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14.07.2010
di Luca Fazio
Milano fissa il voto
Tra meno di dieci mesi si vota. E come direbbe Celentano (niente panico, non si candida) la situazione non è buona. Volendo proiettare uno sguardo fiducioso rivolto al futuro, si potrebbe aggiungere che le elezioni per il sindaco di Milano del 2015 sono ancora a portata di mano di quella cosa informe che non dà segni di vita e boccheggia con poche idee nel campo avverso al Pdl di Letizia Moratti. Invece, tocca giocarsi prima la partita del 2011, anche se la sensazione è che il centrosinistra (fino ad ora) l'abbia già data per persa, perdendosi ancora una volta in avvilenti giochetti masochistici per accaparrarsi una fettina di potere (o poltroncina di opposizione) a Palazzo Marino.
Davvero poco, considerato che quelle del prossimo anno sono o sarebbero elezioni decisive per provare finalmente a interrompere il cosiddetto dominio del berlusconismo. Eppure, considerando la situazione obitoriale della politica milanese tutta giocata nelle stanzette dei partiti, sembra che anche questa volta non se ne sia accorto nessuno. Una sciagura, perché, come dicono in molti senza crederci troppo - o senza avere gli strumenti per ribaltare gli impenetrabili apparati dei partiti - se l'Italia non riparte da Milano non riparte. In più, Letizia Moratti è sindaco poco amato dai cittadini e dalla coalizione che finge di sostenerla e che litiga su tutto, dall'Expo al Piano regolatore del territorio - sarebbe il caso di approfittarne, anche se i 35 milioni di euro per la sua campagna elettorale possono annichilire qualunque sfidante (che per ora non c'è). Ma la vera occasione persa potrebbe essere un'altra.
E' l'energia di quella che con linguaggio troppo datato viene ancora oggi definita «società civile» (piuttosto dormiente negli ultimi anni) e che invece bisognerebbe rimettere a fuoco e ribattezzare «cittadinanza attiva»: sono centinaia e centinaia di persone che ogni giorno, senza sponde, in città fanno politica attivamente e che, per dirla tutta, ormai non ne possono più dei partiti e di delegare i loro bisogni e desideri ai professionisti della politica. Sono persone che stanno cercando di rimettersi in gioco pretendendo di avere la stessa dignità e la stessa capacità di intercettare consensi di qualsiasi formazione politica organizzata. Come dargli torto, considerati gli ultimi disastrosi risultati elettorali? I partiti sentono questo fiato sul collo, questo desiderio di molti cittadini di rappresentarsi da sé, un sentimento di lontananza e quasi disprezzo maturato dopo anni di ottusa gestione autoreferenziale del potere e delle poche idee da parte dei soliti noti: a Milano, alle regionali di quest'anno, c'è stata un'affluenza alle urne del 60%. Il primo partito, dunque, è quello del non voto.
Fino all'altra sera, il toto-candidato, tra veti incrociati e coltellate fratricide, è andato in scena dietro le quinte del solito desolante teatrino. Il primo a rompere questo schema, decidendo di metterci la faccia, è stato Giuliano Pisapia, avvocato molto conosciuto a Milano, ex deputato indipendente con il Prc, e oggi lanciato da Sel. La sua candidatura un merito ce l'ha già, anzi due. Primo: costingerà il Pd a darsi una mossa e decidersi per le primarie il prossimo ottobre (una parte importante del partito le avversa). Secondo: la sua mossa ha preso in contropiede tutti, compresa quella parte della sinistra ridotta ai minimi termini che in assenza di alternative sta facendo finta di sostenerlo, anche se avrebbe preferito un percorso più tortuoso ma ormai difficilmente comprensibile. Giuliano Pisapia, l'altra sera al Teatro Litta, davanti a una platea piuttosto agée e iper garantita - avvocati, professionisti, associazionismo con filo di perle, insomma quella che si diceva la mitica borghesia illuminata milanese - ha ridato speranze mettendo al centro contenuti del tutto condivisibili (ecologia, diritti, cultura, scuola, politiche per i giovani...) eppure la sua strada appare tutt'altro che priva di ostacoli. Il suo problema, anche se farà di tutto per sganciarsi dalle beghe delle segreterie guadagnandosi una certa autonomia, è che potrebbe non senza ragioni essere identificato come il candidato della sinistra sinistra, che come sappiamo è messa piuttosto maluccio (Sel 2,9%, Prc e Pdci 2,7%, Verdi 1,3%). E quello dei partitini rischia di essere un abbraccio mortale. Tanto più che una parte di Prc e Pdci maldigerisce la sua candidatura e almeno, per sostenerla, punterebbe all'unità con Sel in alternativa al Pd (cosa che Sel non ha fatto alle scorse regionali sulla spinta proprio di quelli che puntano sempre alla mortifera convergenza con il Pd). Fa impressione anche solo da scrivere, anche perché in ballo rischiano di esserci solo una o due poltroncine a Palazzo Marino: ci vuole altro per capire perché i cittadini sono nauseati? Ora toccherà all'avvocato di sinistra, antiproibizionista e garantista cercare di coinvolgere e convincere anche quella parte di «cittadinanza attiva» che l'altra sera si sarebbe sentita un po' fuori posto tra le poltroncine del Litta, se non altro per farsi votare alle primarie.
Il Pd (26,3%), se possibile, è messo ancora peggio. Filippo Penati, oggi minoranza, l'uomo in assoluto più perdente del centrosinistra al nord, sta facendo di tutto per tarpare le fragili ali della giovane classe emergente milanese (si fa per dire) del partito di Bersani. Fino al punto di convergere su Pisapia pur di scongiurare le primarie, mettendo così fuori gioco i vari Pierfrancesco Majorino (capogruppo a Palazzo Marino) e Roberto Cornelli (segretario metropolitano già sindaco di Cormano). Un torto i giovani piddini che caldeggiano le primarie ce l'hanno: dopo quattro anni di opposizione inesistente, a pochi mesi dalle elezioni, non hanno lo straccio di un candidato forte, essendo fuori causa tutte le ipotesi fatte circolare - o bruciate - prima del tempo (Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, ucciso dalla mafia nel '79). Morale: alle primarie, che quasi sicuramente si faranno, il primo partito dell'opposizione rischia di perdere la partita; e anche di questo sarebbe il caso di approfittarne.
Probabilmente saranno primarie plurali - come auspica lo stesso Pisapia - perché è quasi certa la prossima presentazione di altri candidati. Aspettando il Pd, la candidatura che si annuncia più problematica (che dovrà scontare l'accusa di voler reiterare il solito schema della divisione a sinistra) si sta consolidando in queste ore e nascerà nel tentativo di smarcarsi nettamente dai partiti della sinistra. Si parla di una lista civica attorno al nome di un eminente giurista - anche se riesce difficile immaginarlo contrapposto a una figura come Pisapia.
Ci sono poi gli outsiders, che mai come in questo momento possono scompaginare i precari equilibri delle segreterie sclerotizzate. Milly Moratti, per esempio, presenterà la sua lista civica per continuare la sua battaglia contro la super cognata in consiglio comunale? E se sì, con chi? Per non dire dell'Idv (7,59%), forse l'unica forza dotata di un leader capace di annusare l'aria che tira e stabilire che qui a Milano si sta giocando un pezzo di futuro del paese: che farà Tonino Di Pietro? E poi, anche se ai politici di professione vengono i capelli dritti solo a sentirli nominare, sicuramente saranno della partita i grillini del Movimento 5 Stelle (3,2% alle ultime elezioni): da mesi stanno lavorando a una candidatura, persi tra le chiacchiere orizzontali dei loro «meet up» che hanno già sconvolto il panorama politico nazionale.
Essendo così frantumate le cose, suggeriscono i più accorti protagonisti della cittadinanza attiva che un po' sogna ad occhi aperti, per rischiare di vincere sarebbero necessarie due cose. Primo: primarie vere, con i partiti tradizionali disposti a farsi scavalcare e a fare squadra comunque vada a finire la consultazione, per tenere insieme anche gli elettori dei candidati sconfitti (è il senso dell'appello che pubblichiamo qui a fianco). Secondo: una volta scelto lo/la sfidante della Moratti, i partiti dovrebbero avere il coraggio di fare un passo indietro presentandosi agli elettori con una lista unica aperta alle candidature della cosiddetta società civile che a parole tutti dicono essere una risorsa: metà politici, metà cittadini attivi «qualunque». Ma sono disposti questi partiti a farsi un po' da parte? E Pisapia, considerato che è il primo, sarebbe pronto a sottoscrivere queste due proposte?
 
