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LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
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giornale martedì 17 settembre 2013
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Ottobre 2011
 
 
 
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Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
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«Perché sta fallendo l'Unione europea?»
Gabriele Polo - 21 luglio 2011
L'Europa è in pessime condizioni, non serve essere dei geni per capirlo. Ogni giorno i mercati fibrillano, la speculazione imperversa, i governi appaiono impotenti o concentrati solo sul loro «particolare». Sotto i colpi della crisi traballano Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e - sempre di più - Italia. La stessa esistenza dell'Euro - monocratico pilastro della costruzione comunitaria - non è più data per scontata. E i cittadini europei subiscono quotidianamente le conseguenze di manovre «di stabilità» che per rispettare vincoli di bilancio e salvare qualche banca rendono sempre più instabile le esistenze delle persone. A pagare i costi più alti è chi vive di salari, stipendi, pensioni o redditi precariamente saltuari. La crisi attuale, insomma, ha fatto saltare tutte le tutele (a partire dal welfare e dalle certezze occupazionali) che la vecchia Europa considerava acquisite. E che l'Ue avrebbe dovuto - era la promessa - rendere più «moderne», salde e inclusive.
La debolezza sociale ed economica (ma anche politica e, alla fine, esistenziale) che gonfia il numero dei poveri (e nutre anche i consensi delle destre estreme) con cui il vecchio continente si è presentato all'appuntamento con la grande crisi dipenderà anche da come l'Unione è nata? Dal patto di stabilita e dalle scelte liberiste e monetarie della Commissione e della Banca Centrale? E quali responsabilità, quali margini di manovra hanno ora i governi e le politiche nazionali? Sono le domande che hanno spinto il manifesto e Sbilanciamoci a organizzare una discussione sulla «Rotta d'Europa», partendo dalle caratteristiche originarie dell'Ue, per capire le cause di un fallimento in corso e individuare un cambio di direzione (che non sia, come oggi sta accadendo, una «rotta» nel senso peggiore del termine).
Ad aprire il confronto è Rossana Rossanda, con un lungo articolo, fatto soprattutto di domande, in cui si rivolge a tutti noi, ma soprattutto «agli amici economisti e ai padri e padrini (di battesimo, in senso cattolico) della Ue, nella speranza che rispondano ai dubbi che una cittadina di media cultura si pone ormai impietosamente: non c'è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?». Non è un caso che Rossanda parte dall'affermazione fatta qualche anno fa da Romano Prodi, quando si felicitava d'aver fatto l'unità dell'Europa «cominciando dalla moneta. Se avessimo cominciato dalla politica - il suo argomento - non ci saremmo arrivati mai data la storica rissosità dei singoli stati». Chissà - si domanda Rossanda - «se oggi lo ripeterebbe». Premesse alla costruzione europea che si dimostrano perlomeno discutibili, di fronte all'assenza di una politica continentale, al punto da far riemergere - e nella forme meno controllabili - proprio tutte quelle «rissosità» cui faceva riferimento lo stesso Prodi.
L'articolo di Rossanda è visibile su questa pagina e su www.sbilanciamoci.info. Siti che ospiteranno una discussione che proseguirà per tutta l'estate. Sperando di trovare qualche risposta prima dell'inizio di un autunno che non si prospetta né mite né tranquillo.
 
 
L’Europa e noi, tra passato e futuro
Rossana Rossanda - 11 novembre 2011
A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione Europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”.  (segue...)
 
 
 
Correzione di rotta.
Finanza, economia e democrazia in Europa
Mario Pianta - 5 novembre 2011
La politica europea non è riuscita a dare risposte all'altezza della crisi economica che attanaglia il continente.Non ci sono state risposte alle domande che Rossana Rossana ha posto aprendo nel luglio scorso la discussione sulla “rotta d’Europa” lanciata dal Manifesto e Sbilanciamoci.info e ripresa da OpenDemocracy.  (segue...)
 
Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia. Una sintesi del dibattito
Claudio Gnesutta - 22 ottobre 2011
I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio col precipitare della crisi europea. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, che ha concentrato troppi poteri,  la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea. (segue...)
 
Crisi in Europa, emergenza in Italia.
Pitagora*- 22 ottobre 2011
Che cosa dicono Trichet e Draghi. La situazione è seria, molto seria. All’inizio di ottobre la banca franco belga Dexia è saltata, schiacciata dalle perdite sui titoli di stato. Le svalutazioni sui titoli greci che le banche sono chiamate ad accollarsi supereranno il 60% del valore nominale. E nuove nubi si addensano sulle prospettive dell’Italia. (segue...)
 
