mercoledì 18 settembre 2013
DAL MONDO
Il Burkina non privatizza - 12/6/2010
di Rosanna Picoco
di Rosanna Picoco
L'Assemblea nazionale del Burkina Faso ha votato contro la privatizzazione di Sonabel, la Società nazionale dell'elettricità, e di Onea, l'Ufficio nazionale per l'acqua e dei servizi igienico-sanitari. Facendo appello all'importanza vitale e strategica delle due aziende, i deputato hanno così bloccato una decisione del governo, che il 10 marzo scorso aveva inserito le due società in una lista di nove imprese burkinabè da privatizzare.
E' un grande risultato per un paese da sempre afflitto da siccità e inondazioni improvvise nel periodo delle piogge, e dove l'accesso all'acqua potabile è un obiettivo ancora distante sia nelle città, sia soprattutto nei villaggi. E attorno all'acqua incombe il rischio di conflitti sociali: qualche avvisaglia si è vista in marzo, quando migliaia di persone si sono ritrovate davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ouagadougou per denunciare la difficile situazione, costrette ogni giorno a percorrere molti chilometri per attingere acqua alle fontane pubbliche.
La legge del 2001 che favoriva la privatizzazione di molte aziende pubbliche era stata suggerita al governo burkinabè dal Fondo monetario internazionale (Fmi), che negli ultimi anni ha aumentato la pressione sui governi africani perché cedano ai privati la gestione dell'acqua, spacciandola come misura per ridurre la povertà. Ma questo sta causando nell'Africa sub sahariana un aumento dei prezzi insostenibile per la popolazione, e secondo uno studio dell'International Institute for Environment and Development di Londra sta allontanando gli stati africani dall'obiettivo di garantire l'accesso all'acqua potabile a più di metà della popolazione entro il 2015 - uno degli «Obiettivi del millennio» solennemente approvati dall'Assemblea generale dell'Onu nel 2000.
Ma l'acqua rappresenta l'ultima frontiera per investire nel settore privato e ormai molti pensano che nel prossimo futuro la ricchezza delle nazioni sarà stabilita in base all'accesso alle risorse idriche. Oggi un ristretto numero di imprese europee controlla il mercato delle risorse idriche mondiali. Tre sono le imprese francesi che controllano circa il 75% del mercato mondiale (Lyonaise des Eaux-Suez/Ondeo, Vivendi e Saur). In Burkina è Vivendi a essere coinvolta nella privatizzazione dell'Onea.
Con quel voto dell'Assemblea nazionale il Burkina Faso ha dimostrato di voler cercare la propria soluzione ai problemi che affliggono il paese, privo di sbocchi sul mare e minacciato dall'avanzata del deserto del Sahel. Forse ha anche dimostrato di non aver del tutto scordato Thomas Sankara, che nel 1983 aveva guidato la rivoluzione burkinabè: ed è stato uno dei primi politici africani a lanciare politiche per favorire l'accesso all'acqua. Sankara aveva rifiutato i prestiti della Banca mondiale e i piani di ristrutturazione del Fmi. Nel 1986 il Burkina aveva raggiunto l'obiettivo di 10 litri di acqua al giorno per abitante: obiettivo raggiunto in poco più di due anni, attraverso la ristrutturazione delle dighe per canalizzare l'acqua delle piogge e la costruzione di nuovi pozzi nei villaggi, e affidando i lavori alle imprese locali, dimezzando i tempi e i costi. Sankara è scomparso un anno dopo, l'87, vittima di un attentato. Il successore Blaise Compaorè, al potere da allora, ha per prima cosa aperto l'economia del paese alle multinazionali. Con quel voto contro la privatizzazione il parlamento burkinabé ha segnato un'inversione di tendenza.