 
03.09.2010
di Luca Fazio
 «Io a sinistra. E l'architetto?»
 
 Giuliano Pisapia e Stefano Boeri. Sono due persone in vista e ben educate, però adesso non potranno più evitare di partecipare al giochino che li vuole uno contro l'altro. L'avvocato e l'architetto. Una sfida a colpi di primarie per cercare di insidiare la poltrona mai così traballante di Letizia Moratti - i sondaggi la danno abbondantemente sotto la sua poco calorosa coalizione. Adesso che il super architetto Stefano Boeri ha deciso di candidarsi a sindaco, facendo finta di essere espressione della società civile (in realtà è il candidato del Pd), le primarie diventano una cosa seria. Si dovrebbe cominciare a parlare di contenuti e presto si faranno vivi altri candidati per rendere meno scontata la competizione. Ne parliamo con Giuliano Pisapia, avvocato, ex parlamentare del Prc, il primo a metterci la faccia due mesi fa, quando sinistra e centrosinistra non sapevano che pesci pigliare.

La battuta più velenosa è del sindaco. Dice che con la candidatura di Boeri la sinistra non potrà più dire che lei non sa scegliersi i collaboratori. In effetti, l'architetto era a libro paga proprio per i progetti urbanistici contestati dalla sinistra.
Per quanto mi riguarda, io in questi anni mi sono solo scontrato con tutte le politiche della Moratti, dall'ultima ordinanza fino ai problemi più gravi mai affrontati, casa e lavoro, per non parlare dell'Expo. Prima di decidere la mia candidatura ho letto tutti i cento punti del programma del sindaco, e almeno novantotto non sono mai stati affrontati. I restanti due, poco e male. Piuttosto che di Boeri preferisco parlare delle mie esperienze, e chi mi conosce sa bene che io a Milano ho svolto la mia professione di avvocato impegnandomi nella difesa dei diritti di tutti e in particolare dei più emarginati, prima come volontario e poi come parlamentare. Per questo credo di poter affrontare le primarie con umiltà ma con la consapevolezza che questo mio impegno verrà riconosciuto.

Come è possibile far passare l'archistar di Expo 2015 e dei grattacieli per i ricchi del quartiere Garibaldi come un'alternativa al centrodestra?
Il Pd ha fatto di tutto per avere un candidato alternativo cercando di farlo apparire espressione della società civile. Posso solo dire che parte di quella società, che preferisco chiamare cittadinanza attiva, si stava già misurando con me in seguito alla mia candidatura. Ricordo solo che da parte del Pd ho ricevuto reazioni durissime quando ho proposto di non acquistare i terreni dei privati per realizzare l'Expo. Ho detto che si sarebbero potuti utilizzare i tanti terreni pubblici, e questa prospettiva evidentemente non è piaciuta.

Prova a marcare qualche differenza sostanziale fra te e Boeri.
Posso solo dire che, essendo in corsa da due mesi, ho già elaborato delle schegge di programma insieme alle persone che mi hanno incontrato. Non conosco il programma di Boeri, per cui sarei costretto a dare dei giudizi unicamente sulla base di ciò che si dice di lui. Non è corretto, le differenze ci sono e si vedranno presto.

Ti va di essere etichettato come candidato della sinistra radicale o pensi che sia necessario guardare al centro? Del resto così farà Boeri, perfetto esponente degli interessi della borghesia amica del mattone.
Mi sta stretto essere il candidato dei partiti, mi sta bene essere di sinistra. Io sono di sinistra... Ma credo che per vincere sia necessario cercare altri appoggi, dai disillusi che non votano più a sinistra fino a quei voti che si sono spostati sulla lega e sulla destra.

Piuttosto complicato.
Non è difficile, basta mettere a confronto ciò che hanno fatto i sindaci socialisti e la disastrosa gestione della destra. Dobbiamo convincere le persone che la sinistra è capace di governare.

Come pensi di coinvolgere quella parte della cittadinanza attiva che non vuol sentir parlare dei partiti?
Con la mia storia politica. Per coerenza mi sono dimesso dalla Commissione giustizia alla Camera quando il Prc fece cadere Prodi, e poi ho deciso di non candidarmi quando il partito mi offrì un'altra occasione. A un certo punto è indispensabile allontanarsi dai partiti per non perdere il contatto con la realtà. In questi due mesi ho incontrato tante persone, i comitati che mi sostengono sono formati da qualche iscritto, qualche ex disilluso e molti giovani. Sono già riuscito a dare la senzazione di essere libero dai partiti.