 
Crisi, finanza e lavoro: tutte le politiche che si possono fare
Joseph Stiglitz* - 15 ottobre 2011
Il sistema che ha portato alla crisi è un “surrogato del capitalismo” fondato sull’ideologia del libero mercato. Le risposte che sono state date alla crisi hanno cambiato assai poco, il sistema resta fondamentalmente ingiusto. Ma ci sono politiche economiche che possono cambiare le cose, aumentare l’uguaglianza, l’occupazione e i salari. (segue...)
 
 
Da Versailles a Maastricht
Annamaria Simonazzi - 14 ottobre 2011
L’Europa ripete gli errori del 1919 e dimentica le lezioni di Keynes. La paralisi di oggi ci viene dall’ossessione per la “disciplina” del debito, dall’impossibilità di estendere il modello tedesco e dall’incapacità di riorientare l’opinione pubblica. Così l’austerità sta uccidendo la crescita. (segue...)
 
 
Alla ricerca del nuovo paradigma
Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini - 13 ottobre 2011
 Dopo il fallimento dell’Europa neoliberista, la via d’uscita dalla crisi richiede cambiamenti profondi. Serve una politica fiscale, industriale e del lavoro comune, che metta al centro la priorità dell’occupazione. Ma la può imporre soltanto un nuovo blocco sociale, con interessi opposti alle élite, e con la forza politica di sostituire le classi dirigenti. (segue...)
 
La crisi ambientale e la soluzione dei beni comuni 
Giovanna Ricoveri - 12 ottobre 2011
Com’è difficile uscire dal pensiero unico “industrialismo-neoliberismo” e dalla saldatura tra stato e mercato che nega la democrazia. La natura, non il mercato, è il più grande produttore di beni e servizi. E la crisi ambientale sta dietro quella dell’economia. Una crisi da affrontare mettendo al centro i beni comuni e l’auto-organizzazione sociale. (segue...)
 
Finanza, l'ultima occasione per un'altra Europa
Antonio Tricarico - 11 ottobre 2011
La finanza è uscita dalla crisi del 2008 più aggressiva di prima, ha fatto scoppiare la crisi europea, specula ora su materie prime e ambiente. Ci sono lacci per legarla – tassa sulle transazioni, controlli sulle banche, fine dei paradisi fiscali – ma l’Europa è sempre troppo in ritardo. Ora è il momento delle lotte, e di affrontare il default della Grecia. (segue...)
 
Grande Europa, grandi disuguaglianze
Maurizio Franzini - 10 ottobre 2011
L’Europa nel suo insieme ha disuguaglianze di reddito analoghe agli Usa. Le disparità sono cresciute in questi anni per effetto dei meccanismi di mercato e le politiche nazionali non le hanno fermate. L’Europa potrebbe avere gli strumenti fiscali e redtributivi per ridurle, e ridare senso all’idea di un modello sociale europeo. (segue...)
 
Se il paradiso fiscale è l’Europa
 Andrea Baranes - 7 ottobre 2011
 La mancata armonizzazione fiscale dell’Unione europea è una delle radici della crisi. La possibilità per le imprese di far apparire i profitti nei paesi che li tassano meno ha alimentato l’evasione e l’elusione fiscale e la crescita della finanza speculativa. La Ue dovrebbe iniziare a chiudere i paradisi fiscali che si trovano in casa propria.   (segue...)
 
L’impossibile ritorno al mondo di prima
Roberto Schiattarella - 6 ottobre 2011
Che cosa viene dopo l’esaurirsi del progetto politico europeo? E’ realistico pensare al superamento del neoliberismo? La politica può ancora controllare la finanza? Tre domande scomode sugli scenari che ci aspettano e le lezioni degli anni trenta.  (segue...)
 
Un'Europa dei beni comuni
Riccardo Petrella - 4 ottobre 2011
L'Europa è schiacciata tra una disintegrazione politica e una disintegrazione sociale ed economica. Da che cosa si può ri-cominciare? Dal "fare comunità", e in particolare dal "fare comunità europea". (segue...)
 
Gli europei e il ritorno al protezionismo
Anna Maria Merlo - 29 settembre 2011
Crisi dei debiti sovrani, crisi dell’euro, crisi dell’Europa. In questo periodo di minaccia di crollo sistemico, i governi sembrano impotenti a trovare una risposta comune ed efficace alla crisi, che per i cittadini è soprattutto economica, non solo finanziaria. La distanza tra governi e cittadini si fa sempre più ampia, e colpisce le istituzioni europee, travolte anch’esse da un generale discredito. (segue...)
 