A Cochabamba il diritto all'acqua - 21/4/2010
di Gabriela Aymara
di Gabriela Aymara
Il cambiamento del clima «è il risultato di un modello produttivo estrattivo, depredatore e inquinante, riassunto nello sfruttamento su larga scala di miniere, petrolio, carbone, gas e nella costruzione delle dighe, orientato a sostenere il consumo energetico dissipatore che include anche l'industria militare». Esordisce così la dichiarazione del «terzo Festival internazionale dell'acqua», riunito lo scorso fine settimana a Cochabamba, in Bolivia - alla vigilia della «conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento del clima e i diritti della Madre terra», che si sta svolgendo questa settimana. Un tentativo di mettere il problema del clima nella prospettiva dell'uso di risorse naturali: miniere, petrolio carbone, gas, e d'altra parte «l'agricoltura industriale che promuove le monocolture», acuiscono il cambiamento del clima «emarginando la maggior parte dei popoli dalle scelte politiche e dal frutto del proprio lavoro», prosegue la dichiarazione della conferenza sull'acqua: «queste attività si appropriano delle acque superficiali e sotterranee e distruggono gli ecosistemi generatori d'acqua; consumano acqua dolce in larga quantità, e la rimmettono nell'ambiente contaminata, compromettendo così il ciclo idrologico naturale».
Le soluzioni nella logica del mercato non funzionano, sostengono i partecipanti della conferenza di Cochabamba: agrocombustibili, riforestazione per compensare gli effetti delle emissioni di anidride carbonica nell'atmnosfera, dighe per l'energia idroelettrica, tutte cose incluse nei cosiddetti «meccanismi di sviluppo pulito», o i meccanismi di scambio delle emissioni, non risolvono il problemna climatico e ambientale, anzi «lo aggravano». «Ma soprattutto, sono mezzi di ricolonizzazione territoriale che tolgono alle comunità locali il diritto di uso e gestione dell'acqua, della biodiversità e del territorio».
Serve una vera svolta, si legge nella dichiarazione sull'acqua: «promuovere la transizione dal modello economico basato sull'economia estrattiva, a uno basato sui principi di solidarietà, giustizia, dignità, rispetto della vita, reciprocità, dignità, recuperando la visione andina dell'acqua come energia, fonte di vita, regalo della Pacha Mama, che per tanto non possa essere proprietà di nessuno». Propongono quindi di «revocare i permessi alle imprese minerarie, petrolifere, di agroindustria e allevamento intensive», troppo voraci d'acqua.
Esigono dai governi l'applicazione di «politiche di stato che preservino il patrimonio naturale, i boschi, la biodiversità, accordo con l'equilibrio dell'ecosistema», nel rispetto dei beni comuni e all'acqua come diritto umano. Chiedono «il recupero delle pratiche ancestrali nelle nuove tecnologie», «promuovere la produzione agricola biologica, le opere igienico sanitarie in armonia con la nature e una gestione adeguata dei residui».
Rivendicano « il riconoscimento e il rispetto dei diritti delle popolazioni originarie, contadine e dei piccoli produttori, perché siano loro garantita la terra, come maggiore garanzia per la preservazione dell'acqua e delle fonti che la generino. Solo così si potrà evitare le catastrofi del cambio ambientale, e prevenirle». Infine, chiedono ai governi presenti al vertice di Cochabamba, di «uscire dal Forum Mondiale dell'Acqua, che è istituzione formata e gestiva da aziende multinazionali che promuovono la privatizzazione dell'acqua». La giusticia climatica, sottolineano, non è possibile senza giustizia dell'acqua.
A Parigi si torna all' «acqua del sindaco» - 18/11/2009
di Anna Maria Merlo
In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione.
Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione.
Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.
A Stoccolma per parlare di acqua. Pubblica e per tutti - 18/8/2009
di Valerio Calzolaio
Si è aperta ieri a Stoccolma (sostenibile capitale "verde" europea 2010) con una solenne cerimonia ufficiale l'annuale World Water Week, una settimana dedicata a informazioni, riflessioni, discussioni, mostre, contatti, premi sulle risorse idriche globali. Viene organizzata dallo Stockholm International Water Institute, in collaborazione con svariate istituzioni pubbliche e private svedesi; sono presenti 2400 registrati di 173 paesi, tutte le grandi agenzie e strutture del sistema Onu, centinaia di esperti da tutto il mondo, tutte le principali organizzazioni che si occupano di acqua nelle varie regioni del mondo; terminerà il 22 dopo centinaia di seminari, sessioni plenarie, incontri ministeriali, eventi paralleli.