Due mesi, cosa ti ha più sorpeso?
Una netta divisione della città in due, da una parte i rassegnati e dall'altra gli incazzati. Spero che i primi si rimettano in gioco e che la rabbia si trasformi in volontà di mobilitazione.

Non pensi sia necessario ritagliarsi un profilo più aggressivo per rianimare gli scettici che non ci credono?
Credo di essere molto duro sui contenuti, forse sul piano del linguaggio lo sono meno, ma questa è la mia modalità. Cerco di ragionare, non di urlare.

I rom. La campagna elettorale qui si avviterà. Sono anni che De Corato investe sulla caccia agli zingari. Dove il discrimine è tra umanità e disumanità, forse la sinistra, per principio, non dovrebbe essere più decisa?
Questo è uno dei motivi per cui mi impegno a vincere. Nella mia squadra ho messo una persona come Paolo Limonta, lui è sempre di fianco ai bambini dei campi quando vengono sgomberati. Non è una scelta casuale.

Sai fino a che punto è arrivata la frantumazione a sinistra. Credi di riuscire a dare il segno di una ritrovata unità, o assisteremo ai soliti giochetti?
Credo di poter parlare di unità a sinistra attorno al mio nome, a Milano. Ma è chiaro che il passaggio delle prossime elezioni è di grande importanza a livello nazionale. Il problema è ricostruire una sinistra forte, perché le persone di sinistra ci sono e sono tante.

E vero che giochi a poker?
Sì, è l'unico gioco che mi permette di non pensare, mi rilassa.

Adesso che carte hai in mano?
Una bella scala, con l'asso di cuori.
 
 
16.11.2010
di Norma Rangeri
 La sinistra che vince
Nel cuore lombardo del berlusconismo ha vinto un politico lontano dai cliché del populismo mediatico, un giurista garantista, un candidato che piace alla società milanese (dall'alta borghesia ai ragazzi dei centri sociali), un uomo di sinistra, un vecchio amico del nostro giornale. L'affermazione di Giuliano Pisapia è di buon augurio per una sinistra finalmente capace di vincere.
Un indizio (la vittoria alle primarie pugliesi di Nichi Vendola) non faceva una prova, ma due (l'affermazione di Pisapia) sono più di una coincidenza. Sembra che le primarie sia destinato a perderle il candidato sponsorizzato dai vertici del Pd (in questo caso l'architetto Boeri) e a vincerle quello che che più ne critica l'arroccamento (per esempio il rottamatore Renzi a Firenze) o che decisamente sterza a sinistra (con l'aiuto di Sel e Rifondazione) riempiendo il vuoto di prospettiva del maggior partito di opposizione. Se dovessimo proiettare il risultato milanese sulla ribalta nazionale, saremmo facili profeti nel prevedere una sconfitta di Bersani e una vittoria di Vendola. Sempre che le deludenti performance dei candidati fin qui scelti dal Pd non inducano il gruppo dirigente a cancellarle, come le reazioni di alcuni esponenti, dopo la sberla di Milano, fanno intendere (Follini le vorrebbe seppellire contro Rosy Bindi che le ritiene necessarie).
Anche perché l'effetto-Vendola sul voto di domenica è difficilmente discutibile. Il presidente della Puglia è volato nel capoluogo lombardo per chiudere la campagna elettorale di Pisapia davanti a migliaia di persone. Mentre dall'altra parte si è fatto il vuoto (la scarsa affluenza alle urne è stata spiegata anche così) di fronte a un partito che prima sceglie il suo cavallo e poi nemmeno lo sostiene come dovrebbe. Tanto che i vertici locali si sono dimessi e la confusione è totale. Non solo sulle primarie, ma sulle soluzioni da dare alla crisi di governo e, più alla radice, all'egemonia berlusconiana.
C'è infatti una ragione profonda che lega e spiega il consenso a Pisapia e Vendola. Ieri Fini ha ritirato i suoi ministri, i presidenti di camera e senato sono chiamati al Quirinale. C'è bisogno, oggi non domani, di una risposta di sinistra a questo passaggio di sistema. Sugli scenari parlamentari: si vuole cambiare la legge elettorale e regolare il potere mediatico prima di andare al voto? Si vuole invece aderire a un comitato di salvezza nazionale, con Fini e Casini, per durare fino alla fine della legislatura?
Perché mentre si riesce a intravedere il tentativo delle forze dominanti (da Confindustria alla Chiesa, ai partiti del nuovo centro) di ricostruire un assetto post-berlusconiano, non si capisce dove va il Pd, con chi vuole allearsi il segretario eletto sulla proposta di un accordo con Casini, dove sta la differenza con la linea di Marcegaglia e Montezemolo. Vendola e Pisapia parlano di questo, indicano leadership e contenuti capaci (dal lavoro al nucleare, dall'immigrazione ai diritti civili) di riaccendere, anche con le primarie, il senso di una nuova politica. Di un 25 aprile che spezzi la disillusione, che ci riporti, con la partecipazione, anche la speranza di tornare a vincere.
 