Intervista a Luciano Gallino
redazione - 2 ottobre 2011
In Europa la finanza è al governo perché la Ue, non essendo un'unione politica, è indifesa nei confronti di quello che Chomski chiama il «senato virtuale»: prestatori di fondi e investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio le politiche dei governi nazionali e che se giudicano «irrazionali» tali politiche - perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi. (segue...)
 
Intervista a Giorgio Lunghini
redazione - 2 ottobre 2011
La Ue è nata con due gravi difetti strutturali, insiti nello statuto e relative funzioni della Commissione Europea e della Bce. La Ce opera di fatto come il direttorio della Ue, ma non è stata eletta da nessuno, le sue posizioni differiscono sovente da quelle del Parlamento europeo, organismo eletto, e appare in troppi casi funzionare come la cinghia di trasmissione dei dettami iperliberisti dell’Ocse e del Fmi. .(...segue)
 
Germania, l’isola felice che sente l’assedio
Ulrike Guérot* - 22 settembre 2011
La storia del successo tedesco è raccontata dagli indicatori economici visibili. Ma all’interno ci  sono segni di inquietudine, in un paese senza una visione strategica di se stesso e dell’Europa. La crisi finanziaria dell’eurozona riflette questo vuoto, che va riempito da una nuova politica europea.(...segue)
 
Far saltare il recinto neoautoritario. La rivolta come opportunità
Fausto Bertinotti - 21 settembre 2011
Per riaprire la partita, bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. (...segue)
 
Europa, la politica che manca
John Palmer - 20 settembre 2011
Gli sviluppi dei prossimi mesi saranno determinanti rispetto alla possibilità di tenuta  dell’Eurozona. La tenuta  dell’Eurozona a sua volta deciderà l’esito del processo di integrazione europea perseguito negli ultimi cinquant’anni: sarà marcia indietro, o un passo avanti verso un governo economico comune?(...segue)
 
Europa: l’eclisse della ragione e della democrazia
Sergio Bruno - 19 settembre 2011
Coloro che considerano se stessi quali élites hanno sempre aspirato a governare, possibilmente in un rispettabile ambiente democratico e seguendo le sue regole. Gli ultimi trent’anni hanno conosciuto un tentativo, da parte di varie tecnocrazie, di acquisire una egemonia nelle faccende economiche di maggiore importanza.(...segue)
 
Europa senza rotta e senza ideologia
Ugo Mattei - 17 settembre 2011
 
Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere ed il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’ Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione.(...segue)
 
Quale Europa
Francesco Ciafaloni - 16 settembre 2011
L'Unione europea, nelle intenzioni di quelli che per primi l'hanno sostenuta, non è solo un espediente per armonizzare le politiche fiscali e ridurre le differenze di Pil pro capite, che non si sono ridotte.  L'Unione europea è la pace in Europa; e, in prospettiva, tra l'Europa e il mondo. (...segue)
 
La luce in fondo al tunnel
Riccardo Bellofiore - 15 settembre 2011
Rótta può significare direzione; ma anche sconfitta, sbaragliamento. Di questo stiamo parlando, per quel che riguarda la sinistra. O si parte dalla coscienza che si è al capolinea o siamo morti che camminano. La luce in fondo al tunnel è quella di un treno ad alta velocità che ci viene incontro. (...segue)
 
Oltre l'euro
Isidoro Davide Mortellaro* - 14 settembre 2011
L'euro, moneta senza sovrano, pometteva stabilità e crescita. Crea instabilità, allarga asimmetrie, nutre populismi, qualunquismi, persino impazzimenti nichilistici. Autonomo per mandato costituzionale da ogni comando politico o istituzionale, l'euro s'accanisce bulimico a consumare istituzioni e politica. (...segue)
 
L’Europa che non c’è
Nicola Melloni – 13 settembre 2011
L’incapacità politica e culturale nel fornire una risposta progressista alla crisi attuale è forse l’aspetto più preoccupante di questo scorcio di inizio secolo. Né la sinistra radicale sembra in grado di dettare una nuova agenda, vuoi perché troppo debole, vuoi perché in realtà una agenda veramente innovativa manca ancora. (...segue)
 
Europa, la crisi dalle molte teste
Mary Kaldor* - 11 settembre 2011
Le proteste sociali hanno bisogno di una risposta istituzionale: è possibile un'Europa di pace, verde, democratica e cosmopolita, al posto di una burocrazia neoliberista? (...segue)
 
