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LA ROTTA D'EUROPA
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Europa, la politica che manca
John Palmer - 20 settembre 2011
  
Il dibattito su “La rotta d’Europa” su il Manifesto e Sbilanciamoci ha alzato il livello della discussione sul futuro dell’Unione Europea. Come hanno spiegato molti interventi, l’Europa non attraversa solo una crisi  economica, ma anche una profonda crisi politica e sociale. Gli sviluppi dei prossimi mesi saranno determinanti rispetto alla possibilità di tenuta  dell’Eurozona; un piccolo, ma importante passo avanti è venuto la settimana scorsa, con la decisione della Corte costituzionale tedesca secondo la quale il recente aiuto per “salvare” le economie in sofferenza dell’Eurozona è legale. La tenuta  dell’Eurozona a sua volta deciderà l’esito del processo di integrazione europea perseguito negli ultimi cinquant’anni: sarà marcia indietro, o un passo avanti verso un governo economico comune?
Un’Eurozona che perde i pezzi avrebbe gravi ripercussioni sulla già fragile cooperazione economica globale, ora che il mondo si trova ad affrontare la più grave minaccia di depressione dopo quella degli anni Trenta. Una frammentazione dell’Eurozona, con le inevitabili fratture che si manifesterebbero all’interno dell’Unione europea, non farebbe che acuire le tendenze a scaricare i propri problemi su altri paesi, con svalutazioni competitive sui mercati delle valute, fino al protezionismo e alle guerre commerciali. Sappiamo tutti come è andata a finire negli anni Trenta. 
Le questioni che pesano sul futuro della Ue vanno ben al di là delle traversie dell’Euro e riflettono le preoccupazioni sul funzionamento delle istituzioni dell’Unione. Il sostegno popolare a un’ulteriore integrazione europea va svanendo, una tendenza  questa che viene cavalcata in troppi paesi dell’Unione da un’estrema destra sempre più risoluta, anti-europeista e contraria all’immigrazione.
All’interno della stessa  Ue c’è sempre meno fiducia e comprensione del complesso sistema di governance europeo.L’euro-scetticismo più duro è limitato a una minoranza, ma tanti cittadini si sentono lontani dal processo decisionale europeo e lamentano la mancanza di responsabilità democratica. Insieme al sostegno ai partiti populisti di destra, cresce l’opposizione viscerale a ulteriori allargamenti dell’Unione.
I governi di centro-destra e quelli conservatori degli stati membri – che rappresentano la grande maggioranza del Consiglio europeo – hanno mostrato una deprecabile mancanza di leadership durante la crisi dell’Eurozona. A ogni passo la loro reazione agli sviluppi sui mercati valutari mondiali è stata lenta, debole e spesso paralizzata dai contrasti interni.
 
Ma la crisi riguarda anche la sinistra europea. Una decina di anni fa nella Ue la maggior parte dei governi erano guidati da socialdemocratici, da soli o in coalizione. Oggi il centrosinistra è fuori gioco in quasi tutta l’Unione, salvo che in Grecia, Spagna e pochi altri paesi. Perfino nelle loro roccaforti nordiche, come Finlandia e Svezia, i socialdemocratici si trovano all’opposizione per la seconda legislatura consecutiva. I partiti socialdemocratici (compreso quello laburista inglese) sembrano paralizzati dalla crisi globale del capitale finanziario. Non sanno come rispondere alla perdita di consenso per il libero mercato neoliberista (col quale avevano stretto forti legami nel periodo in cui erano al governo) né come articolare un’alternativa coerente.
Questo spostamento del centro di gravità politica dell’Ue ha avuto un forte impatto sul carattere di gran parte delle istituzioni europee. Dieci anni fa i socialdemocratici erano la forza preminente del Consiglio dei ministri, vantavano una maggioranza di Commissari Ue e costituivano il primo partito del Parlamento europeo. Oggi il centro-destra ha il dominio politico dell’Unione e assistiamo anche a un preoccupante aumento, nell’Europa occidentale come in quella dell’Est, del sostegno a formazioni di estrema destra populiste, eurofobiche, razziste (e in qualche caso neo-fasciste).
La decisione di concedere un soccorso finanziario di breve termine alle traballanti economie “periferiche” dell’Eurozona, come Grecia e Portogallo, non ha risolto la crisi; i mercati finanziari si interrogano sulle capacità di tenuta dell’economia italiana e ci sono seri dubbi sulle capacità di Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo di avere la crescita economica necessaria a pagare i debiti dopo il 2013. Ma le condizioni di fondo imposte per i piani di salvataggio –gli enormi tagli alla spesa pubblica – anziché rafforzare, indeboliscono la possibilità di crescita che consentirebbe alle economie periferiche di uscire dalla crisi. E’ sempre più probabile che la Grecia prima, e poi il Portogallo e l’Irlanda, debbano “ristrutturare” il loro debito.
È chiaro che le misure finora adottate per far fronte alla crisi sono insufficienti. La previsione è che a breve il Presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, proporrà misure più radicali per rafforzare la governance collettiva dell’Eurozona; il che quasi certamente comporterà ulteriori modifiche ai Trattati della Ue. Non è chiaro invece se – nonostante  le misure più incisive adottate per il coordinamento della politica economica nell’Eurozona – gli stati membri seguiranno il tradizionale ‘metodo comunitario’ o se i leader della Ue cercheranno di mantenere questo processo al livello inter-governativo. A prescindere dai vantaggi politici che presenta, intensificare la cooperazione inter-governativa comporta il rischio di indebolire le istituzioni dell’Unione e la loro legittimazione democratica.
 