 
27.03.2011
di Saverio Ferrari
La nobiltà nera si scalda In campo con la Moratti
L'ultima in ordine di tempo, in vista delle prossime elezioni amministrative, è stata la richiesta di Roberto Jonghi Lavarini ai vertici del Pdl di essere candidato alla presidenza della circoscrizione del centro storico di Milano. L'auto-investitura è stata ufficializzata con un comunicato in cui lo stesso Jonghi Lavarini ha reso noto il sostegno da parte di associazioni come Destrafuturo (in realtà la corrente da lui stesso fondata all'interno del Pdl), ma soprattutto di alcuni ordini professionali, tra cui l'Ampe (Assoedilizia), l'Unione dei piccoli proprietari immobiliari e l'Associazione nazionale degli amministratori condominiali. Si poteva pensare a una delle sue solite sparate, ma è arrivata da parte di Massimo Corsaro, vice capogruppo Pdl alla Camera, la conferma che il partito sta valutando la proposta.
Roberto Jonghi Lavarini, 38 anni, dal 1994 consulente immobiliare nella società di famiglia, meglio conosciuto come il «barone nero», è una delle figure più note del neofascismo milanese. Tra i fondatori di Cuore nero e grande organizzatore di commemorazioni della Marcia su Roma, oltre che di spedizioni a Predappio sulla tomba del duce, si vanta di aderire alla Fondazione Augusto Pinochet e di intrattenere rapporti con l'Npd, il partito neonazista tedesco, e con la destra razzista boera in Sudafrica.
La sua iniziativa più recente è stata il 23 marzo scorso al Cimitero Monumentale davanti a una cripta edificata nel ventennio dove sono state raccolte le spoglie di alcuni squadristi milanesi, per celebrare con i reduci della Rsi il 92° anniversario di fondazione dei Fasci di combattimento, ovvero omaggiare i manganellatori e gli assassini che accompagnarono con le loro violenze l'ascesa al potere di Mussolini.
Ma quel che ultimamente più connota l'azione di Roberto Jonghi Lavarini è un forte presenzialismo a tutte le iniziative e feste di gruppi di nobili e ordini cavallereschi. Vantando un titolo (barone di Urnavas), il tentativo sembrerebbe quello di voler rappresentare, si dice con l'approvazione del principe Vittorio Emanuele di Savoia, le associazioni e i circoli dei nobili «militanti», cioè di quella minoranza di aristocratici che ancora tiene a titoli e stemmi senza più alcun valore. Ambienti reazionari legati persino ai discendenti degli Asburgo o dei Borbone. Il filo nero è rappresentato dal centro studi Patria e Libertà del conte Fernando Crociani Baglioni (patrizio romano), centro di cui Jonghi Lavarini è vice presidente, al quale continuano ad aderire nobili e non solo da tutta Italia. Si tratta oramai di un vero e proprio partito aristocratico, lo stesso che ha invitato Berlusconi a feste sia Roma sia a Palermo (grottesco il 5 marzo scorso il gran Ballo del Gattopardo nel salone di Palazzo Principi Resuttano con abiti dell'Ottocento, ospiti gli antichi rappresentanti dei regni preunitari), e che ora spinge per avere dei suoi rappresentanti in politica, ovviamente nel Pdl.
Una «nobiltà nera» attiva grazie a figure come il principe «papalino» Lillo Sforza Ruspoli di Cerveteri (più volte candidato coll'Msi, Forza nuova e alle scorse elezioni europee con la Lega nord), il principe «carlista» Sisto Ugo Borbone di Parma, il conte Giuseppe Manzoni di Chiosca e Poggiolo (tra i promotori di un comitato per «Foggia città martire« a seguito dei bombardamenti anglo-americani nella seconda guerra mondiale), il conte Ludovico Boetti Villanis Audifredi (ex deputato missino di Torino), il conte Alessandro Romei Longhena (paracadutista AnpdI e della Fiamma), l'anzianissimo principe Alexander Comneno Otranto di Bisanzio (ex volontario nelle SS italiane), il principe Andrea Scirè Borghese (nipote del comandante della Decima Mas), la principessa Beatrice Feo Filangeri di Cutò e la contessa Anna Maria Teodorani (nipote di Mussolini), ma anche il conte Gianluca Bonazzi di Sannicandro, ora segretario lombardo della Fiamma tricolore, il conte Gianfilippo Brambilla di Carpiano, amico della famiglia Rauti, e il conte Fulvio Moneta Caglio de Suvich, capogruppo prima di An e poi del Pdl, in zona 1 a Milano.
A fare da sponda nel capoluogo lombardo, insieme a Jonghi Lavarini, Stefano Di Martino, vice presidente del consiglio comunale, monarchico di lungo corso, promotore sabato 19 marzo di un convegno per il 150° dell'Unità d'Italia a Palazzo Marino con i reduci della Repubblica sociale italiana, i discendenti degli ascari e alcuni ufficiali del «Regno italiano in Albania», presenti il sindaco Letizia Moratti e il ministro della difesa Ignazio La Russa. Il successivo corteo in piazza Duomo, per deporre una corona al monumento di Vittorio Emanuele II, ha visto sfilare, al suono della «marcia reale», i labari della Decima Mas a fianco delle bandiere sabaude.
Il tutto sullo sfondo della campagna per le prossime elezioni comunali dove il cartello che si sta componendo attorno al sindaco uscente si configurerebbe pesantemente marcato da sigle e personaggi provenienti dal neofascismo. E se al momento non si è ancora riusciti a stringere un accordo con La Destra di Storace, un patto è già stato invece sottoscritto con la Fiamma Tricolore, che tra i propri candidati annovererà Gabriele Leccisi, figlio di Domenico, il trafugatore della salma di Mussolini nell'aprile del 1946. Ma è direttamente nel Pdl che si giocherà la partita tra chi, espressione dell'estrema destra, potrà realisticamente puntare al consiglio comunale. I candidati-concorrenti saranno due: Antonluca Romano, rappresentante «ufficiale» della destra sociale di Gianni Alemanno (guidata a Milano da Carlo Fidanza e Paola Frassinetti) e Marco Clemente sostenuto da diversi ex An, dalle curve dello stadio, dai rimasugli di Cuore nero e Casa Pound.
Il gruppo Hammer-Lealtà e Azione non ha ancora deciso quale dei due appoggiare. Francesco Cappuccio ha definitivamente abbandonato sia Casa Pound sia il Centro Identitario di Borghezio, diventando responsabile dello Spazio Ritter, giostrandosi fra La Destra di Storace e i Circoli Nuova Italia di Alemanno. Lino Guaglianone, ex Nar, e l'avvocato Piero Porciani, dal canto loro sosterranno invece Marco Osnato, il cognato del coordinatore provinciale del Pdl Romano La Russa, nonché dirigente Aler attraverso cui è stata concessa una sede, in viale Brianza, proprio al gruppo neonazista degli Hammer.
Forza nuova in controtendenza andrà per conto proprio. Ma è dentro l'alleanza che appoggerà Letizia Moratti che sta confluendo gran parte dell'estrema destra milanese. Tra nostalgici del Re e fascisti.
 