La grande crisi, l'Unione Europea e la sinistra
Felice Roberto Pizzuti - 9 settembre 2011
 Per un'applicazione più "rigorosa" delle vecchie regole la Sinistra è inutile. Serve invece se c'è del nuovo da tentare, per rilanciare in Europa una crescita ricca di equità e di democrazia sociale.(...segue)
 
Quando l’Europa ha svoltato a destra
Bengt-Aake Lundvall - 4 settembre 2011
Le buone intenzioni di Lisbona 2000, la svolta neoliberale e gli errori di Europa 2020. Il risultato è una costruzione europea instabile, vulnerabile e impopolare. Si deve ripartire dall’economia della conoscenza e da un’Europa sociale. La vecchia strada ora porta alla depressione mondiale. (...segue)
   
L’Europa che c’è e la politica per cambiarla
Monica Frassoni*  - 3 settembre 2011
Prendiamo sul serio l’Europa che abbiamo, che va molto al di là della moneta. Non ripetiamo le occasioni perdute dalle sinistre di governo e le campagne anti-Europa dei referendum che non hanno dato risultati. Il punto è cambiare le politiche europee, tenendo insieme contenuti e consenso.(...segue)
 
Il diritto al default come contropotere finanziario
Andrea Fumagalli*  - 1 settembre 2011
Una finanza mondiale grande otto volte l’economia reale non è sopportabile. La politica monetaria aiuta la speculazione e solo il diritto all’insolvenza degli stati potrebbe smontarne il potere. L’Europa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali. (...segue)
 
Solo un Leviatano può salvarci
Gianni Ferrara -  29 agosto 2011
Un mese fa Rossana Rossanda riflettendo sulla crisi che attraversa l’Europa, poneva “agli amici economisti e ai padri e padrini (di battesimo cattolico) della Ue” una domanda evidentemente retorica. Questa: “Non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?” (...segue)
 
Crisi in Europa e Stati Uniti. Se una marziana ci visitasse...
Grazia Ietto Gillies - 26 agosto 2011
 Troppi profitti dalla finanza, troppo pochi dagli investimenti che servono all’economia e alla società. Mancano i consumi, la politica è assente, la crisi si aggrava. Dopo gli errori dell’Europa neoliberista, siamo all’autodistruzione del capitalismo?(...segue)
 
Qualche notazione su pareggio di bilancio e art. 81 Cost.
Paolo De Ioanna  - 25  agosto 2011.
La sola centralizzazione della decisione nel governo, col parlamento che fa da spettatore muto, non serve a tranquillizzare i mercati e certamente non produce soluzioni per la crescita. Blindare la scelta del governo, senza controllo e discussione vera in parlamento, è un tradimento della democrazia europea. (...segue)
 
Lo stato dell’Unione, tra mercato e democrazia
Claudio De Fiores - 24 agosto 2011
Un’unione politica senza politica economica, una moneta senza Stato, una forma di governo senza governo e senza bilancio. L’integrazione europea si è appiattita sul mercato ma l’Europa non si esaurisce nelle politiche liberiste. Quello che serve sono nuove basi democratiche per il processo d’integrazione.(...segue)
 
L’uscita dall’euro prossima ventura
Alberto Bagnai  - 22 agosto 2011
 
Il problema non è il debito pubblico, ma il debito estero, e i paesi che mantengono la loro moneta possono cavarsela con la svalutazione. L’Unione monetaria attuale serve solo alla Germania, impone bassi salari e disciplina economica. Finirà con l’uscita dell’Italia dall’euro.(...segue)
 
 
Avanti tutta. Per l'Europa verde
Sergio Andreis - 20 agosto 2011
La gestione di Bruxelles ha sempre tradito le aspettative e gli impegni. Ora c'è una prospettiva "verde" che potrebbe salvare, qui e ora, l'economia e la società dell'Unione europea. Basta utilizzare seriamente le risorse di ricerca e innovazione, con puntualità e rigore (...segue)
 
L’incontro Merkel- Sarkozy: un vertice contro l’Europa
Alfonso Gianni - 20 agosto 2011
Più che il classico topolino il vertice dei due leader dei più forti paesi del continente ha prodotto un vero e proprio mostriciattolo. Non tragga in inganno l’accelerazione, soprattutto da parte francese, sulla introduzione della Tobin Tax, che peraltro fa già innervosire i mercati finanziari. (...segue)
 
Le tre Europe con cui fare i conti
Guglielmo Ragozzino - 16 agosto 2011
La discussione sull’Europa si intreccia alla nuova manovra di casa nostra, che moltiplica le iniquità. Poi ci sono le rivolte inglesi, i conflitti che non si fermano. Ci sono altre Europe sotto i nostri occhi, quella delle disuguaglianze, delle guerre, del disastro ambientale. Altre Europe con cui fare i conti (segue)
 
