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Giulio Marcon, Mario Pianta
Elezioni europee: dieci punti per la sinistra
Le disgrazie non vengono mai sole, lo sappiamo. Ad aprile scorso la vittoria di Berlusconi e la completa sconfitta delle forze politiche di sinistra. A settembre la crisi finanziaria che apre la più grave recessione mondiale da settant'anni. Proprio quando più è necessaria una politica capace di governare la crisi, i vertici delle piccole formazioni di sinistra - nel frattempo divise in ogni possibile frazione - prospettano di presentarsi alle elezioni europee di giugno con tre o quattro liste diverse, sicure di non superare la soglia di sbarramento al 4% imposta dal governo e da Veltroni.
Se i partiti non pensano a «saltare un giro», come ha proposto il direttore del manifesto Gabriele Polo, certo a astenersi ci penseranno gli elettori di una sinistra che nella società resta viva e vegeta, ma non trova un'espressione politica degna di questo nome, mentre altri cederanno alle sirene populiste di Antonio Di Pietro o Beppe Grillo. Una via d'uscita, con un passo indietro dei partiti, è stata proposta sul manifesto, prima da Giorgio Parisi, il 22 novembre 2008, poi con la proposta di Rina Gagliardi del primo febbraio scorso. Proviamone la fattibilità, allora.
Che cosa c'è oggi di sinistra in Italia? Milioni di persone si sono date da fare da aprile in poi. Gli studenti sono entrati in agitazione come mai da decenni, il sindacato ha organizzato decine di scioperi e le cento manifestazioni della Cgil, abbiamo avuto i cortei per la pace in Medio Oriente durante il massacro di Gaza, mille iniziative antirazziste contro le nostre barbarie quotidiane verso gli immigrati, le idee del Forum sociale mondiale di Belem e migliaia di piccole campagne locali. Tutto questo non si è ancora tradotto in un protagonismo politico e le esperienze migliori, come l'iniziativa per una Sinistra unita e plurale promossa dal gruppo fiorentino intorno a Paul Ginsborg, non hanno fatto la strada necessaria. Eppure, è sempre dalla democrazia come partecipazione che dobbiamo partire.
Se l'obiettivo è far vivere una sinistra - sociale e solidale, ambientalista e pacifista, plurale e unitaria - e portarne la voce al Parlamento europeo (e magari negli enti locali), diventa essenziale definirne le forme e i contenuti. Paradossalmente, sui contenuti il lavoro è più facile: il tracollo del neoliberismo e la nuova presidenza Obama aprono l'opportunità per politiche contro le diseguaglianze e per i diritti dei lavoratori e delle persone, contro la speculazione finanziaria e per uno sviluppo sostenibile e di qualità come risposta alla crisi, contro le guerre e per riduzioni delle armi e della spesa militare.
E' soprattutto sulle nuove forme di una politica che sappia esprimere le energie del paese che occorrono idee nuove. Ne proponiamo dieci, che possono tracciare la strada da oggi alle elezioni europee - e magari avviare un più lungo percorso di ricomposizione della sinistra. Le abbiamo riprese dalle migliori tradizioni del movimento operaio, dai Verdi all'inizio della loro storia, dalle pratiche più avanzate di democrazia in giro per il mondo.
1. I partiti saltano un giro e si presenta una lista della buona politica, con al centro i diritti, la pace, l'ambiente, il lavoro, un'altra idea di sviluppo, la questione di genere. A governare quest'esperienza si scelgono sei «saggi» (che non si candidano), tre uomini e tre donne, che non siano politici di professione e con importanti esperienze di lavoro nei movimenti, nel sindacato, nella cultura (lo fecero i Verdi per le prime candidature negli anni '80).
2. Associazioni, movimenti, sindacati, comitati locali, giornali come il manifesto, reti e voci della società civile che vi aderiscono diventano i «garanti» di questa lista, in accordo con i partiti che rinunciano a presentarsi con i loro simboli alle elezioni europee. Si stabilisce un «patto di consultazione» tra gli eletti e i movimenti per concordare in modo permanente politiche e iniziative.
3. Da questo mondo emergono le candidature alle elezioni. C'è incompatibilità tra candidature e cariche di partito (una tradizione degli albori del movimento operaio) e c'è un limite massimo di due mandati tra parlamento europeo, nazionale, consigli regionali. In questo modo si evita che la politica sia un lavoro a vita.