Che fare?
 
L’intervento al dibattito di Sergio Ferrari, Paolo Leon, Daniela Palma e Roberto Romano presenta alcune misure innovative che le autorità dell’Eurozona potrebbero adottare per gestire la riduzione del debito in eccesso, tra cui il trasferimento del 60% del debito alla Bce attraverso l’emissione di eurobond. E suggerisce inoltre investimenti su progetti di sviluppo sostenibile che dovrebbero essere finanziati da titoli della Banca europea per gli investimenti. I membri del Parlamento europeo dovrebbero sollecitare con urgenza la formulazione di proposte in questo senso da parte dalla Commissione europea.
Se – ed è un grosso “se” – alla fine si dovesse davvero dar vita a una seria governance dell’Eurozona, evento giustamente auspicato da Giuliano Amato nell’intervista a Rossana Rossanda, bisognerebbe avviare un dibattito sugli obiettivi e sulla politica macroeconomica dell’Eurozona. L’attuale ortodossia economica, che mette l’accento sull’austerità ad esclusione più o meno di tutto il resto, non può che aggravare la crisi attuale.
Ci sono ottimi per sostituire i vecchi parametri sulla crescita economica con indicatori più completi di sviluppo sostenibile sul piano economico e sociale. Ciò rovescerebbe l’attuale scarsissima considerazione per le potenzialità economiche di politiche per la sostenibilità ambientale e la coesione sociale, che potrebbero costituire invece le basi di quella sorta di “Piano Marshall per la ripresa” immaginato da Mary Kaldor nel suo intervento al dibattito.
L’appello “Cambiamo l’Europa” (www.changeforeurope.eu) firmato da Jacques Delors e da un gran numero di eminenti leader politici europei – socialisti, socialdemocratici e verdi – potrebbe  costituire la base per un’ampia campagna delle forze di centrosinistra, socialiste e verdi che chiedono un cambiamento radicale delle politiche attuali dell’Eurozona e al tempo stesso un rafforzamento della governance collettiva.
L’Euromemorandum – una rete di economisti europei socialisti e verdi, di cui faccio parte  – ha pubblicato una serie di proposte per una  strategia radicale di riforma economica e sociale (si veda http://www.euromemo.eu/euromemorandum/euromemorandum_2010_11/index.html)
Le proposte di  Euromemorandum chiedono che la Bce risponda in modo democratico delle sue politiche, controlli più severi sulle banche, il divieto delle transazioni fuori bilancio e una tassa sulle  transazioni finanziarie. Quanto alla politica macroeconomica, Euromemorandum propone che il Patto di stabilità e crescita sia sostituito dall’impegno a espandere la domanda per promuovere la piena occupazione; la Ue dovrebbe accollarsi e garantire una percentuale del debito di ciascuno degli stati membri; il debito pubblico contratto per dare aiuto al settore finanziario potrebbe essere recuperato attingendo al settore privato attraverso una tassa patrimoniale.
Tra le altre proposte ci sono politiche per favorire l’occupazione e un lavoro dignitoso per tutti, investimenti pubblici che creino lavoro soprattutto per i giovani, riduzione dell’orario di lavoro. Poi l’armonizzazione delle aliquote fiscali in Europa, con un’aliquota minima per le persone fisiche e le aziende, e la chiusura dei paradisi fiscali.  Occorre poi attuare un efficace programma antipovertà mirato a gruppi specifici  (bambini, donne, anziani, disoccupati) e adottare programmi per contrastare l’occupazione sotto-retribuita. Euromemorandum chiede infine una riduzione concertata in tutto il territorio della Ue  dell’impronta ecologica dell’economia europea, del consumo energetico, dei flussi di materiali, dei trasporti inutili, lanciando un Piano europeo per lo sviluppo sostenibile.
Nel suo intervento Mary Kaldor sottolineava l’urgenza di “rinvigorire la democrazia sia a livello locale sia a livello europeo”.  È essenziale che al  Parlamento europeo siano conferiti poteri ulteriori, indispensabili se si vuole dare credibilità a un “governo” economico più forte per l’Eurozona.
Una maggiore collaborazione tra i parlamentari europei è di importanza cruciale per garantire che la cooperazione intergovernativa sulle questioni di sicurezza interna possa avere un impatto sulle libertà civili. Di tutte le istituzioni della Ue, il Parlamento europeo è quello la cui influenza politica è cresciuta di più e sembra destinato ad assumere un ruolo sempre più importante. Il  Parlamento europeo eleggerà i futuri presidenti della Commissione e dovrebbe arrivare a condividere con la Commissione il diritto a legiferare per l’Unione europea.
 