 
19.04.2011
di Giorgio Salvetti
 Il cavaliere pronto a tutto per non perdere Milano
 La Moratti a Milano può perdere? Ghe pensi mi. Berlusconi sa che nella sua città natale il 15 e 16 maggio si gioca una partita decisiva. Donna Letizia non è mai stata così debole, logorata da lotte intestine sempre più evidenti tra Lega e Pdl e all'interno dello stesso Pdl. Dall'altra parte per la prima volta c'è un avversario vero. Giuliano Pisapia è capace di tenere a sinistra e di non spaventare al centro. Mentre il terzo polo di Manfredi Palmeri da queste parti fa paura. Per salvare la baracca Berlusconi è costretto a giocarsi il tutto per tutto sulla piazza milanese e trasformare le elezioni comunali in un vero e proprio referendum pro o contro di lui. L'unica chance per nascondere i fallimenti della giunta Moratti è spostare la partita sul suo terreno preferito: buttarla in bagarre nazionale con la Moratti in panchina che guarda il suo presidente giocare e vincere da solo nel giardino di casa sua. Qui è nato e ha fondato il suo impero. Ha preso il testimone della Milano da bere dall'amico Craxi. E alla faccia dell'odiata procura, la sua destra governa tutto da oltre 15 anni. Dunque vietato perdere e persino pareggiare, altrimenti tutto il castello berlusconiano rischia di crollare.
Per questo domenica scorsa Berlusconi ha dato spettacolo al teatro Nuovo di piazza San Babila per la festa d'investitura di Letizia Moratti. Sarà lui il capolista del Pdl a Milano. Il programma è sempre lo stesso: niente tasse e via gli stranieri. Per il resto sono ricordi amarcord del Me Milan sotto le bombe, dei negozi del suo quartiere Isola dove comprava le pipe al papà e le meringhe a mamma Rosa. Silvio sventola il bandierone rossonero e fa il verso a Mourinho: «Quest'anno zero tituli». E poi gran finale. Canta in dialetto milanese Nostalgia de Milan. Come per magia le crepe sempre più vistose dell'edificio del potere delle destre in Lombardia sembrano svanire. E invece ci sono eccome. Lo spettacolo del premier più che una prova di forza è un evidente sintomo di debolezza. Per la prima volta la destra a Milano può davvero perdere. Lo dicono i sondaggi, lo dice l'esegua differenza di voti già registrata alle scorse regionali, lo dicono le liti che non danno pace alla compagine al potere ormai da troppo tempo. Secondo alcune indiscrezioni poi smentite lo avrebbe detto anche Fini: Berlusconi sarebbe «molto preoccupato per Milano dove i sondaggi darebbero la Moratti ferma al 42%». Abituati a governare incontrastati, berluscones e padani non fanno altro che litigarsi poltrone, consenso, rendite di posizione. Giocano da soli come se l'avversario non esistesse. Tutti contro tutti: Formigoni contro Moratti, Lega contro Pdl, ciellini contro laici. E alla fine fanno autogol.
Le sinistre milanesi, anche le più moderate, sono ormai consapevoli che l'occasione è imperdibile. Se non per meriti propri per manifesta debolezza dell'avversario. E' vero infatti che da queste parti la sinistra sconta anni di disastri ma è anche vero che il fondo del barile sembra essere già stato toccato da un pezzo e la vittoria di Giuliano Pisapia alle primarie potrebbe essere il segnale che si può finalmente provare a risalire.
Lo show di Berlusconi però ha il merito di aver riportato l'attenzione sulla battaglia di Milano anche a livello nazionale. Con mesi di colpevole e speriamo non fatale ritardo le segreterie centrali e gli organi di stampa più o meno di sinistra si sono accorti che la sfida di Milano è cruciale per tutti. Il rischio però è di accettare per l'ennesima volta il terreno imposto dall'avversario. Le opposizioni temono che le comunali meneghine diventino una bagarre nazionale che nulla ha a che vedere con Milano e ancora una volta hanno terrore del potere seduttivo del premier. Per questo fanno di tutto per non accettare il guanto lanciato da Berlusconi. Ma ormai è tardi. Emma Bonino ieri ha bacchettato il Pd colpevole di non «aver ancora colto l'importanza di Milano dal punto di vista politico». Beppe Fioroni l'ha spiegata così: «Milano può essere la ciliegina, ma la torta delle amministrative va vinta nel suo complesso».
Il primo a pensare che ha tutto da perdere se la partita ruota intorno al premier è Giuliano Pisapia che ieri ha partecipato ad un faccia a faccia con Moratti e Palmeri a porte chiuse per l'Agesci e ha concluso una kermesse culturale e spettacolare per la sua campanga al Teatro dal Verme. «Berlusconi non deve trasformare in una rissa la campagna elettorale per e su Milano - ha detto - voglio parlare di giovani, di immigrazioni, di lavoro, della città. Il tentativo del cavaliere è l'ultima via di fuga per coprire la cattiva amministrazione del Pdl». Stefano Boeri, l'archistar capolista del Pd invece ha accettato la sfida con Berlusconi. In un video messaggio lo ha invitato a battersi con lui in un telequiz su Milano. «Il 71% dei milanesi è scontento di come è stato amministrato - spiega Maurizio Baruffi (Pd), portavoce di Pisapia - questa è la chiave di volta per vincere». «L'esperienza ci dice che quando tutto si riduce a un plebiscito su Berlusconi si perde - ammette Luciano Muhlbauer, ala sinistra dello staff di Pisapia - ma è evidente che Milano per le destre è un po' come Bologna per la sinistra». E allora se Berlusconi vuole puntare tutto sulla ruota di Milano bisogna giocarsi la partita fino all'ultimo voto, andare tutti a votare Pisapia senza tanti maldipancia e per una volta provare a vincere. Anche perché se a Milano si perde non è una novità, ma se si vince per Berlusconi è davvero l'inizio della fine.
 
