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Iaia Vantaggiato
Dimenticare Benito? We can!
Opportunismo o ripensamento? Quando si tratta di Gianfranco Fini il dubbio è sempre questo ma in questa occasione più che mai. “Pensa ancora che Mussolini sia il più grande statista del secolo?”, gli hanno chiesto ieri i giornalisti stranieri, con ancora vivo nella memoria il ricordo di quella altisonante definizione che quindici anni fa fece comprensibilmente scandalo. “La risposta – ha ribattuto Fini – sta in quel che ho fatto in questi anni”. E poi, rinunciando alla diplomazia iniziale: “La mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico... Bisogna avere un minimo di coerenza”.
Può sembrare quasi una bazzeccola per un ex segretario del Msi che negli ultimi anni ha reso omaggio alla Resistenza, è entrato con la kippah in testa allo Yed Vashem ed è arrivato a definire il fascismo “male assoluto”. Però non è così, perché, come si sa, i particolari sono spesso più indicativi delle grandi affermazioni complessive, e costano anche di più.
Compiutamente fascista, è noto, Gianfranco Fini non lo è mai stato. Nell'88, appena eletto per la prima volta segretario del Msi, rispose così (in un'intervista ripubblicata dall'ultimo numero dell' “Europeo”) alla domanda di Daniele Protti: “Lei si dichiara fascista?”. “In alcune cose sì. Per altre no”. E poi: “Io sono un missino dei miei tempi. In questa società io ci vivo e non mi sarebbe piaciuto vivere in un'altra società. La amo e certe volte la detesto, ma mi sento figlio di questa società”. Con l'antisemitismo, poi, Fini non ha mai avuto niente a che spartire.
Se c'è stato coraggio nel rinnegare definitivamente il fascismo e nel rendere omaggio allo Yed Vashem (il museo della Shoà a Gerusalemme), si tratta del coraggio di chi osa infine dire apertamente, magari sfidando l'impopolarità, quel che più o meno in segreto già pensava e lasciava trapelare da un bel pezzo. E persino sul coraggio, si potrebbe discutere. Quei gesti, certo, scontentarono una parte (molto limitata) della base tosta di An, ma in compenso aprirono a Fini ogni porta. In Italia, in Europa, persino in Israele. Il sospetto di cinismo opportunista era forse, anzi probabilmente, infondato, ma certo non ingiustificato o incomprensibile.
Ma con Mussolini il discorso è diverso. Ancora a metà anni '90 - in piena svolta e a sdoganamento realizzato, con il Msi già seppellito a Fiuggi - nello studio del presidente della nuova An campeggiava l'opera omnia del cavalier Benito. Quella battuta sulle doti di statista del duce, iperbole a parte, non era una voce dal sen fuggita. Non era neppure un ipocrita omaggio alla base dura e pura sgomenta dopo la svolta di Fiuggi. Trattare Mussolini da statista di rilievo, in contrapposizione con la retorica (comprensibile ma per molti versi bugiarda) che lo riduceva a un risibile dittatore cialtronesco, costituiva il più intimo dna del partito che si voleva erede di Salò. Era il filo, sottile quanto si vuole ma d'acciaio, che legava Fini non tanto a Benito Mussolini quanto al suo vero padre politico, Giorgio Almirante.
Quel filo, Fini ieri lo ha rotto, e senza aver studiato la mossa a effetto, senza averla prevista e calcolata. Quasi per caso.
Si potrebbe dire che, proprio con l'estemporanea risposta di ieri, Fini ha portato a termine la sua personale e lunghissima parabola. Da tiepido erede del fascismo a leader politico certamente di destra, certamente distantissimo dalla sinistra, ma altrettanto certamente democratico. Anzi, più democratico e meno "ducesco" di quasi tutti gli altri generali e colonnelli del partito in cui è entrato, con tutta An, domenica scorsa. Inclusi quelli che vanterebbero ascendenze democratiche meno discutibili.
Ma si potrebbe anche dire che ieri Fini, rinnegando Almirante per interposto Mussolini, ha compiuto l'ennesima scelta dettata dal freddo calcolo dei vantaggi e delle opportunità.
Chi scrive è convinta che la prima ipotesi sia quella più vera. E voi?
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E mi interessa poco che faccia la parte del "poliziotto buono". Non voglio certo rassicurazioni di sorta da parte di esponenti di questa destra.