Il focus è stato posto quest'anno su una delle risposte alle "sfide globali": «Accessing water for the Common Good». Bene comune, all'incirca. Come spesso accade non si traggono davvero tutte le conseguenze dall'uso dei termini: si parla troppo dell'accesso della specie umana a quel bene, non si collega l'accesso a un diritto (umano), non ci comparano le definizioni. Per l'acqua non siamo ancora a una svolta nel negoziato fra i governi, fra le attuali e le future generazioni.
Ce ne sarebbe tanta di acqua sulla Terra, è un elemento abbondante e straordinario: niente la distrugge, gira sempre; sta per aria e per terra, si ghiaccia e si scioglie; si autodepura, vive ed è indispensabile a ogni vita; modella ogni forma, il vivente umano e non umano come il non vivente. Da qualche parte ve n'è sempre stata poca, aree aride dove evapora molta più di quella che precipita. E le specie si sono adattate, quasi sempre né migrando né guerreggiando. Però se la quantità di acqua del ciclo globale è costante e quella del singolo bacino è diversa per ogni bacino, allora dipende da quanti la usano e da come la trattano in quel bacino. Se i consumatori diventano troppi, se per di più la sprecano, la inquinano, la maltrattano, allora diventa scarsa anche nelle piovose metropoli (più negli slum che downtown), nelle fertili pianure (durante le frequenti siccità), addirittura sulle coste (dove il mare si scalda e si alza). Se ci si aggiungono pure i cambiamenti climatici allora la scarsità diventa cronica, crescente, globale, pericolosa per il suolo, le piante, gli animali e tutti gli umani. Anche quando è troppa fa danni, come nel caso delle alluvioni. E produce sempre più competizioni, conflitti, migrazioni.
Tutto ciò a Stoccolma c'è. Se ne parla, tanti lo affrontano, dicono la loro, espongono idee e soluzioni sensate. E la stessa Onu ha cominciato a dotarsi di una struttura adeguata. Non a caso a Stoccolma dal 14 al 16 agosto vi è stato il meeting semestrale di Un-Water, il coordinamento fra tutti quelli che occupano di risorse idriche in nome e per conto delle Nazioni Unite. Fu inventato sei anni fa, è rimasto a lungo un semplice luogo di informazione reciproca. Nel decennio scorso vi è stata una oggettiva subalternità del sistema Onu al privato-pubblico del World Water Council, a dinamiche di privatizzazione nazionali e multinazionali. Da almeno un paio d'anni Un-Water sta diventando qualcosa di più e di meglio, merito anche del coordinamento Fao.
Sarebbe ora che si aprisse una discussione pubblica sulle istituzioni dell'acqua. Con Riccardo Petrella abbiamo proposto una nuova autorità Onu, possibile che non interessi a nessuno? Se prendete l'elenco dei partecipanti, a Stoccolma ci sono oltre 70 rappresentanti tedeschi, vari ministeri, decine di università, grandi centri studi e imprese, e solo 10 italiani, nessun funzionario pubblico. Serve un'Autorità Pubblica Mondiale per l'acqua e serve un piano globale Onu che vada oltre il pur positivo coordinamento avviato dall'Un-Water: acqua minima vitale da garantire a tutti, impegni vincolanti contro la sete, proprietà pubblica basata sul diritto umano e sul bene comune, principi pubblici di qualità gestione e controllo. In ogni bacino idrografico, goccia a goccia.