 
23.04.2011
di Claudio Mezzanzanica
 A Milano Berlusconi si attacca all'Expo
Le due anime della destra italiana e milanese stanno dando spettacolo. Con Lassini abbiamo quella forcaiola. Quelli che se potessero liquiderebbero ogni parvenza di democrazia. Abituati a contar balle, le raccontano alla grande. Lassini resterà nella lista Moratti e si appresta a ricevere una caterva di voti supportato da Il Giornale. Altro che dimissioni. Siccome nessuno si puo dimettere dalle liste Lassini si proclamerà eletto dal popolo. Non ci sono carte bollate che tengano. Tra l'altro è il consiglio comunale che, per legge, accoglie le dimissioni. Dall'altra parte abbiamo la Moratti che cerca di dare un tono meno aggressivo alla campagna elettorale. Sono due facce complementari. L'una ha bisogno dell'altra e in nessun momento, in forma seria, hanno pensato di rompere. Berlusconi sa di avere bisogno di entrambi per tenere la ex capitale morale. Anzi, la presunta conflittualità interna alla destra ruba la scena a Pisapia. La sproporzione dei mezzi in campo, si parla di venti milioni per la Moratti, è un gap difficile da rimontare nella comunicazione. Se poi le presunte liti nel centrodestra tengono le prime pagine dei giornali il gioco è fatto.
Se invece si parla di cose serie il centrodestra ha di che preoccuparsi. Milano è oggi molto più simile a Napoli che a Berlino. La sua economia, il mondo degli affari, lo stesso lavoro, dipendono come mai nel passato dalla spesa pubblica e dalle iniziative del comune. Negli ultimi anni le opere pubbliche come i passanti ferroviari, l'allungamento delle linee della metropolitana, la fiera di Rho-Pero, l'investimento immobiliare sull'area ex fiera con a capo le Generali, il grattacielo della Regione, il palazzo della moda, la realizzazione della Bicocca intesa come università e quartiere sulla ex area Breda, sono stati gli assi portanti dello sviluppo. Un vasto pezzo della città ha vissuto di questa pioggia di investimenti statali o pilotati dal comune. Parliamo di miliardi. Questa massa di investimenti, ora giunta al termine, ha sostenuto l'economia milanese ed ha permesso a Berlusconi di raccogliere un vasto consenso. L'unico gruppo privato che si è mosso con rilevanza, il gruppo Zunino, con l'operazione Montecity è fallito. Per il resto la città non ha avuto niente dai privati se non un lavoro negli interstizi. Operazioni di qualche decina di milioni. Il gruppo più attivo è stato NH, un gruppo spagnolo che ha aperto 6 alberghi in otto anni. Le fabbriche sono un ricordo, la produzione una realtà frammentatissima. Il comune è la principale azienda della città per occupati. Seguono gli ospedali.
L'Expo è l'ultimo treno. E' la ciambella di salvataggio per la Milano di Berlusconi. La manna per costruttori architetti, artigiani, grafici, pubblicitari, albergatori, tassisti. Ma per Expo mancano i soldi, la torta piu piccola pretende nuovi accordi politici, in più barcolla anche Ligresti, protagonista degli ultimi trent'anni. L'Expo è quello che la destra davvero ha da vendere. Non una nuova città o la soluzione del traffico dell'inquinamento. No, l'Expo, cioè la continuazione di un intreccio tra spesa pubblica, affari e consenso.
Siccome dentro l'affare non ci entreranno tutti e chi sa mai se si farà, l'elettorato del centrodestra è perplesso. Se chiedi a qualcuno come vanno gli affari ti risponde che sta aspettando la fine di maggio per capire, anche se ai miracoli non crede più nessuno. Perdere a Milano vorrebbe dire che un pezzo del blocco che ha sostenuto Berlusconi non crederebbe più nella sua capacità di garantire reddito, utile e lavoro. Inizierebbe così lo sgretolamento del Pdl, il si salvi chi può. Le prove tecniche sono già cominciate con alleanze in alcuni comuni tra Lega e Fli. Altro che sguardo a sinistra della Lega!
Per di piu la crisi sta travolgendo più di una istituzione amica. Il San Raffaele, ospedale di eccellenza, sede universitaria, luogo di formazione di intellettuali organici, lunghe code per entrarci come studenti e come pazienti, crolla sotto un miliardo di debiti. Era il luogo in cui anche intelletualmente si esprimeva l'egemonismo del berlusconismo. Oltre che le veline l'uomo di Arcore assicurava anche le eccellenze sanitarie e intellettuali. Il tutto grazie a linee di credito che nessuno in Italia ha più. Esiste poi il potere e le difficoltà di Formigoni, Cl e la Compagnia delle Opere. Un potere nel potere del Pdl. Fino ad oggi le due anime, quella di Formigoni e quella berlusconiana, hanno potuto coesistere perchè la spesa pubblica ha permesso loro di campare. A Cl la spesa sociale, le Asl, i servizi alla persona. Ai «laici» le opere pubbliche. I tagli alla spesa pubblica minacciano gli equilibri e a tutti fa comodo la faccia feroce della Lega che rivendica piu spesa al nord. Ma a questo punto non basta più. I numeri per tenere in piedi la montagna di interessi coagulati in passato non ci sono più.
La candidatura Pisapia è una duplice rottura. Rompe con lo schema del berlusconismo parlando d'altro, imponendo una sua agenda sulla città. Ma rompe anche con una sinistra che subalterna sta già trattando le sue quote con un centrodestra che si preferisce vincente. Il modello è la prima giunta Formentini. La Lega conquista la città, le cooperative si portano a casa gli appalti. Cosi accadde per la fiera del Portello. Oggi lo schema cambia. Si tratta con la Compagnia delle opere per avere una quota di quel 60%. Non è un caso che una parte del Pd non faccia campagna elettorale e stia facendo altro. Lo sforzo dei comitati Pisapia è enorme ed encomiabile. La sua vittoria sarebbe un doppio tsunami.
 
 
12.05.2011
di Luca Fazio
 Suonargliele a donna Letizia
 Ammettiamolo. Ha ragione il direttore de il Giornale Sallusti. Le elezioni sono un ring per cui è giusto suonarle. Letizia Moratti con un colpo basso ha dato del ladro a Giuliano Pisapia. E lui? Non ce la fa a fare altrettanto, a replicare che lei è peggio, e così si è limitato a querelarla per diffamazione senza fare tesoro dell'insegnamento del Sallusti. Immaginate lui cosa sarebbe capace di scrivere di un personaggio impresentabile come il sindaco di Milano. Comincerebbe dal pulpito, inguardabile ad essere generosi, e dalla predica, pietosa visto che la mamma di Batman, oltre ad essere disperata, ha un curriculum imbarazzante. Il suo principale sponsor politico (l'altro è il marito che la mantiene anche in campagna elettorale) è un tizio che ogni lunedì si deve presentare in tribunale per rispondere di mille malefatte. Lo conosciamo. Meno noti invece sono i personaggi di cui lei si circonda per rimpolpare le liste elettorali. C'è Lassini, quello dei manifesti sulle Br in procura, e poi un certo Clemente, una brava persona che al telefono ha augurato di morire «come un cane» a un esercente che si rifiutava di pagare il pizzo. Una stranezza che merita un'indagine, così come è accaduto a un tale Osnato, indagato per tangenti e turbativa d'asta. Sono questi gli unici tre politici a lei vicini che la «moderata» Letizia non ha fatto sfilare al Palasharp, dove si dimenava sulle note di «Viva la mamma».
Già, la mamma. Mestiere ancora più complicato che fare la velina di Berlusconi, considerati i risultati. Peccato che a Sky non ci sia stato il tempo di buttarla sul ridere ricordando ai telespettatori le gesta del bamboccione di cotanta moderata famiglia, il figlio Gabriele, che ha un processo in corso per una scazzottata di alto livello (con un pilota di Formula 1) avvenuta all'Hollywood, il tempio delle non proprio limpide nottate milanesi dei vip in cerca di emozioni forti; e un altro per aver ristrutturato abusivamente il loft più trash della città, la casa di Batman. Nel ring della campagna elettorale, Sallusti insegna, non si risparmia nemmeno il consorte: ricordate la vicenda della moglie di Pisapia, infangata per una storiella di affitti agevolati? E che allora Letizia guardasse ai guai giudiziari delll'azienda di famiglia piuttosto che inventarsene di inesistenti sul conto di Pisapia, visto che ci sono morti quattro operai negli ultimi due anni. Ma lei che c'entra? Niente. Ma a questo punto è giusto suonargliele. Senza stringerle la mano.
 