4. Si organizzano le primarie per la scelta dei candidati e per definire i contenuti del programma politico. Una consultazione di massa sulla politica, una pratica di democrazia diretta che ha dato buoni frutti perfino nell'Unione.
5. Le liste dovranno avere lo stesso numero di uomini e di donne, presentati in ordine alfabetico. E' una lezione da imparare dal femminismo: riconoscere la dimensione di genere della politica e favorire la partecipazione di tutti e di tutte.
6. I candidati si presentano nel collegio dove risiedono o svolgono abitualmente la loro attività. Questo valorizza la dimensione comunitaria e locale, il rapporto della politica con il suo insediamento sociale.
7. Gli eletti avranno una retribuzione massima complessiva di 100mila euro lordi. La quota eccedente viene versata nei fondi della lista. Il rinnovamento della politica parte anche dalla sobrietà dei protagonisti.
8. La metà dei fondi della lista (finanziamento pubblico e quota delle retribuzioni degli eletti) viene destinata a un «Fondo per la politica diffusa» che sostiene le iniziative di movimenti, comitati, etc. E' quello che facevano i Verdi all'inizio della loro storia, utilizzando i soldi per progetti di natura ambientale.
9. I meccanismi di decisione all'interno della lista e nel «patto di consultazione» utilizzano forme di democrazia deliberativa, il metodo del consenso, il sorteggio di rappresentanti ove necessario, evitando la formazione di correnti e il voto a maggioranza.
10. Tra le attività della lista c'è l'organizzazione di una piattaforma web di e-democracy, utilizzata per informare i cittadini, dare conto dell'attività politica e legislativa, effettuare consultazioni con i propri elettori, praticare nuove forme di partecipazione politica, dare visibilità a esperienze locali. Le opportunità di democrazia offerte dalla rete devono essere utilizzate.
Rimaniamo convinti che la rappresentanza sociale non debba sostituirsi a quella politica e che il principio guida debba essere quello della «pari dignità» delle diverse forme della politica (partiti, movimenti, associazioni, etc.), ciascuna con la sua specificità. Ma, in questo momento di emergenza - con partiti sempre più frammentati e autoreferenziali, incapaci di autoriformarsi - ci sembra necessaria una scossa, una forte discontinuità.
Queste dieci regole non rappresentano certo un progetto politico complessivo - altri sono i momenti per discuterne - ma scegliere questa strada, da qui alle elezioni europee, rappresenterebbe una svolta, darebbe il segnale che la sinistra è capace di provare a cambiare la politica e il suo modo di essere. E anche di avere successo alle elezioni.
- 28/02/2009 [51 commenti]
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Approvo i dieci punti, non vedo strade migliori da seguire, rimbocchiamoci le maniche compagni in ognuno di noi sono radicati i valori della sinistra italiana e' il momento di rattualizzarli. 11-05-2009 22:54 - luigi
Salud, dinero y amor 30-04-2009 14:18 - Francesco Alfeo
Tutto bene. Ma....
Ma con al Centro la Costituzione, lo Stato di Diritto, la Legalità, in breve la sconfitta e la caduta di questo Governo.
Bisogna ribadire anche le cose che si danno per scontate ma sono al primo punto : il ripristino dello Stato di Diritto in questo Paese.
Le elezioni europee dovranno dimostrare che questo Governo non rappresenta più la maggioranza degli Italiani.
E' forse più facile realizzare questi dieci punti con questo Governo in carica oppure con un Governo di CentroSinistra seppur spostato al Centro ?
E se non ora , quando ?
Ringraziamenti e saluti. 06-03-2009 11:43 - Romolo Cappola
Il PRIMO è che mi sa di puro e semplice espediente tattico, tanto per procrastinare ancora un po' e rimandare ulteriormente il momento della vera resa dei conti: quella che finalmente avrà luogo quando ci si deciderà a confrontarsi coll'evidenza inaggirabile che non abbiamo più un programma politico degno di essere chiamato tale, da proporre e su cui andare a chiedere voti a potenziali elettori, con una probabilità maggiore di zero di venire eletti.
