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Tunisia, la vertigine di poter scegliere
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19.12.2010
di Mauro Ravarino
 Il ritorno di Piero tra una Mole di critiche
 Tra gli studenti sui tetti e i lavoratori della Fiat ai cancelli, le polemiche sulle primarie «sì» o «no» (cioè che sarà del dopo Chiamparino) sono passate finora in secondo piano. Solo una ridda di nomi metabolizzata nelle sedi dei partiti del centrosinistra, rimbalzata tra i rumors del web e apparsa in sporadici dibattiti. 
C'era un tempo l'ipotetica candidatura di Francesco Profumo, il rettore del Politecnico, che sembrava piacere un po' a tutti (a buona parte del Pd che voleva farla sua, al Terzo polo che l'ha corteggiato a lungo, e fors'anche a Vendola). Sembrava, però. Lui ha temporeggiato, poi, vistosi già con un piede in Sala Rossa, a fine novembre si è ritirato dalla corsa: «Mancano le condizioni. Volevo essere espressione della società civile non candidato di un partito».
Dicono che ad affossarlo sia stato Sergio Chiamparino che, dopo aver respinto l'accusa, ha scelto di puntare su Fassino per la «successione». Un'eredità pesante quella dell'attuale sindaco, che nel 2006 fu riconfermato con il 66,6% di voti. E lo smilzo Piero, due volte ministro, dopo averci pensato a lungo, ieri, davanti all'assemblea provinciale del partito, ha sciolto ogni riserva: «Do la mia disponibilità, sottoponendomi naturalmente agli strumenti del partito». Quindi, alle primarie, che si terranno il 27 febbraio. Ed è una seconda novità, perché dopo la batosta milanese, con la vittoria di Giuliano Pisapia e la sconfitta di Stefano Boeri, la dirigenza del Pd piemontese ne avrebbe voluto fare a meno.
Primarie «sì» ma la candidatura di Piero Fassino non placa la litigiosità interna ai democratici. L'ultimo segretario dei Ds si presenta come «un nome unitario» senzaperò tenere conto che nel proprio partito sono già tre i candidati: il cattolico Davide Gariglio, consigliere regionale, Giorgio Ardito, ex presidente dell'Atc, e Roberto Placido, consigliere regionale e vice presidente di Palazzo Lascaris. «Con la candidatura annunciata di Fassino l'orologio torna indietro di trent'anni» è il commento caustico di Placido. E in campo potrebbe scendere anche l'assessore comunale Roberto Tricarico, esponente dei «rottamatori». Ogni candidato del Pd dovrà raccogliere 700 firme tra i 3500 iscritti in città. Non è una sfida facile. Tanto che per Stefano Esposito, deputato Pd, la regola di raccogliere il 20% delle firme degli iscritti «espone Fassino al rischio del fallimento in un partito diviso in bande e componenti». Il punto forte di Fassino è quello di essere un politico di statura nazionale e con una lunga biografia politica. Ma ci sono anche i punti deboli: il suo nome (che esce dalla «polverosa nomenclatura di partito») e il fatto che da troppo tempo vive più a Roma che sotto la Mole («Non sa nemmeno quali sono le strade chiuse per lavori» è la battuta velenosa che circola tra i rivali).
E se il Pd si accapiglia, la sinistra non resta a guardare. «Finalmente le primarie si fanno - esclama Monica Cerutti, consigliere regionale di Sel - erano davvero inspiegabili gli aut aut dei democratici. Noi parteciperemo con un candidato di sinistra che esca dai recinti e parli a un mondo diffuso. Per vincere». I nomi su cui si concentrano le indiscrezioni sono Gianguido Passoni, assessore comunale al Bilancio, e il segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo che per ora preferisce però occuparsi del futuro di Mirafiori.
Intanto, Fassino incassa il sostegno dell'ex presidente della Regione Mercedes Bresso, dell'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano e quello nazionale di Pier Luigi Bersani. Resta da vedere se riuscirà andare oltre all'apparato. Sulle alleanze vuole ripartire dalla coalizione che ha appoggiato Chiamparino ma guarda con attenzione al Terzo polo e vagheggia una Torino laboratorio. Il primo esperimento di matrimonio con l'Udc alle scorse regionali non andò bene. E la storia di Torino è diversa da quella di Milano: da vent'anni al governo del capoluogo piemontese si avvicendano coalizioni di centrosinistra. E i sondaggi danno ancora in testa il vecchio schieramento.