Piuttosto vorrei rassicurazioni da parte di una sinistra che siccome "non demonizziamo Berlusconi", in passato gli ha lasciato tutto l'apparato mediatico con cui riesce a fregare la gente.
La destra fa la destra. E quella italiana non sa neanche cosa sia la democrazia.
Il problema è la sinistra. Vendola in una recente intervista (fatta praticamente in ginocchio da Ritanna Armeni) esprimeva rispetto per "la persona" Berlusconi.
Come se per essere fautori di una politica ignobile non bisogna essere, prima di tutto, persone ignobili. 30-03-2009 17:03 - Antonella
se fini ha raggiunto una quota democratica , non possono passare inosservate le sue amicizie e le sue relazioni. se oggi fini è un democratico repubblicano , è un democratico repubblicano che se la fa con i fascisti.
fini è il rappresentante di un movimento. e dal canto mio si può dar credibilità alla persona , ma mai si può dar credibilità al movimento.
ed oggi fini è il rappresentante di un conflitto e di un contrasto sottaciuto all'interno dei movimenti di destra. rappresenta la maschera bella e necessaria per entrare nella sala del quirinale. 30-03-2009 16:03 - Gianpaolo Sartori
Usare le parole. Banalizzarle, svuotarle. stravolgerne il significato. Stravolgere le parole è un po’ come fottere le parole e con le parole , il prossimo,
Quando disponi a piacimento di un apparato propagandistico enorme, puoi permetterti di fare quel che vuoi delle parole e sai che in questo modo costruisci un immaginario che non corrisponde alla realtà ma alla rappresentazione che tu ne fai e poiché sei tu che controlli il tutto, puoi dire e disdire quel che vuoi. Sei tu che reifichi quel che ti pare.
Quando Berlino era quasi rasa al suolo dai bombardamenti nemici, il cinegiornale nazista faceva vedere le immagini dei caffè bar e di quelli che prendevano il sole sulle rive dello Sprea.
Quando in Africa la truppe Italiane cominciavano a capitolare , i cinegiornali fascisti ci mostravano i trionfi delle nostre invincibili armate.
Oggi, mentre sale a ritmi vertiginosi il numero di coloro che perdono casa e lavoro, nelle reti Mediaset impazza il trionfo di Silvio e del suo “ Popolo della Libertà”.
C’è la crisi?Non è mica colpa nostra. Prima c’erano loro. Ora ci siamo noi, fateci lavorare.
Chiunque usa parole “ divergenti “ viene additato come disfattista o menagramo.
Ci vuole ottimismo e giù ottimismo come se piovesse.
Nasce il “ partito degli Italiani “ ( e gli altri cosa sono ?) e circa 6.000 delegati giubilanti osannano “ l’uomo della provvidenza”. Tripudio di bandiere e folla osannante.
E’ questa l’atmosfera che si respirava al congresso fondativo del Pdl alla Fiera di Roma e nelle reti Mediaset.
Mentre sale a ritmi vertiginosi il numero di coloro che perdono casa e lavoro, nelle reti Mediaset impazza il trionfo di Silvio e del suo “ Popolo della Libertà”.
E’ un “popolo“ che consegna una delega assoluta ad un capo supremo.
E’ un “popolo” che in preda ad una assurda pericolosa a vertigine gli promette obbedienza assoluta.
E’ un “popolo” che non si fa partito ma resta “popolo” proprio per non mettersi in gioco nei faticosi percorsi della partecipazione democratica e della costruzione di qualsivoglia percorso politico perché non c’è n’è bisogno. Basta il capo ed il suo verbo.
La crisi? Non c’è problema. Mentre i governi di tutto il mondo e le banche centrali sono investiti dal panico delle borse, qui da noi si minimizza. È un fatto psicologico, ci spiegano i Ministri del Capo.
Che importa se si tratta della più devastante crisi economica dal 1929. Avanti tutta con la cementificazione, con le centrali nucleari e le grandi opere pubbliche assolutamente inutili.
E avanti tutta con le parole di sempre “, “fiducia” “ libertà” “sicurezza”, “ ordine” , “ efficienza”.,“svolta” e - guarda un po’ chi si rivede – “ miracolo italiano” .
Le solite parole, dopo quattordici anni, funzionano ancora. Anzi,, meglio di prima.
Diceva Goebbels: "ripetete una menzongna 10, 100, 1000 volte e prima o poi diventerà verità accettata da tutti" .
Sergio Scorza, Firenze 30-03-2009 15:31 - sergio scorza