mercoledì 23 maggio 2012
FUORIPAGINA
30/01/2009
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Anni di piombo, una ferita ancora aperta
«Riaffermo la mia condizione di perseguitato politico». Cesare Battisti insiste, prende carta e penna e scrive una lettera ai giornalisti in cui vuota il sacco. Il suo sacco. I responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato? Sarebbero quattro suoi ex compagni dei Pac. Il colpo che ferì e rese invalido il figlio del gioielliere Torregiani? E’ partito dall’arma del padre del ragazzo. Le nuove dichiarazioni, che l’ex terrorista gioca a centellinare ogni giorno, arrivano in serata e dopo un’altra giornata zeppa di polemiche sull’asse Italia-Brasile. Altro che amichevole di calcio, a rischio c’è molto di più: i rapporti, diplomatici e politici, tra i due paesi. E se Berlusconi, una volta tanto, cerca di gettare acqua sul fuoco per «non compromettere i rapporti bilaterali», è il Brasile ad alzare la posta e far sentire la propria voce. Con il suo ministro della Giustizia, Tarso Genro, nell’occhio del ciclone italiano per aver firmato il rifiuto dell’estradizione dell’ex terrorista. «L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo», tuona il guardasigilli tra le pagine del quotidiano carioca O Globo. Spiegando che «la differenza è che qui in Brasile siamo più avanzati su questo argomento, tanto che stiamo discutendo sulla nostra legge di amnistia». A sostegno della sua tesi, Tarso Genro racconta la vicenda del deputato brasiliano Fernando Gabeira, simile, secondo lui, a quella del leader dei Pac. Entrambi, dice, «erano guerriglieri ed entrambi hanno partecipato a sequestri in un periodo di dittatura nei rispettivi Paesi, ma se il Brasile sta vivendo un processo di pacificazione politica, l’Italia è ancora segnata dagli anni di piombo. Oggi infatti in Brasile Gabeira è un rispettato deputato federale». Il problema, continua Genro, è la ferita degli anni di piombo in Italia «non è ancora rimarginata». Dunque: «Rispettiamo le ragioni dell’Italia, ma applichiamo la nostra sovranità». Frasi, quelle di Genro, che stizziscono e non poco il ministro degli Esteri Franco Frattini. «Non commento espressioni che appartengono alla demagogia e alla retorica del comizio. - risponde il titolare della Farnesina - Sappiamo noi che cosa sono stati gli anni di piombo e saremo noi a decidere come chiudere quella stagione che ancora non conosce il pentimento, al contrario l’arroganza e la sfida di assassini che trovano ancora complici compiacenti». Ma alle parole, giura Frattini, da ora in poi si preferiranno i fatti. E l’Italia sta già preparando le prossime mosse, a due giorni dalla convocazione del Tribunale Supremo che potrebbe rovesciare la decisione del governo brasiliano. La questione è però delicata. Va bene ricorrere alle vie legali per ottenere l’estradizione, ma nello stesso tempo bisogna stare attenti a non rovinare i rapporti con «un paese amico». A chiederlo espressamente è Berlusconi in una nota che è tutto un gioco di sottili equilibri. Il premier si augura infatti che il caso «non danneggi gli eccellenti e amichevoli rapporti fra Italia e Brasile», anche se questo non significa che il nostro paese non «farà di tutto per la sua estradizione» sul fronte giuridico. Soddisfatto dalle parole del cavaliere è il presidente Luiz Inacio Lula che, una volta uscita la sentenza dal Tribunale Supremo, «qualunque essa sia», assicura che «non discuteremo più e accetteremo la decisione». Aspettando la sentenza però, in Italia ci si organizza. Il presidente della Camera Fini, ad esempio, ha richiamato ieri (per «consultazioni») l’ambasciatore italiano in Brasile Michele Valenzise. E poi c’è la battaglia tutta personale del ministro della Difesa La Russa. Che dopo aver chiesto, invano, l’annullamento dell’amichevole di calcio tra Italia e Brasile, in programma a Londra il prossimo 10 febbraio, ora invita i tour operator a «disincentivare» i viaggi a Rio. Ma contro l’ex terrorista dichiara guerra anche la Francia a cui non è andata giù l’intervista rilasciata due giorni fa dallo stesso Battisti ad un settimanale brasiliano in cui sostiene che dietro alla sua fuga in Brasile ci sarebbero i servizi segreti transalpini. La smentita dell’Eliseo passa dal consigliere del presidente Nicolas Sarkozy, Fabien Raynaud, che nel corso di un’audizione su Schengen tenutasi ieri alla Camera dei deputati ha affermato che le dichiarazioni dell’ex terrorista sono «prive di ogni fondamento» e ha aggiunto che il presidente francese ha dichiarato da tempo «superata» la «dottrina Mitterrand», che fece sì che molti ricercati per terrorismo trovassero asilo in Francia negli anni ’70 e ’80. Sin qui la cronaca quotidiana di questa assurda semi-crisi diplomatica, che non degenererà mai in vera crisi, checché decida il Tribunale Supremo brasiliano, perché Silvio Berlusconi, nonostante le intemperanze propagandistiche di La Russa, a mettere in discussione i rapporti tra Roma e Brasilia per Cesare Battisti non ci pensa per niente. Ma è evidente che la vicenda tocca nervi scoperti, affonda la lama in una ferita che, pur se lontana nel tempo, non è ancora rimarginata. La replica stizzita del ministro Frattini all'affondo di Genro è eloquente e indicativa. Il brasiliano ha colto nel segno. L'Italia non ha saputo chiudere i conti con il suo passato recente, con gli anni '70, ed è per questo che periodicamente quello spettro inquieto torna a terremotare la politica italiana, e ora persino le relazioni internazionali, come se si trattasse di storie di oggi invece che dell'altroieri. Checché si pensi di Cesare Battisti, resta il fatto che la sua condanna è frutto delle sbrigative sentenze tipiche dell'emergenza, quelle che distribuivano ergastoli come caramelle in nome di una necessità "superiore": sgominare il terrorismo a tutti i costi. Il rifuto di ripetere il processo, nonostante questa sia la prassi in molti paesi a fronte di sentenze comminate in contumacia (e tanto più trattandosi di una sentenza emergenziale), dimostra come l'Italia ancora non sia capace di affrontare quel capitolo delle sua storia resituendo alla verità i suoi diritti. Riconoscendo cioè apertamente quel che tutti sanno ma nessuno, ancora oggi, osa ammettere: che il terrorismo non fu un fenomeno di delinquenzialità comune ma il frutto, sia pur criminale, di una specifica fase storica e politica, determinata anche dagli errori e dalle degenerazioni dello Stato democratico. Che per sconfiggerlo, come era pur necessario, si ritenne opportuno mettere momentaneamente da parte il diritto, anche a costo di distribuire a pioggia pene sprorporzionate, anche a costo di chiudere un occhio su vere e proprie torture, anche a costo di ignorare episodi degni più di uno stato sudamericano (di allora) che di una democrazia occidentale: come la strage di via Fracchia. E' questa la lacerazione mai sanata, e per farla sanguinare di nuovo basta poco. Basta un qualsiasi Cesare Battisti.
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