapere e volere applicare, oppure no, le misure richiesteci dall'Europa. Lì per lì ho pensato che Ichino, come gli capita, estremizzasse. Poi sono arrivato alla conclusione che avesse ragione e che in effetti la spaccatura di fondo, indipendentemente dagli schieramenti politici e ideali (o pseudoideali) passi fra chi pensa che governare l'Italia consista nell'applicare sic et simpliciter la ricetta europea (farsi commissariare fino in fondo e bene, non poco e maldestramente come ormai sono solo capaci di fare Berlusconi e il suo governo), oppure riconquistare rapidamente tutti i margini d'iniziativa politica, economica e culturale che ci competono, nel contestuale, rinnovato rispetto del dettato costituzionale.
    Non è possibile? Non c'è altra strada che l'obbedienza cieca e assoluta? Non esiste una terza possibilità capace di mediare fra il comando brutalmente economico e le esigenza di sopravvivenza e di democrazia politico-sociale del popolo italiano? Bene, vorremmo che qualcuno responsabilmente ce lo dicesse prima di chiederci fiducia a condividere e sostenere l'ardua impresa. Per questo qualsiasi governo tecnico e/o di transizione, espresso da questo Parlamento, non va bene, è un rimedio peggiore del male, non può che peggiorare le cose. Se è vero quel che Ichino dice, e molti pensano e lavorano per realizzare, bisogna che i partiti, le forze politiche, i movimenti e i tecnici ce lo vengano a dire prima. Prima di che? Prima del voto, ovviamente. Qualsiasi sia la strada da scegliere e da battere, bisogna che gli schieramenti siano visibili prima, che i nostri programmi siano formulati prima, che i politici (i nostri futuri rappresentanti) ci dicano prima i prezzi e i vantaggi. Questo è il nostro referendum, il referendum italiano. Chi preferisce rinunciarvi, lavora perché dalla crisi veramente non si esca, perché l'Italia e gli Italiani non siano i soggetti consapevoli del cambiamento. E noi questo non possiamo più permettercelo.