 
12.05.2011
di Alberto Piccinini
 La sentenza del 1985: Pisapia assolto
 Se macchina del fango c'è, è al momento una macchinetta. Subdola. Uno scivolone al quale, evidentemente, gli spin doctor della Moratti tentano ora di por riparo. La sentenza che assolve Giuliano Pisapia con formula piena, anche sotto il profilo di un concorso morale, è del 1985. «Fui arrestato, innocente, per banda armata e concorso morale nel furto di un' autovettura. Prosciolto dalla prima accusa; giudicato e assolto anche per la seconda. Si trattò di errore giudiziario, riconosciuto da una sentenza passata in giudicato, che comunque ho pagato con quasi quattro mesi e mezzo di carcere». Così Giuliano Pisapia, candidato sindaco a Milano, in un'intervista rilasciata due mesi fa all'edizione milanese del Corriere. Il tema è quello delle persone in cella. Nient'altro. Non emerge, dall'articolo, alcun legame con gli anni '70. Questo, diventa invece il caso scatenante dell'ultimo scontro con querela tra Pisapia e la Moratti, ieri di fronte alle telecamere di Sky. 
Se macchina del fango c'è, è al momento una macchinetta. Subdola. L'evocazione confusa di un periodo, la fine degli anni '70, che in verità sarebbe entrato nel dibattito politico e elettorale da tutt'altra parte, coi noti manifesti «Fuori le Br dalle procure». Uno scivolone al quale, evidentemente, gli spin doctor della Moratti tentano ora di por riparo. La sentenza che riguarda Pisapia e dapprima «estingue il reato per amnistia» è del 1985. Si fa riferimento al «concorso organizzativo di Pisapia e Trolli, in vista di un successivo sequestro di persona da compiere in danno di William Sisti, noto dirigente milanese del Movimento Lavoratori per il Socialismo». Una «lezione» tutta interna al movimento, nata a detta di qualcuno dagli scontri violenti tra servizi d'ordine culminati al Concerto del Parco Lambro nel 1977. Una lezione che, oltretutto, non ci fu. Aggiunge la sentenza che il 19 settembre 1977 i Vigili Urbani arrestarono il conducente del furgone rubato pronto al sequestro che «sobbalzava» dalle parti di piazza Trento, a Milano. Si chiama Massimiliano Barbieri.
L'11 settembre 1982, quando il Pubblico Ministero Armando Spataro rinvia a giudizio 163 persone aderenti a Prima Linea o presunte tali, il nome di Giuliano Pisapia finisce nella lunga lista. Perchè? Stando ancora alla sentenza pubblicata ieri in Rete per brevissimi stralci dal Giornale, il nome di Pisapia viene tirato in ballo dal pentito Sandalo, ma anche da Donat Cattin e altri, secondo la formula sibillina del «coordinamento organizzativo». Non dubitiamo che nei prossimi giorni potrebbe uscire dell'altro da quelle testimonianze. Quelli erano i tempi: per nulla facili. L'accusa di partecipazione a banda armata per Pisapia cade subito: l'8 giugno 1982 il giudice istruttore Elena Paciotti tiene in piedi soltanto il «concorso nel furto di un furgone destinato al sequestro di William Sisti». Il reato, come abbiamo visto, viene poi aministiato. Ma non basta ancora.
La ulteriore sentenza che il candidato ha reso nota ieri nel fuoco della polemica contro la Moratti è del 1985. La stessa Corte d'Appello lo assolve così: «In conclusione non vi è prova - né vi sono apprezzabili indizi - di una partecipazione del Pisapia, sia pure solo sotto il profilo di un concorso morale, al fatto per il quale è stata elevata a suo carico l'imputazione di furto, dalla quale l'appellante va pertanto assolto per non aver commesso il fatto.
 