Oltre l'euro
Claudio Gnesutta - 13 agosto 2001
C'è una difficoltà dirimente: l’esistenza nel corpo sociale europeo di una contrapposizione – tra i differenti stati e all’interno di ciascuno di essi – di visioni radicalmente alternative sul modello di società che si intende realizzare. È tutt’altro che maggioritaria una prospettiva diversa dalla “società di mercato” proposta-imposta finora nei fatti. (...segue)
 
L’idea di Europa fra utopia, realismo e lotta
Sergio Cesaratto - 12 agosto 2011
Senza un'azione forte la rottura dell'Ume può essere questione di settimane. La Bce deve intervenire e la sinistra darsi da fare. Subito. In Italia, i giovani potrebbero occupare le sedi europee per ascoltare lezioni di economisti critici (...segue)
 
Cambiare strada per un’altra Europa
Roberto Musacchio - 11 agosto 2011
Ma come è possibile che un’impresa considerata da tutti storica come quella dell’adozione dell’euro si accompagni a una crisi economica e sociale dell’Europa e a un malessere degli europei della portata di quella che stiamo vivendo? Una crisi che peraltro appare sempre più avvitata su se stessa e impermeabile alle cure da cavallo che vengono somministrate. (...segue)
 
 
Movimenti e democrazia. Un’altra rotta per l’Europa?
Donatella Della Porta - 10 agosto 2011
Non c’è dubbio che la crisi in Europa è crisi di democrazia, oltre che, o anche prima ancora che, crisi finanziaria. Il neoliberismo è stato ed è, infatti, una dottrina politica che comporta—come bene ha mostrato Colin Crouch nel suo Post-Democrazie—una visione minimalista del pubblico e della democrazia. (...segue)
 
Come si decide in Europa?
Laura Balbo - 9 agosto 2011
Nelle vicende dell’Unione europea ci sono molti passaggi su cui ha senso interrogarsi. Rilevanti, ovviamente, non solo per leggere come si è arrivati alla situazione in cui ci troviamo adesso: soprattutto per guardare avanti. Appunto per guardare avanti riprendo la sollecitazione che viene dalle analisi e domande – soprattutto dalle domande – che Rossana Rossanda ripetutamente pone (“a chi ne sa più di me”). (...segue)
 
Corsa alle scialuppe di salvataggio: l’euro ce l’ha fatta?
Immanuel Wallerstein - 6 agosto 2011
La posizione ufficiale quasi dappertutto è che l’economia-mondo presto si riprenderà, se solo facciamo questo o quello. Ma il fatto è che nessuno - né i governi, né le megabanche e nemmeno gli economisti coi paraocchi - ci crede  davvero. Il mondo attraversa una depressione, e vacilla sull’orlo del vero e proprio crollo. Nessuno da nessuna parte sarà esente dalle ripercussioni negative di quel crollo anche se pochi fortunati riusciranno ad approfittarne per arricchirsi. (...segue
 
L'Italia al bowling d'Europa
Guido Viale - 5 agosto 2011
La Grecia non è che il primo di molti birilli presi di mira nel gioco del bowling che tiene impegnata la finanza internazionale. Che le finanze greche possano salvarsi ormai non lo crede più quasi nessuno. E’ l’intera costruzione dell’Unione Europea che rischia il collasso. E al centro di questa evenienza c’è l’euro. L’dea che si possa espellere dall’euro, uno a uno, i corpi infetti non sta in piedi. (...segue)
 
L’UE, le sinistre e l’Italia
Stefano Fassina - 3 agosto 2011
Le domande poste da Rossana Rossanda sulle senso dell'Unione Europea vanno al cuore del problema. Si chiede, in sintesi: non c'è stato qualche errore nella costituzione dell'Unione Europea? Come si ripara?(...segue)
 
Se la politica si riprendesse la moneta
Sergio Ferrari, Paolo Leon, Daniela Palma, Roberto Romano - 1 agosto 2011
In Europa si vivono due crisi: la prima, economica, si esprime in tassi di crescita tanto bassi da lasciare invariato o addirittura da aumentare un tasso di disoccupazione socialmente ed economicamente molto costoso. (…) La seconda crisi colpisce lo Stato. (...segue)
 
