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Roberto Silvestri
L'Oscar capovolto dello sciuscià islamico
Il multipolarismo, almeno estetico, avanza. La «dottrina Obama», per il momento, stravince al Kodak Theatre di Los Angeles, in occasione della cerimonia Oscar numero 81. Beverly Hills non contempla più, estasiata, il proprio ombelico. Sarà la crisi? Il crollo delle produzioni locali a budget gonfio? L’esigenza di blandire altri mercati, ricchi e finora sottovalutati? Il fatto che si sia imposto ormai un cinema esperanto, nomade e creolo, quello dell’ altra modernità, come direbbe Nicolas Bourriaud?
Sono ben 8 i riconoscimenti maggiori di Hollywood (5810 i votanti
dell’Academy) che vanno infatti non a un kolossal Usa ma all’odissea
(non solo tragica) di due sciuscià islamici. Cioè al caleidoscopico
dramma indiano, semifiaba-semiwikipedia, Slumdog Millionaire, in Italia
The Millionaire. Danny Boyle, l’anticonformista regista scozzese (ma è
nato a Manchester), qui più quieto del solito, lo ha tratto dal
bestseller di Vikas Swarup, scrittore hindi, diplomatico e ex braccio
destro del ministro degli esteri K. Natwar Singh (del partito del
Congresso), scritto 15 anni fa e che fu anche audiolibro da hit parade.
Il romanzo raccontava la misteriosa, megagalattica vincita, in un quiz
show tv, di un ignorantissimo ex ragazzo di strada di Bombay (o Mumbay,
alla fondamentalista) che veniva dalla città di Nehru e Indira Gandhi. E
si basava su un’inchiesta giornalistica nei bassifondi di Allahabad, che
svelò un paese paradossalmente in crescita economica anche perché molti
pixote locali, schiavizzati e sfruttati in tutti i sensi dalla malavita,
se la cavavano comunque benissimo tra internet e cellulari, droghe
benemerite della materia grigia. Infarcito di star di Bollywood,
riscritto da Simon Beaufoy, il film ha ammaliato il globo (anche perché,
astuzia eccessiva, a basso budget).Tutta la nottata delle stelle, è stata, al contrario della settimana
sciovinista di Bonolis (quel martellare ottuso sull’eccellenza
italica), seria, aperta, buffa e cosmopolita. Come, anni fa, quando era
invece il mercato della grande Cina a essere blandito e sedotto dalle
coreografie acrobatiche di Ang Lee (noi neppure il mercato rumeno siamo
capaci di conquistare). Dal basso continuo «british» (con gli Oscar
anche a Kate Winslet, a La duchessa, The Reader, Il cavaliere oscuro, e
non solo per l’addio festoso a Heath Ledger), all’omaggio alla
supertecnica castigliana Penelope Cruz; da Berlino e Tokyo indicati come
le capitali della produzione più sperimentale (i corti, animati o meno)
all’apolide Jerry Lewis (grande rimosso radical che imbarazza da sempre
la cultura Usa) e Woody Allen, che ha scelto negli ultimi tempi l’esodo
irriducibile. Pesanti, artisticamente, anche i premi «made in Usa»: i
due a Milk (e al ribelle Sean Penn), i tre a Benjamin Button (inno al
ringiovanimento obbligatorio, fiancheggiando The Millionaire nella
polemica contro chi piange sull’infantilizzazione del consumatore: i
giovani incorporano l’adulto, sanno altro, forse più) e l’Oscar al film,
ghettizzato tra i soli cartoon, che forse più degli altri indica la
strada (tutta sangue e fatica) per uscire dall’incubo Bush: Wall-E (se
si è «sintetici», vecchi e giovani in questo caso è lo stesso).Milk, ovvero alle origini dell’Obama pensiero, tra questi, è il film
forse più amato dai critici. Nessun collega british, nel sondaggio di
Sight and Sound, la rivista specializzata più prestigiosa, nomina The
Millionaire, semmai Changelling, Wall-E, Gomorra, La classe... Ma la
notte degli Oscar è off limits per la critica. Gli artisti si premiano.The Millionaire (che in Italia tutti hanno subliminalmente frainteso per
lo sciagurato e emblematico capovolgimento di senso nella traduzione
della scena del pogrom, che è anti-musulmano non islami sta, ma ora la
Lucky Red ha promesso di rimediare) è un omaggio, riveduto e corretto,
al melodramma poliemozionale dei rivali di Bollywood, con sangue e
danza, ferocia e dolcezza, umorismo e torture, amore e gangsterismo, ma
ha non poche originalità. Racconta la solitudine di due orfani (vittime
dei linciaggi delle ronde induiste), sperduti nel buio e fragili ma,
nello stesso tempo, dall’indomita voglia di vivere, lottare per imporre
i propri diritti con tutti i mezzi necessari. E vincere contro caste e
schiavitù, novelli Ambedkar, il leader dei «dalits», dei senza casta.
Alcuni stereotipi popolari che riguardano la genialità, la celebrità e
lo showbiz vengono ribaltati con ironia e ferocia. Per questo il film,
presentato in anteprima mondiale a Toronto nel settembre scorso (3
premi), aveva già trionfati ai Globi d’oro (altre 4 statuette).
- 28/02/2009 [51 commenti]
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bene per il Giappone, soprattutto per Maison en petits cubes...
ciao 24-02-2009 04:30 - matteo