 
12.05.2011
di Giorgio Salvetti
 Mattia Calise, 5 stelle che valgono il 5%
 È sempre stato dato intorno al 5%, al secondo turno delle amministrative di Milano l'ago della bilancia potrebbe essere proprio il suo Movimento 5 stelle. «Contro Moratti, ma non con Pisapia», incontro con il candidato grillino Mattia Calise. Che domani sfida la sindaco Pdl su Telelombardia. 
«Siamo in giro con il camper vi passiamo a trovare». Venti minuti dopo eccolo qui, Mattia Calise. Dall'alto dei suoi venti anni è diventato decisivo nella partita cruciale delle elezioni milanesi. È dato intorno al 5% e se al primo turno sarà determinante capire quanti voti il terzo polo ruba a Letizia Moratti, al secondo turno l'ago della bilancia potrebbe essere proprio il suo Movimento. Per questo la Moratti ha negato in tutti i modi ogni confronto al candidato terzopolista Manfredi Palmeri e invece ha invitato Calise a un confronto fissato per domani su Telelombardia.
Siete consapevoli che il nostro invito è una trappola per farvi dire che almeno al secondo turno dovete votare Pisapia?
Te la faccio io una domanda. Fino a oggi, destra e sinistra non hanno fatto altro che insultarci e adesso vogliono i nostri voti? Buon segno, vuol dire che contiamo, ma non siamo fessi. Non siamo né di destra né di sinistra, non siamo qui per le poltrone o per proporre facce nuove. Stiamo mettendo in atto un modo diverso di fare politica, si lavora sui temi e sui progetti non sugli schieramenti. Questa è la nostra forza e non ce la giochiamo proprio adesso, neanche per Pisapia. Conviene anche a lui. Noi non rubiamo voti a nessuno e tanto meno a Pisapia. Anzi. Portiamo alla partecipazione politica e al voto gli astensionisti e i delusi di sinistra, ma anche di destra. Io ho venti anni e ho di meglio da fare che occuparmi delle tristi storie della destra e anche della sinistra, ma da entrambe le parti ci sono persone che quelle storie le hanno vissute e sono deluse. C'è chi a sinistra ha votato troppe volte il meno peggio. A volte brucia di più farsi fregare di chi ti fidi. Ma ci sono delusi anche a destra. Adesso il nostro obiettivo è che Moratti non vinca al primo turno e portare alcuni consiglieri del Movimento a Palazzo Marino. Poi si vedrà.
Fino a che punto siete disposti a mettere in gioco la vostra coerenza? Che senso ha avere qualche consigliere se poi vi ritrovate la Moratti sindaco?
Al secondo turno interpelleremo i due contendenti ad impegnarsi sui temi. Per esempio una soglia massima di 2.500 euro per gli stipendi di politici e dirigenti delle municipalizzate. Vedremo chi prenderà impegni e convincerà i nostri elettori, sugli inceneritori, sul blocco del traffico, sui referendum, sul piano regolatore, voglio vedere se la Moratti dice che lo cambia...
Non mi dire che siete del tutto imparziali. Siete consapevoli che se al secondo turno Pisapia dovesse perdere e voi non lo sosterrete vi prendete la responsabilità di regalare la partita a Berlusconi?
Al primo turno chiediamo il voto, al secondo bisognerà votare il meno peggio.
E chi è il meno peggio?
Non me lo fai dire. Non lo decido né io, né il movimento, ma gli elettori e i candidati che sapranno meglio convincerli.
Tu chi voterai?
Io purtroppo non posso votare al secondo turno, grazie alle politiche della Moratti non ho i soldi per permettermi di abitare a Milano dove studio. Sono costretto a tenere la residenza a casa dei miei, a Segrate.
Quindi meglio Pisapia?
Non ci riprovare...
Con te domani il sindaco sarà gentile in tv, se al faccia a faccia ti fossi trovato al posto di Pisapia che cosa avresti fatto?
Se si scende sul piano personale come ha fatto lei con Pisapia, sono pronto a rispondere per le rime. Lasciate fare a me, non ho intenzione di farmi usare e di farmi trattare come un ragazzino. Tu mi chiedi cosa faremo al secondo turno ma io sto pensando ancora al primo turno: deve andare bene al Movimento 5 Stelle ma deve andare male al sindaco Letizia Moratti.
Che ne dici del voto disgiunto?
Ok, vale per quelli di noi che vogliono votare la lista ma anche Pisapia, ma deve valere pure per chi a sinistra vuole votare Pisapia e insieme la nostra lista. Bisogna saperlo spiegare per non annullare la scheda.
Se Pisapia ti offrisse di diventare assessore alle politiche giovanili che diresti?
Vediamo cosa propone in pratica.
Ma allora vuoi anche tu una poltrona?
Non scherziamo...
E se l'assessorato te lo offrisse Moratti?
Le direi di no.
 
 
12.05.2011
di Norma Rangeri
 Fango nell’urna
 Sapendo che non avrebbe più potuto vendere il grande Sogno allestì la grande Paura, alimentandola con la falsa informazione televisiva, protagonista della vittoria elettorale del 2008. Con le elezioni amministrative di domenica, trasformate nel decisivo sondaggio di metà legislatura, si replica. 
Siamo sempre in uno studio televisivo e mancano tre giorni al voto. Letizia Moratti chiude il faccia a faccia con l'avversario, Giuliano Pisapia, presentandolo come ladro e terrorista mancato. Lo accusa di essere pregiudicato per furto d'auto e sequestro di persona in una vicenda di trent'anni fa dalla quale uscì assolto. Mentre la scena va in onda negli studi milanesi di Sky, un altro candidato del centrosinistra, Mario Morcone, avverte di temere le conseguenze del «metodo Boffo», messe in atto dal centrodestra per conquistare la poltrona di Napoli. Morcone si aspetta il peggio dall'area politica sostenuta dall'onorevole Cosentino, il parlamentare berlusconiano destinatario di una richiesta d'arresto.
E' in questo clima che cade, inascoltato, l'ennesimo appello del presidente Napolitano. Il capo dello stato torna a ripetere che nella battaglia politica non va oltrepassata la soglia del «rispetto reciproco», ma il suo messaggio resta senza seguito.
In campagna elettorale i colpi bassi fanno parte del gioco. La calunnia, la denigrazione e il falso dovrebbero invece restare fuori dal ring. A meno che a duellare per la guerra all'ultimo voto non siano i candidati-portavoce di uno che di amnistie e prescrizioni invece se ne intende.
Disperata e imbottita di fango, negli ultimi secondi del match televisivo, Moratti ne ha buttato addosso a Pisapia una manciata accusandolo di un reato dal quale la giustizia lo ha assolto: «per non aver commesso il fatto». Pur essendo stato vittima di un errore giudiziario, Pisapia respinse l'amnistia, si fece processare e il tribunale alla fine lo discolpò da ogni imputazione. Casomai, un buon esempio da seguire per il presidente del consiglio. Evidentemente le cifre scandalose spese per la campagna elettorale non sono bastate a scongiurare lo spettro del ballottaggio. Ora l'avvocato di sinistra che prova a togliere il comando della città a Berlusconi, per restituirlo al governo dei cittadini, ha querelato Moratti ma la calunnia è ormai nell'etere, e a questo scopo era stata preparata. Abbiamo imparato che la smentita della falsa notizia non ne cancellerà mai completamente l'effetto.
Esempi di scuola lo dimostrano con esperimenti svolti anche davanti a un pubblico televisivo di sinistra e informato. Le scorie della manipolazione restano e nel killeraggio mediatico l'informazione berlusconiana è maestra. Non fu casuale, del resto, la scelta del Cavaliere, nel '94, di mettere Moratti a capo della Rai, lei che di tv non sapeva nulla e dunque era perfetta per obbedirgli e iniziare la deriva commerciale del servizio pubblico. Poi le toccò in premio la pubblica istruzione, altra stazione culturale strategica per chi progettava di sostituirla con il piccolo schermo. Questo uso violento e spregiudicato della diffamazione, il «metodo Boffo» usato dalla Moratti, conferma quanto sia alta la posta in gioco nella città dove il berlusconismo è cominciato e dove ora si sente in pericolo. Peccato che non sia stato compreso da chi, il maggiore partito di opposizione, avrebbe dovuto trasferire il proprio quartier generale nel capoluogo lombardo, offrendo mezzi e idee, soldi e soldati al candidato scelto dalla primarie. Anche se non era quello preferito dal Pd. La denuncia della sovraesposizione di Berlusconi nei Tg è arrivata solo nell'ultima settimana. A chi gli chiede chi voteranno i milanesi un Bersani ottimista risponde «io ci credo». Un atto di fede non si nega a nessuno.
 
ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2011
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
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    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
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