I COMMENTI:
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  • Ma, di cosa ci meraviglimo,abbiamo dimenticato le grida di aiuto che lanciavamo-Europa salvaci dai mali Italiani-.Il guaio non è(secondo me)di essere commisariati dall'Europa ma è l'assenza dell'Europa politica. 07-11-2011 10:52 - danilo
  • l'unione sovietica è caduta e noi siamo caduti dentro il tranello delle destre liberiste, come se il liberismo fosse la vera cura dei mali che affliggevano l'umanità. Il liberismo non è sinonimo di libertà, il liberismo è sinonimo di egoismo e di qualunquismo, pensare solo al profitto. Alcuni nostri rappresentanti hanno rinnegato i nostri ideali come la lotta di classe. Come se le classi non esistessero più, anno rinnegato i nostri simboli, cosi facendo anno creato delusione e sconcerto nelle fasce più povere della società. Fortunatamente ancora esistono molte persone che non si vergognano di essere comuniste ma questo non significa che non dobbiamo fare autocritica, pensare che il modello comunista sovietico non democratico fosse cosa giusta è da matti , dobbiamo ricreare un nuovo modello e non fare gli stessi errori. Se un architetto progetta una casa e quella casa crolla, è un criminale se la ricostruisce con lo stesso progetto. In Russia tutto era dello stato, io lo chiamerei nel modo più appropriato capitalismo di stato.( Tutti i beni erano in mano allo stato e non in mano al popolo russo). Crollo tutto come un castello di carte. Io penso che se vogliamo ricreare un nuovo modello di comunismo, dobbiamo far diventare tutti padroni del proprio lavoro. Facciamo un esempio:Se una persona crea una fabbrica non può sfruttare il lavoro degli operai per tutta una vita, ma solo per un tempo determinato, diciamo 20 anni? Lo stesso industriale che per 20 anni avrà diretto quella azienda avrà un utile con il quale potrà vivere di rendita per tutta una vita lui e la sua famiglia.Nel caso in cui lo stesso determinerebbe il fallimento della fabbrica questa gli andrebbe tolta immediatamente. La fabbrica in tutti i casi non deve essere affidata allo stato ma a tutte le persone che ci lavorano dentro(ingegneri impiegati,operai). Lo stato essere il super visore che tutto si svolga in modo democratico, gli stipendi andrebbero trattati tra tutti i lavoratori, ormai diventati proprietari dentro la stessa fabbrica. che differenza passa da un modello russo comunista di una volta e il capitalismo di oggi? in Russia tutto era dello stato oggi tutto è dei padroni, non vedo una grande differenza, i lavoratori non sono incentivati ad assumersi le proprie responsabilità, proprio come nella Russia di Stalin e i padroni di oggi sono incentivati a sfruttare il lavoro di tanti esseri umani proprio come si faceva nella
    Russia di Stalin. Non bisogna essere più dipendenti ma tutti padroni del proprio lavoro. quando un uomo dipende da qualcuno non potrà mai essere veramente libero e non potrà mai assumersi le sue vere responsabilità,sia se sta sotto un capitalismo di stato ,sia sotto un capitalismo liberal fascista. 07-11-2011 10:31 - lucano
  • MONTI E LE REGOLE EUROPEE
    Chi è o è stato Mario Monti? Da WIKPEDIA http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Monti :
    Monti mantiene la carica di preside dell'Università Bocconi.
    È inoltre presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller[3]
    membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg[4].
    Dal 2005 è International Advisor per Goldman Sachs.
    Nel 2010 su incarico del Presidente della Commissione Europea Barroso, ha redatto un libro bianco (Rapporto sul futuro del mercato unico) contenente misure per il completamento del mercato unico europeo[5].
    Sono andato a vedere e mi si sono rizzati i peli sulla schiena. Con tutto il rispetto a volte ho la impressione che gli economisti famosi, abbiano subito il lavaggio del cervello nelle università, e poi sul lavoro e rispettino solo i poteri economici. Essi ritengano che le leggi economiche siano non modificabili come non lo sono le leggi della fisica, che la corruzione non sia affar loro, e che, se c’è da risparmiare bisogna farlo su pensioni e statali. Pochi economisti sono fuori dal coro:e mettono in dubbio la validità e sostenibilità del sistema economico attuale minato da regole regressive che favoriscono i ricchi e penalizzano i poveri, regole indifferenti alla corruzione che viene considerata una variabile indipendente. Ecco come la vorrei la manovra economica:
    La MANOVRA ECONOMICA CHE MI PIACEREBBE (in ordine di importanza)
    1) Lotta alla corruzione: Obbligo di trasparenza nelle pubbliche amministrazioni con pubblicazione in rete di ogni atto riguardante la gestione del pubblico denaro, pena la nullità dell’ atto. Il costo della corruzione è valutato tra 50 e 150 miliardi euro/anno. E’ difficile fare inciuci se si devono lasciare le tracce scritte on line ed accessibili a chiunque.
    2) Tassazione delle rendite non inferiore alla tassazione del lavoro
    3) Abolizione delle grandi opere inutili (o meglio, utili solo a chi le fa), TAV, Ponte sullo Stretto, inceneritori, nuove centrali elettriche…..
    4) Far pagare gli scudati. E’ fattibile e si otterrebbero due vantaggi: tanti soldi immediatamente e poi la distruzione della credibilità dei condoni
    5) Libera informazione:Via i partiti dalla RAI per un servizio pubblico libero
    6) Banda Larga per tutti libera, gratuita, non censurabile
    7) Abolizione delle provincie
    8) Abolizione dei privilegi fiscali a cominciare dalla Chiesa
    9) Lavoro nero: obbligo di contratto fino dal primo giorno di lavoro. Chiusura delle ditte che lo praticano
    10) Abolizione dei rimborsi elettorali (già bocciati nel referendum come finanziamento pubblico dei partiti)
    11) Adeguamento degli stipendi dei parlamentari al reddito medio degli italiani che essi rappresentano. Se noi stiamo bene meglio anche per loro.
    Toccare pensioni e statali è il modo migliore per deprimere la economia. Loro i soldi li spendono e la economia la fanno girare. 07-11-2011 09:20 - franco capalbio
  • EGr. Dr.Floyd, il lettore non e' distrato,sicome oggi piu' che mai,siamo STUFI di ben pensanti che non hanno mai portato a niente.Bene avrebbe
    fatto ASOR ROSA se ICHINO non lo avesse MENZIONATO. ICHINO,come lei scrive (intende adottare i diktat europei)INTENDE!!!il giuslavurista l'ha avuta dalla nascita questa idea. Non e' da oggi che in parco aperto si busca una sonora alzata di fischi. 07-11-2011 06:46 - Giuseppe
  • Ciò che è da considerarsi assolutamente demenziale è far “Pagare” e con pagare intendo chiedere soldi, ma anche indebolire sempre di più lo Stato sociale, a coloro che soldi non hanno e che possono offrire solo la loro forza lavoro ……..
    La politica economica Europea ed Italiana, procede in modo esattamente opposto a quello che non è sufficiente definire “corretto”, ma che si prefigura come l’unico modo razionalmente e ragionevolmente accettabile …….. 06-11-2011 21:44 - Ma la razionalità è un’opinione ?
  • Prepariamoci al peggio..stiamo passando da un regime populista-mediatico come quello berlusconiano, appoggiato da un partito localistico e razzista come la lega, ad un probabile nuovo governo tecnocratico alle dirette dipendenze dei finanzieri europei...
    Berlusconi viene ritenuto inadatto , anche perchè si appoggia alla lega, a far passare la nuova stretta sulle pensioni, i licenziamenti facili e nuove privatizzazioni. A questo peseranno i vari Bersani casini, Vendola e compagnia gia pronti a farci digerire la pillola di nuovi sacrifici..un bello schifo. 06-11-2011 21:23 - eraldo
  • Verissimo: l'Italia e'praticamente un protettorato franco-tedesco. La cosa pero' non e' nuova e bisogna dirlo chiaramente. L'Italia, dalla fine della seconda guerra mondiale e' stato un protetorato americano e lo e' tuttora, almeno come dominio militare. Caduto il pericolo comunista gli USA hanno delegato la cosa ai vicini di casa, soprattutto alla Germania, con Sarkozy che sta giocando un po' a spariglio. Non ci fu alcun govenro in Italia che non abbia dovuto chiedere il benestare dell'ambasciata USA (lo storico attacco dl panzer Kinsinger a Aldo Moro a New York contro il lsuo centrosinistra, se non sbaglio) lo dimostra. Cosi'come lo dimostra il suo assassinio prima del "suo" governo con i comunisti. Non siamo mai stati un popolo libero di decidere le nostre sorti. Questo sarebbe bene dire e spiegare. 06-11-2011 20:50 - Murmillus
  • 1. credo che le prime 4 righe di Asor Rosa presentino mirabilmente la situazione.
    2. la questione della bocciatura/approvazione del Rendiconto dello Stato sembra anche a me una questione di grandissima rilevanza

