mercoledì 18 settembre 2013
Le primavere arabe del 2011 sono state definite l’equivalente per l’Africa del nord e il Medio Oriente di ciò che fu la caduta del muro di Berlino per l’Europa nel 1989. Se questo paragone vale almeno un po’, la nuova dinamica cambia tutte le carte in tavola non solo per questi paesi, i loro regimi in crisi e le loro società, ma anche per l’intero Occidente.
È il motivo per cui abbiamo sentito il bisogno di un colloquio in cui voci europee ed arabe (con una prevalenza di queste ultime per evitare ogni paternalismo) s’incontrassero e interagissero sui problemi irrisolti che i recenti movimenti hanno fatto emergere.
Lo scopo del convegno non è di esprimere un (assai improbabile) consenso, ma di confrontare ipotesi alternative e perfino opposte. Perciò la ventina di relatori che partecipano all’incontro è stata invitata con il criterio della più ampia rappresentatività geografica e politica.
Il convegno si tiene a Roma, è iniziato il 9 giugno e andrà avanti fino a domani sabato 11 giugno. Consiste quindi di quattro sessioni, ciascuna di mezza giornata.
Ogni sessione è stata dedicata a uno dei quattro temi seguenti:
1) Il protagonismo delle donne, straordinario (e in parte inatteso). Di solito fede religiosa (schematizzata nel “velo”) e attivismo democratico sono considerati incompatibili. Invece a Piazza Tahir si sono viste manifestare insieme per la democrazia donne col hejjab e donne senza. È forse giunto il momento di correggere la visione semplicistica delle donne arabe?
2) Islam politico o politica nell’Islam? Secondo la vulgata occidentale, la stragrande maggioranza delle popolazioni arabe sarebbe integralista se non vi fossero regimi autoritari a mantenerle laiche: la corruzione e il dispotismo di questi regimi sarebbero solo il prezzo da pagare per il loro laicismo. Oggi questo paradigma sembra in crisi. Ma si può davvero parlare di fase “post-fondamentalista” come fanno molti in Tunisia ed Egitto? O l’integralismo gioca dietro le quinte e si prepara a riconquistare l’egemonia in una nuova versione? Il “modello turco” agisce per davvero o è solo un cavallo di Troia?
3) I giovani. Chi sono queste nuove generazioni arabe? Come si percepiscono e si configurano rispetto alla comunità globale creata dalle nuove tecnologie rispetto alla disoccupazione e all’assenza di prospettive? Quanto contano nello strutturarsi dell’opposizione giovanile le nuove tecnologie comunicative come Internet, e i social networks come Facebook o i servizi di microblogging come Twitter? Quanto ha pesato nella formazione della protesta giovanile una tv come Al Jazeera?
4) Modernizzazione capitalistica. Questi moti sembrano rivendicare una cittadinanza nel mondo globalizzato. Le primavere arabe possono forse essere lette come il tentativo di adeguare la rappresentazione politica alla struttura sociale e alla nuova realtà economica? Come interpretare la rivendicazione dei diritti che sembra essere comune ai diversi movimenti?
CONVEGNO PRIMAVERE ARABE
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Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
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