L’Europa, la Grecia e la rotta dell'Euro
Vincenzo Comito - 28 luglio 2011
È stato già sottolineato da qualche commentatore come la crisi attuale dell’Europa sia nella sostanza di tipo politico, mentre si manifesta apparentemente soprattutto come crisi finanziaria. Essa nasce a suo tempo dall’abbandono del loro campo proprio da parte dei politici del continente – di destra e di sinistra –, a favore delle volontà dei mercati, delle banche, delle agenzie di rating. (...segue)
 
I perché della crisi
Mario Pianta - 23 luglio 2001
La mitologia ci racconta di una giovinetta, Europa. Zeus la vede, si trasforma in toro, la fa salire sul dorso, la porta oltre il mare a Creta, la possiede. Ai giorni nostri il toro è il simbolo dei mercati finanziari, e il ratto e la violenza d’Europa sono un’efficace metafora di quanto sta accadendo.
 
La rotta d'Europa
Rossana Rossanda - 19 luglio 2011
Qualche anno fa Romano Prodi si è felicitato di aver fatto l’unità dell’Europa cominciando dalla moneta. Se avessimo cominciato dalla politica – è stato il suo argomento – non ci saremmo arrivati mai data la storica rissosità dei singoli stati. Mi domando se lo ripeterebbe oggi.

E’ vero che la moneta unica, l’euro, c’è ed è diventata la seconda moneta internazionale del mondo, ma lui medesimo, che aveva a lungo diretto la Commissione, Jacques Delors, che l’aveva preceduto - nonché Felipe Gonzales, presidente all’epoca del governo spagnolo ed altri minori responsabili di quegli anni - hanno scritto sabato su “Le Monde” un preoccupato testo sul suo destino. Quattro paesi dell’Unione, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono indebitati fino agli occhi e sono entrati in una zona di turbolenza pericolosa per tutto il continente. Soprattutto i padri dell’euro riconoscono che “certe misure” che si sarebbero dovute prendere a suo tempo, “come un coordinamento delle politiche economiche”, non sono state prese e “si stanno elaborando oggi “ e “nel dolore”. Di furia, perché siamo alle strette. Se ho capito bene, si tratta di alleggerire il debito greco con l’emissione di Eurobonds che se ne assumono una parte a lunga scadenza (e senza specularci sopra come hanno fatto le banche tedesche e francesi) e poi andare a un programma economico di tutti i paesi europei che cessi di lasciare ciascuno a cavarsela da sé. E non getti sui cittadini greci tutto il “dolore” e il peso del rientro del debito e della ricostruzione di una economia. Paghino una parte del conto “i grossi investitori istituzionali”, cioè le banche estere hanno investito a rischio, e il rischio è il loro mestiere.

Parole prudenti, ma sufficienti, penso, a non trovare l’accordo dei paesi che si riuniranno giovedì 21 a Bruxelles - per cui la Germania sarebbe stata incline a prendere più tempo. Un suo illustre economista sostiene, una pagina più in là, che bisogna invece mettere la Grecia temporaneamente fuori dall’euro a spicciarsela con le sue dracme, una loro energica svalutazione e senza l’aiuto degli Eurobonds. E’ la linea liberista. Che si incrocia, in tutt’altra prospettiva, con quella di Amartya Sen, di alcuni economisti e sociologi francesi come Jacques Sapir e Emmanuel Todd e di politici di sinistra come Mélenchon e una parte dell’amletico Partito socialista, e dell’estrema destra di Marine Le Pen - via dall’euro e per sempre.

Non so - non trovando traccia delle procedure di abbandono dell’euro nelle varie bozze di trattati - se sia fattibile né ho capito in che cosa migliorerebbe le condizioni della Grecia un ripescaggio della dracma; la poderosa svalutazione si accompagnerebbe, certo, a una maggiore possibilità di esportare i suoi prodotti (ammesso che ne abbia di appetibili oltre il turismo) ma anche a un aumento, di proporzioni pari, del debito con le banche tedesche. O sbaglio?

Sta di fatto che alla vigilia del ventesimo compleanno della moneta europea, il giudizio su che fare  è una cacofonia. Non a caso l’appello di cui sopra chiama prima di tutto ad avere “una visione chiara” e condivisa dello stato dell’Europa. Sarebbe stato utile arrivarci prima e non con il coltello alla gola. Oltre alla Grecia infatti, Portogallo, Spagna e Italia hanno accumulato un indebitamento pubblico mostruoso e vacillano sotto l’occhio spietato e non disinteressato delle agenzie di rating. Per il patto di stabilità non si dovrebbe superare il 60 per cento del Pil mentre noi, per esempio, siamo al 120. Ma la nostra economia appare in stato ben migliore di quella greca e, cosa che conta, il nostro indebitamento è soprattutto all’interno, non ci sono banche tedesche che ci ringhiano addosso.