Si è aperta ieri a Stoccolma (sostenibile capitale "verde" europea 2010) con una solenne cerimonia ufficiale l'annuale World Water Week, una settimana dedicata a informazioni, riflessioni, discussioni, mostre, contatti, premi sulle risorse idriche globali. Viene organizzata dallo Stockholm International Water Institute, in collaborazione con svariate istituzioni pubbliche e private svedesi; sono presenti 2400 registrati di 173 paesi, tutte le grandi agenzie e strutture del sistema Onu, centinaia di esperti da tutto il mondo, tutte le principali organizzazioni che si occupano di acqua nelle varie regioni del mondo; terminerà il 22 dopo centinaia di seminari, sessioni plenarie, incontri ministeriali, eventi paralleli.
Il focus è stato posto quest'anno su una delle risposte alle "sfide globali": «Accessing water for the Common Good». Bene comune, all'incirca. Come spesso accade non si traggono davvero tutte le conseguenze dall'uso dei termini: si parla troppo dell'accesso della specie umana a quel bene, non si collega l'accesso a un diritto (umano), non ci comparano le definizioni. Per l'acqua non siamo ancora a una svolta nel negoziato fra i governi, fra le attuali e le future generazioni.
Ce ne sarebbe tanta di acqua sulla Terra, è un elemento abbondante e straordinario: niente la distrugge, gira sempre; sta per aria e per terra, si ghiaccia e si scioglie; si autodepura, vive ed è indispensabile a ogni vita; modella ogni forma, il vivente umano e non umano come il non vivente. Da qualche parte ve n'è sempre stata poca, aree aride dove evapora molta più di quella che precipita. E le specie si sono adattate, quasi sempre né migrando né guerreggiando. Però se la quantità di acqua del ciclo globale è costante e quella del singolo bacino è diversa per ogni bacino, allora dipende da quanti la usano e da come la trattano in quel bacino. Se i consumatori diventano troppi, se per di più la sprecano, la inquinano, la maltrattano, allora diventa scarsa anche nelle piovose metropoli (più negli slum che downtown), nelle fertili pianure (durante le frequenti siccità), addirittura sulle coste (dove il mare si scalda e si alza). Se ci si aggiungono pure i cambiamenti climatici allora la scarsità diventa cronica, crescente, globale, pericolosa per il suolo, le piante, gli animali e tutti gli umani. Anche quando è troppa fa danni, come nel caso delle alluvioni. E produce sempre più competizioni, conflitti, migrazioni.
Tutto ciò a Stoccolma c'è. Se ne parla, tanti lo affrontano, dicono la loro, espongono idee e soluzioni sensate. E la stessa Onu ha cominciato a dotarsi di una struttura adeguata. Non a caso a Stoccolma dal 14 al 16 agosto vi è stato il meeting semestrale di Un-Water, il coordinamento fra tutti quelli che occupano di risorse idriche in nome e per conto delle Nazioni Unite. Fu inventato sei anni fa, è rimasto a lungo un semplice luogo di informazione reciproca. Nel decennio scorso vi è stata una oggettiva subalternità del sistema Onu al privato-pubblico del World Water Council, a dinamiche di privatizzazione nazionali e multinazionali. Da almeno un paio d'anni Un-Water sta diventando qualcosa di più e di meglio, merito anche del coordinamento Fao.
Sarebbe ora che si aprisse una discussione pubblica sulle istituzioni dell'acqua. Con Riccardo Petrella abbiamo proposto una nuova autorità Onu, possibile che non interessi a nessuno? Se prendete l'elenco dei partecipanti, a Stoccolma ci sono oltre 70 rappresentanti tedeschi, vari ministeri, decine di università, grandi centri studi e imprese, e solo 10 italiani, nessun funzionario pubblico. Serve un'Autorità Pubblica Mondiale per l'acqua e serve un piano globale Onu che vada oltre il pur positivo coordinamento avviato dall'Un-Water: acqua minima vitale da garantire a tutti, impegni vincolanti contro la sete, proprietà pubblica basata sul diritto umano e sul bene comune, principi pubblici di qualità gestione e controllo. In ogni bacino idrografico, goccia a goccia.
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