In questi ultimi anni, infatti, si è colpevolmente interrotta tanto l'attività di elaborazione di serie e valide politiche, da contrapporre aggressivamente alle varie e dannose pseudo-politiche via via avanzate dalla destra: quanto quella, forse ancora più essenziale, di costruzione di un "ORDINE DEL DISCORSO", o di una credibile "RETORICA", di cui i suddetti potenziali elettori potessero appropriarsi. Inutile adesso scoprire, a quattro mesi dalle elezioni, con l'acqua delle europee (e delle amministrative) alla gola, quanto sarebbe opportuno archiviare i vecchi apparati e le decrepite liturgie con cui essi ricevevano la "legittimazione" della "base", quanto poco senso abbiano ancora e come portino al disastro. Sarebbe invece davvero meglio, forse, saltare il giro (tanto, l'argomento per cui senza la sinistra italiana le istanze del lavoro e sociali non sarebbero rappresentate al parlamento europeo non regge, perché comunque lì saremmo convenientemente rappresentati da quelle componenti delle varie sinistre europee forse altrettanto in crisi di noi, ma con le idee un po' più chiare sul da farsi) e dedicare il tempo risparmiato a costruire davvero l'alternativa. Cosa per cui - qui sì! - sarebbe opportuno che tutto il vecchio arsenale d'apparato venisse messo definitivamente nel baule, e si ripartisse dai fondamentali. Uno per tutti? Lo diceva benissimo ieri Asor Rosa in quel meraviglioso articolo di ultima pagina, che credo incornicerò: "Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza?"
Il SECONDO motivo per cui la proposta, così com'è, non mi pare una buona idea, è che, appurata la necessità che gli apparati responsabili del disatro di un anno fa si facciano da parte, non vedo però quali garanzie vi sarebbero a puntare sulla pura e semplice "società civile dotata di buona volontà". Ipotesi "d'accademia": nella lista per le europee della circoscrizione in cui voterò io, si presenta un mio caro amico, onestissimo e assolutamente di sinistra, il cui cognome comincia per 'A'. Per questo fatto, e poiché non c'è alcuna "star" fra cui scegliere, il mio amico prende tanti voti da finire al parlamento europeo. Peccato però che il nostro eroe, del tutto ipotetico, tanto è competente nel proprio mestiere quanto poco sa di "mestiere della politica". Il probabile risultato sarebbe di mandare a Strasburgo una pattuglia formata da una maggioranza di persone "politicamente sprovvedute", inframmezzate da qualche "vecchia volpe" che finirebbe per fare da capogruppo e dettare le strategie. Risultato quanto a tasso di cambiamento dell'agire politico? Nessuno, o quasi.
Una proposta del genere avrebbe avuto senso lo scorso ottobre, quando era già del tutto chiaro che le cose sarebbero finite così, e c'era però tutto il tempo per prepararla in maniera meno raffazzonata. Adesso, a me pare troppo tardi.
Secondo me, quindi, sarebbe più opportuno che chi è nelle condizioni per farlo si concentrasse maggiormente sulle amministrative, dove forse le probabilità di riaprire i giochi sono già buone: e che alle europee si andasse ognuno come crede.
Nell'attesa, urge seguire la raccomandazione di Asor Rosa. E dunque, studiare studiare studiare ;) 27-02-2009 16:15 - Alan Ross
Sarebbe utile rinforzare il concetto del punto 1, per CHIUDERE LE PORTE ai "mandarini" che provassero a candidarsi come "espressioni del movimento". Per chiarezza: non solo i "bertinotti" ma anche gli "agnoletto" sono responsabili di questa nostra Caporetto e sono acclaratamente destituiti di ogni credibilità che superi il 4% del consenso di popolo (palesemente lo sanno anche loro ma la presunzione impedisce che essi ne derivino comportamenti conseguenti). Certamente io, da comunista, non voterei mai una lista che ospitasse ancora tali caricature mondane "dell'intellettuale organico", ispirato da Narciso anziche da Gramsci. 26-02-2009 18:15 - bruno gualco
complici e non dimenticare di perdonarsi x ricominciare. Forse quello che
servirebbe all'Italia, dovremmo tutti imparare a perdonarci, questo
sottintende, quantomeno, una presa di responsabilità. La nostra Italia che
affoga é colpevole tutta, nessuno escluso e allora diciamocelo che siamo il Paese "mafia e spaghetti",
come ci chiamano gli stranieri, il Paese delle mazzette e della pacca sulla
spalla, dei 150 km/h perché siamo più potenti. Solo allora ci potremmo ricordare che
siamo anche il Paese della resistenza, della solidarietà pugliese e
siciliana, il Paese della pittura, del cinema, della bellezza, delle
bandiere di pace alla finestra e ricominceremo a vivere. la sinistra perderà le elezioni europee e amministrative ed é bene che sia cosi' altrimenti non ci sveglieremo più da un coma ventennale che ci sta massacrando. Propongo di staccare il sondino!!! 18-02-2009 17:17 - teti