Per cui anche se Moody ci abbassa la pagella, la Commissione si limita a ordinarci cure da cavallo, tipo la manovra votata a velocità supersonica qualche giorno fa, per “rientrare”. La cui filosofia è uguale per tutti: tagli alla spesa pubblica (scuole ospedali e amministrazioni locali in testa), vendita di tutto il vendibile (perché la Grecia non cederebbe il Partenone a Las Vegas?), privatizzare il privatizzabile, cancellazione dello stesso concetto di “bene pubblico”. Il governo greco, naturalmente di unità nazionale come tutti quelli delle catastrofi, è andato già a un taglio del 10 per cento dei salari e delle pensioni, e la collera e le manifestazini della gente vengono dalla disperazione. E già per l’euro è un sisma.

Forse non è inutile ricordare che fra pochi giorni, il 2 agosto, gli Stati Uniti si troveranno, mutatis i molti mutandis, nella situazione greca di non poter pagare i salari né onorare le proprie fatture, perché il debito pubblico ha superato il tetto imposto dalla legge. Senonché a innalzare quel tetto basta un accordo fra i democratici e i repubblicani, che finora lo hanno negato. Nessuno stato europeo può invece spostare da solo il patto di stabilità. Più che consolarsi sulle vaghe analogie sarà meglio chiedersi se questi indebitamenti dell’ex ricco occidente non abbiano qualche radice comune.

Mi rivolgo a chi ne sa più di me, cioè agli amici economisti e ai padri e ai padrini (di battesimo, in senso cattolico) della Ue, nella speranza che rispondano ad alcune altre domande che a una cittadina di media cultura si presentano ormai impietosamente. Non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?

La prima domanda è come mai i padri dell’euro si erano convinti che un’unificazione della moneta sarebbe stata di per sé unificatrice di un’area vasta di paesi dalla struttura economica così diversa per qualità e robustezza. Tanto convinti da non avere previsto misure di recupero per chi non riuscisse a stare nel patto di stabilità. Non è forse che consideravano impensabile che la mano invisibile del mercato non riuscisse ad allineare a medio termine le economie di questi paesi? Per cui bastava affidarsi a una politica monetaria e attentamente deflazionista - linea che la Bce ha fedelmente seguito - per garantirne il successo? L’euro e la Ue sono nati in quella fede nel liberismo, che von Hajek aveva ripreso, proprio prima della guerra, contro la politica rooseveltiana seguita al 1929 e le proposte di Beveridge e di Keynes di trarre da quella crisi la consapevolezza del pericolo che rappresenta una frattura economica e sociale profonda, trovarsi di fronte una destra populista come quella che negli anni ’30 si sviluppò, oltre il fascismo, nel Terzo Reich di Hitler, nella Grecia di Metaxas e nella Spagna di Franco? Non era necessario evitarla andando a un vero compromesso fra le parti sociali, costringendo i governi a (mi sia premesso il gioco di parole) costringere il capitale a cedere una parte meno iniqua del profitto alla monodopera, in modo da: a) garantirsi una certa pace sociale (c’era ancora di fronte l’Urss che aveva fatto arretrare i tedeschi a Stalingrado); b) garantire un potere d’acquisto di massa per una produzione di massa (fordista)? Le costituzioni e le politche dei governi europei del secondo dopoguerra andarono, più o meno, tutte in questa direzione.

Dalla quale la Ue svoltava decisamente.Tre anni prima era caduto il Muro di Berlino, e i partiti di sinistra e i sindacati avrebbero seguito, più o meno convinti, la strada. I conti della scelta liberista ci sono oggi davanti agli occhi.

Al di là degli effettivi successi in campo giuridico in tema di diritti umani, non è forse vero che, malgrado le enfatiche dichiarazioni, i vari trattati, quello di Nizza incluso, registrano un arretramento dei diritti sociali rispetto ai Trenta Gloriosi? Probabilmente si riteneva che costassero troppo: nessuno è stato eloquente su questo punto come il New Labour di Tony Blair. Sta di fatto che, dichiarando nobilmente la piena libertà di circolazione delle persone, delle imprese e dei capitali, messi sullo stesso piano, la Ue dava libero corso alla finanza, alle delocalizzazioni e assestava ai lavoratori una botta epocale.