    anche costituzionale. Nel riammettere al voto questa legge-chiave, penso che le opposizioni, molto pragmaticamente, non abbiano voluto

    infirire rischiando un nuovo scontro con un Berlusconi molto indebolito ma ancora capace di scatenare una tempesta mediatica contro i

    golpisti, i comunisti, i ribaltonisti, gli attentatori ai diritti dei cittadini... Una campagna che (si ricordi la campagna elettorale 2006) avrebbe

    potuto anche fargli recuperare consensi, o comunque avrebbe potuto portare direttamente al voto anticipato (gestito da un Berlusconi

    senza più niente da perdere e quindi capace di tutto). Lasciar correre su questa, diciamo, "anomalia procedurale" ha forse permesso di

    puntare su un Berlusconi ulteriormente indebolito dal G20, e, come sembra ormai inevitabile, a una sua definitiva caduta, nel discredito e

    nel disprezzo quasi universale.
    3. quanto al "che fare?", che è la cosa più difficile sempre, ma particolarmente in una situazione come questa, che può mandare non solo

    l'Italia, ma l'Europa e il mondo a catafascio, non sono d'accordo con Asor Rosa, e confesso che il mio innato moderatismo, seppur

    moderatismo progressista, ha preso il sopravvento sui miei sogni.
    Per cui, secondo me, la PRIMA COSA da fare è "portarsi a casa" la fine politica di Berlusconi e del berlusconismo, alleandosi anche con il