Mentre il Pdl prepara l'attacco con le primarie online, solo consultive, con Agostino Ghiglia e Michele Coppola candidati.
 
 
26.02.2011
di Mauro Ravarino - TORINO
 Fassino vuole la Mole
L'incognita è la partecipazione, quanti domani andranno a votare. Quarantamila, forse meno? Oppure ottantamila come spera Davide Gariglio, principale sfidante di Piero Fassino alle primarie per il candidato a sindaco di Torino. Un'alta affluenza premierebbe, però, secondo gli esperti, l'ex ministro della Giustizia che nel 2007 confidava di voler andare in pensione una volta compiuti i 60 anni. Avrà cambiato idea, visto che ora ne ha 61. Chiamato alla causa dal «quasi ex» Sergio Chiamparino, dopo la liquidazione del candidato della società civile il rettore del Politecnico Francesco Profumo, e incoronato dal segretario Bersani («un gesto generoso»), Fassino si trova di fronte a una sfida difficile. Ha i favori del pronostico, ma non così esagerati: sarà battaglia all'ultimo voto. Buona parte del suo partito, il Pd, solo qualche mese fa, avrebbe fatto a meno delle primarie. Il ciclone Pisapia sotto la «Madunina» ha, però, cambiato le carte in tavola anche all'ombra della Mole. Difficile, a un certo punto, non accettarle. E il «filura» (come lo chiamano a Torino) è stato il primo dei suoi a farlo.
Sono cinque i candidati del centrosinistra in lizza. Si vota fino alle 20 con la speranza di non ripetere i travagli (e gli scandali) napoletani. Due del Pd: Fassino, il più celebre, che per la campagna si è ispirato a Clint Eastwood con lo slogan «Gran Torino» e ieri ha ricevuto l'appoggio del vincitore di Sanremo Roberto Vecchioni («lo voterei se fossi di Torino»), e Davide Gariglio, classe 1967, cattolico che cita Obama («i valori del Vangelo possano sollecitare il cambiamento e il senso di giustizia della comunità»), ex Margherita, già presidente del Consiglio regionale e già mister preferenze nell'ultima tornata elettorale. Come motto ha scelto «Nuova energia per Torino», sottolineando lo scarto generazionale e la necessità di un cambiamento, punzecchiando il «vecchio» Piero e la sua candidatura «imposta da Roma e dalle nomenclature». È sceso in campo pure il radicale Silvio Viale, ginecologo in prima linea per la ru486, che tra le priorità vede «una seconda linea metropolitana».
Infine, i due candidati della sinistra, fuori dai partiti: Gianguido Passoni e Michele Curto. Dopo la rinuncia del segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo, Sel non ha scelto un candidato alternativo, ma partecipa con libertà di voto e simpatie non nascoste per i due nomi più vicini; la Federazione della sinistra invece non ci sarà, ma non è escluso un voto dei singoli militanti. Passoni, ex Pdci (ora vicino a Sel), assessore al bilancio della giunta Chiamparino, ha dato vita a uno spazio di dibattito «Torino bene comune», perché ambiente, lavoro e conoscenza, solidarietà, legalità e diritti, integrazione e cultura siano beni imprescindibili della città. Dalla sua, oltre al segretario provinciale di Sel Antonio Ferrentino, si sono schierati Luca Mercalli e il chirurgo Mauro Salizzoni. Curto è il più giovane del quintetto, trent'anni, arriva dall'associazionismo: Terra del Fuoco, che ha fondato nel 2001. È attivo in Libera con don Ciotti e fa parte di Flare, rete europea contro le mafie. Si batte per diritti e trasparenza e vuole dare rappresentazione a chi non ce l'ha, ai rom per esempio: «Noi siamo quello che non ci si aspettava, siamo la vitamina per Torino. Come le arance, siamo liberi dalle influenze». Ha l'appoggio di Airaudo e della verde Frassoni.