Cittadini, imprese e capitali non sono infatti soggetti della stessa natura, e non hanno la tessa libertà di movimento. Altra cosa è spostarsi in Lituania per il salariato di una impresa lombarda ed altra per la sua impresa andarvi in cerca di dipendenti da pagare di meno. E ancora altra lo spostarsi virtuale di un quotato in borsa da Milano a Tokio. Ma non stiamo a fare filosofia. Con la Ue cessava infatti ogni controllo sul movimento dei capitali in entrata e in uscita, non solo da parte di ogni singolo stato ma del continente; e siccome in Europa i lavoratori avevano raggiunto collettivamente un salario più alto e una normativa migliore che nel resto del mondo, i capitali scoprivano presto che potevano ottenere dalle operazioni finanziarie un profitto assai più ingente di quello che si poteva ottenere dagli investimenti nella produzione, materiale o immateriale che fosse. La finanza ha preso un ritmo di crescita senza precedenti, le sue figure si sono moltiplicate inanellandosi su se stesse fino a perdere ogni base effettiva, abbiamo scoperto parole suggestive, come i fondi sovrani, i trader, gli asset, i futures, e capito meglio a che e a chi servisse un paradiso fiscale, la Ue liberista apriva insomma il varco a manipolazioni non illegali ma mai conosciute prima, le stesse che gonfiandosi hanno formato la grandiosa bolla finanziaria scoppiata nel 2008. Nella quale gli stati sono dovuti intervenire con i soldi pubblici per evitare il crollo delle banche (una, la Lehman Brothers, è colata a picco) e dei relativi e ignari depositari. Coloro che erano stati consigliati di comperare una casa dall’allegria finanziaria delle banche stesse si sono trovati per strada. Un trader più esperto dei suoi superiori ha fatto perdere cinquecento milioni di euro alla antica Sociéte Générale, per amore della mirabolante professione, senza mettersi in tasca un quattrino. Alcuni imbroglioni hanno fatto miliardi, uno di loro, Madoff, s’è fatto pescare. Il G20 e il G21, riuniti in fretta, hanno innalzato lamenti, denunciato la finanza, inneggiato all’intervento dello Stato, denigrato fino un mese prima, deprecato l’esistenza dei paradisi fiscali e si sono fin giurati di ridare “moralità” al capitale. Ma tutto è tornato come prima, neppure l’obbiettivo più semplice, chiudere con i paradisi fiscali, è stato realizzato. L’investimento nella finanza resta golosissimo.

Sulla stessa linea, i capitali che restavano nella produzione scoprivano che avrebbero realizzato ben altri profitti se avessero spostato le loro imprese fuori dall’Europa occidentale, dove imperversano ancora, sebbene assai allentati, i “lacci e lacciuoli” e la “rigidità” del lavoro. Così succede, per offrire qualche esempio, che un gruppetto bresciano si sia acquistato in Francia una vecchia e gloriosa marca di piccoli elettrodomestici per portarla in Tunisia (prima della rivolta). Che un miliardario indiano si sia acquistato le residue acciaierie d’Europa per chiuderle, restando solo sul mercato con l’azienda paterna. I governi non si pemettono più di intervenire sulle parti sociali, correndo dietro ai capitali e mettendogli il sale sulla coda con agevolazioni e detassazioni. Chi non sa che una impresa paga meno tasse di quanto debba pagare un salariaro? Se poi è una multinazionale del petrolio, come la Total, che è insediata in diversi paesi, può succedere che in Fracia non paghi nulla.

Infine, il capitale ha avuto più intelligenza delle sinistre nel puntare sul trasferimento del lavoro in tecnologia. Poteva essere un enorme risparmio di fatica e un enorme aumento della produttività della manodopera, ma è solo servito a ridurla. Può sorprendere che in tutta Europa i disoccupati superino oggi i cento milioni? Che il 21 per cento dei giovani non trovi lavoro? I governi pensano poi a demolire, per facilitare le imprese, le difese restanti del salario e della normativa nel lavoro dipendente. L’invenzione del precariato è stata geniale. Certo resta ancora da fare per raggiungere l’inesistenza di diritti e contratti collettivi dell’Egitto e della Cina, ma si direbbe che l’obiettivo sia quello.
Come si faccia a tener alte le entrate e modificare la crescita e in direzione compatibile con un impoverimento diretto e indiretto, attraverso i tagli nel welfare della grande maggioranza delle nostre societa è per me un mistero. Come si possa stupirsi che gli operai, occupati o disoccupati, scombussolati dalle scelte dei partiti di sinistra e dei sindacati, non amino questa Europa? E crescano dovunque in voti le destre?

Vorrei essere smentita. E che mi si dimostrasse che l’Europa non c’entra, che non può, e non solo non ha voluto, far altro.
 
 
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