    diavolo pur di farcela.
    La SECONDA è di FERMARSI UN PO' TUTTI (intendo tutti "noi dell'opposizione": PD, SEL, IDV, Terzo Polo, indignati, no global,...) A MEDITARE, lasciando almeno per un anno a un governo tecnico, o meglio "di ricostruzione nazionale", il compito di rimettere il Paese in carreggiata, ricostruendo prima di tutto un rapporto da pari a pari con gli altri paesi dell'U.E., e poi affrontando con misure "anche impopolari" (ma eventualmente temporanee, di emergenza e anche reversibili come la famosa "tassa per l'Europa" del 1997, parzialmente restituita nel 1999) l'emergenza finanziaria in atto. Ultimo compito essenziale di questo governo sarebbe rifare la legge elettorale con una legge che da un lato restituisca agli elettori la scelta degli eletti, e dall'altro favorisca la candidatura (primarie?) e l'elezione (collegi uninominali e doppio turno?) "dei migliori".
    4. Preciso meglio la questione del "fermarsi un po' tutti a MEDITARE" (che riapre di nuovo anche la questione dei "sogni"). Intendo (sembra che nessuno finora l'abbia fatto abbastanza, e in modo sufficientemente aperto e trasparente) MEDITARE SU UN POSSIBILE PROGETTO POLITICO che:
    (a) si proponga di affrontare in modo strutturale i problemi di debito pubblico, corruzione, evasione fiscale, costi della politica, problemi del

    lavoro, impoverimento di intere categorie sociali, casa,... In molti campi, ritengo che una forte spinta, incoraggiamento, facilitazione per il

    "volontariato" abbia grandi potenzialità (molti hanno tempo libero e voglia di fare ma non sanno come muoversi... salvo poi trasformarsi in

    "eroi per caso" di fronte agli eventi);
    (b) si domandi in che cosa, oggi come oggi (e ancor più domani come domani), consiste veramente la "qualità della vita" delle persone (essere e non avere, usare e non consumare, condividere e non possedere, ecc.), e faccia di questa la stella polare per ogni decisione;
    (c) ultimo ma non minore, tenga finalmente conto - almeno in prospettiva - delle moltissime variabili-chiave che già hanno determinato il nostro presente e che determineranno il nostro futuro, tra cui: estremo e crescente squilibrio nella distribuzione della ricchezza, strapotere della finanza, squilibri demografici (inclusi flussi migratori e problemi di integrazione... occorre trasformare la società multiculturale in ricchezza invece che in disordine), problemi sociali ("posti di lavoro", invecchiamento della popolazione, pensioni, ammortizzatori sociali,...), problemi ambientali, energetici, climatici, ecc. [tutti compiti da far tremare le vene e i polsi, e che si dovranno anche portare a livello delle organizzazioni internazionali, ONU per prima... visto che questi sono problemi che, se irrisolti, porteranno senza scampo a conflitti e guerre, e forse - mi spiace dirlo e ripeterlo, ma è quello che davvero temo - alla terza guerra mondiale].
    -- "Liberté égalité fraternité"
    -- "Vivi come pensi, o finirai col pensare come vivi" 06-11-2011 17:30 - Claudio Cappuccino
  • Breve nota interpretativa, basata sulla mera lettura del testo e su null'altro, a beneficio di qualche lettore distratto che suppone che Asor Rosa dia ragione ad Ichino e, pertanto, ne sposi il pensiero economico-politico. Dunque, Asor Rosa sostiene che il giuslavorista abbia ragione nel sostenere che lo spartiacque non sia, al momento, collocato tra destra e sinistra, ma tra chi intende (come Ichino) adottare alla lettera i diktat europei e chi, invece, si oppone a tali dettami. Asor Rosa dichiara di condividere l'analisi di Ichino. Su questo singolo punto, dunque, gli dà ragione. Dopodiché, egli sceglie di collocarsi nel campo opposto a quello del giuslavorista, alla ricerca di opzioni che tengano conto "dell'esigenza di sopravvivenza e di democrazia politico-sociale del popolo italiano". Quindi, Ichino ha ragione solo ed esclusivamente nel dire che la contrapposizione è tra chi vuol esser ligio al dogma neoliberista e chi non ha alcuna intenzione di esserlo. E mi pare proprio che tale considerazione sia difficilmente opinabile 06-11-2011 16:23 - Dr.Floyd
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