C'è un'asticella, per i sondaggisti, che inciderà sul risultato: 35 mila voti. Se verrà superata vincerà Fassino, se no il primo sarà Gariglio. I sostenitori del primo temono che il Pdl possa inquinare il voto. Un sospetto, un nome: Vito Bonsignore (Pdl), vecchia volpe del centrodestra piemontese. L'indiziato ha respinto ogni allusione, ma il preoccupato Piero rilancia: «Più sarà elevato il numero, più chi tenta di sporcare il voto sarà emarginato e non avrà influenza». Intervento non gradito a Gariglio, con il quale si era già beccato sulla privatizzazione dell'acqua (per il cattolico è un bene pubblico): «Se vinco diranno che il voto è inquinato». Come andrà lo sapremo domenica notte, la città è tappezzata di manifesti, ma la partecipazione dei torinesi, della sinistra, capace di una mobilitazione larga nei giorni del referendum Fiat, non sembra così calda. Sul tema Mirafiori - nell'unico faccia a faccia di giovedì - a una domanda su Marchionne, Passoni ha ribadito la sua posizione «non si possono accettare ricatti», dello stesso avviso Curto, Fassino ha invece difeso la scelta di schierarsi a favore dell'accordo con la necessità di incalzare la Fiat. Per Gariglio bisogna obbligare il Lingotto a rispettare gli impegni produttivi, per Viale «dobbiamo offrire condizioni adeguate a chi ci mette i soldi»..
 
 
01.03.2011
di Mauro Ravarino
 «L'Italia cambia da qui» E riapre a Rifondazione
 Non c'è stato nemmeno il tempo per l'ansia dell'attesa. Mezz'ora dopo la chiusura dei seggi, ai primi exit poll che lo davano al 50 per cento, si poteva già dare per certo che avrebbe vinto Fassino. Lui, Piero, è uscito dalla stanzetta del suo comitato con la testa china, l'ha alzata e ha guardato i suoi sostenitori: «Siamo in vantaggio pure in via Negarville (Mirafiori Sud, ndr), un seggio non facile per noi». Ed è scattato l'applauso, poi il boato («Piero, Piero»), gli hanno preso le braccia e gliele hanno tirate su in segno di vittoria. Il "filura" ha lasciato fare, ha sorriso, poi si è ricomposto ed è tornato nella stanzetta con i collaboratori più stretti. Si è fatto rivedere solo quando i dati si sono diventati certi e corposi. Alla fine, ha conquistato il 55,3 per cento, il doppio rispetto al temuto sfidante Davide Gariglio, 27,4. Record di votanti, 53 mila («Sono loro che hanno salvato il Pd e le primarie» ha detto il vincitore). Buona l'affermazione dei due candidati di sinistra: Gianguido Passoni (12,4 per cento) e Michele Curto (4,1). Magro risultato per il radicale Silvio Viale (0,8). 
All'indomani del voto, il candidato a sindaco del centrosinistra Fassino ha sottolineato il valore nazionale del risultato: «Qualcosa sta cambiando in Italia e ancora una volta dal capoluogo piemontese partono segnali che hanno un impatto nazionale. Ho deciso di candidarmi perché sono convinto che la classe dirigente non sia costituita solo da chi sta a Roma, ci sono postazioni strategiche, come le grandi città, che hanno la stessa influenza». «Per questo - ha concluso - penso che in tempi di federalismo, il centrosinistra nella costruzione della propria classe dirigente debba tener conto delle pluralità dei territori».
Fassino si definisce un candidato unitario e precisa: «Penso che si debba partire consolidando la coalizione che finora ha retto Torino, Pd-Idv-Sel-Moderati, ma incontrerò tutti. Un sindaco deve interloquire con la città nelle sue diverse articolazioni. Aprirò quindi un dialogo anche con Federazione della sinistra e il nascente Terzo Polo, per verificare eventuali convergenze programmatiche». Il Terzo polo non accetta: «Di certo Fassino non rappresenta nè il nuovo né l'alternativa e la sua parte politica ha ampiamente dimostrato di non saper sfruttare al meglio le tante potenzialità della città, realizzando così una politica per lo più fallimentare. È arrivato il momento di girare pagina, una volta per tutte», dice (per ora) l'Udc Deodato Scanderebech. La Fds invece accetta: «Ora incontriamoci». Nella giornata l'ultimo segretario dei Ds incassa gli complimenti di Prodi, Bersani e Chiamparino e fissa i suoi obiettivi: la riduzione delle differenze fra il centro e le periferie e una giunta al 50 per cento di donne.
Il centrodestra naviga ancora nell'indecisione. Ieri fumata nera sulla scelta del candidato. I papabili rimangono gli assessori regionali Michele Coppola e Barbara Bonino e il capogruppo comunale Daniele Cantore.
 
ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2011
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
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