La scarsa affluenza alle urne per le elezioni europee è un serio problema. Alcuni traggono le conclusioni che la ricerca di un demos europeo sia destinata a fallire e insistono perché il controllo democratico esercitato dalla Ue torni esclusivamente  nelle mani dei parlamenti nazionali. Eppure sono gli stessi rappresentanti nazionali a riconoscere la loro incapacità sistemica a richiamare i rispettivi governi alle loro responsabilità nel processo decisionale della Ue. Le elezioni del Parlamento europeo si giocano su temi puramente nazionali e non riescono a proporre agli elettori alternative serie riguardo al tipo di società europea che vogliamo costruire. Se i partiti europei avessero il potere di entrare nella battaglia elettorale con programmi specificamente europei, e di nominare un esecutivo europeo – la Commissione – allora si offrirebbero agli elettori significative possibilità di scelta, e dunque maggiori incentivi al voto.
Il lento emergere, malgrado tutto, di una “politica europea” è testimoniato dal fatto che i voti  del Parlamento europeo riflettono sempre più spesso differenze ideologiche piuttosto che nazionali. I raggruppamenti del Parlamento europeo (socialdemocratici, cristiano-democratici, progressisti, verdi, socialisti di sinistra, populisti ed estrema destra) si stanno gradualmente evolvendo in veri e propri partiti politici europei.
Ora è essenziale che i primi, timidi passi in direzione di  un “fronte unito” di forze socialdemocratiche progressiste, socialiste e verdi sia accompagnato da una decisa campagna in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo, per affrontare la battaglia per la Presidenza della Commissione e porre così le basi della traiettoria politica della prossima Commissione. Occorrerà per questo impegnarsi a fondo in una campagna elettorale basata sulle alternative europee più che sulla solita ripetizione di scontri politici a livello nazionale.
I parlamentari europei dello schieramento progressista dovrebbero sostenere la proposta dell’europarlamentare inglese Andrew Duff, un liberale federalista, che auspica la creazione di una “costituente pan-europea” per le prossime elezioni – un passo che potrebbe essere importante per incoraggiare un dibattito il più ampio possibile, a livello europeo, sulle possibili alternative politiche (http://andrewduff.eu/en/).
Questa lenta evoluzione dà spazio alla speranza che il processo di integrazione europea possa essere difeso, radicato e portato avanti nella direzione di una assunzione di responsabilità democratica. Resta da vedere se la sinistra europea – nelle sue varie manifestazioni – sarà capace di raccogliere la sfida e battersi per una strategia europea alternativa, o se invece vuole rischiare un replay degli anni Trenta.
 
 
*John Palmer è stato responsabile della sezione europea del Guardian e poi Direttore dell’European Policy Centre di Bruxelles. È visiting fellow all’European Institute della University of Sussex
 
Traduzione di  Maria Baiocchi
 
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