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Andrea Colombo
L'ultima apocalisse di James Ballard
James Ballard è morto. Aveva 78 anni e passerà alla storia come l'autore che meglio e più profondamente di ogni altro ha saputo cogliere, spesso anticipandoli, i lati oscuri della contemporaneità, di quell'epoca torva che alcuni hanno chiamato postmoderna, altri postfordista, e in cui tutti viviamo.
Inglese ma nato a Shangai nel 1930, finì con tutta la famiglia in un campo di prigionia giapponese durante la guerra. Quell'esperienza fondativa l'ha poi raccontata nell' “Impero del Sole” (1984) che Spielberg si è occupato di trasformare tre anni dopo in film. Un'autobiografia completa è uscita l'anno scorso. Si chiama “Miracle of Life” e nelle librerie italiane è appena arrivata, edita da Feltrinelli. Lo scrittore, malato di cancro al pancreas e alle ossa, cosciente di essere vicinissimo alla fine, racconta la sua vita: l'infanzia a Shangai, la prigionia, l'arrivo in un'Inghilterra molto diversa da come la aveva immaginata (“Mi resi conto che l'Inghilterra in cui ero stato indotto a credere era un prodotto della fantasia”), poi la carriera di scrittore, la traumatizzante morte della prima moglie nel'64, il conseguente e lungo idillio con l'alcol, la risalita dopo l'incontro con una nuova compagna, Claire Walsh.
Il primo romanzo, “Il vento del nulla”, è del '61. Fu considerato un libro di fantascienza, e tale lo considerava anche il suo autore, ma di un Sf molto diversa da quella allora in voga: una fantascienza che non guardava allo spazio profondo ma ai disastri ecologici, che non temeva mutanti o invasori ma un'apocalisse più autarchica, infinitamente più distruttiva, molto più inquietante perché palesemente possibile. Anzi, non una ma quattro diversi tipi di apocalisse, a ognuno dei quali dedicò un romanzo (dopo quello d'esordio, “Deserto d'acqua”, “Terra bruciata”, “Foresta di cristallo”).
A partire dal 1970, dopo la crisi seguita alla morte della moglie, Ballard cambiò bruscamente strada. Almeno in apparenza. Surreali, grotteschi, feroci i suoi libri iniziarono a descrivere il mondo contemporaneo attraverso un satirico specchio visionario, delirante, che restituiva però con lucido realismo l'impazzimento di una intera struttura sociale: i racconti di “La mostra delle atrocità”, il perverso erotismo delle lamiere contorte e dei corpi straziati di “Crash”, la metafora della guerra civile globale, permanente e insensata di “Condominio”, forse il suo vero capolavoro.
L'ultima parte della sua opera è segnata ancora da una improvvisa sterzata. A partire dagli anni '90, Ballard passa a descrivere la nuova, sterminata “middle class” del mondo costruito sulle macerie della fabbrica: sfruttatrice e sostanzialmente sfruttata, autosegregata in enclaves fortificate e militarizzate per difendersi da ogni diversità, minacciosa per definizione, costretta dal proprio intimo squilibrio a cercare sollievo abbandonandosi ad atrocità di ogni sorta. In “Cocaine Nights”, “Super-Cannes”, “Millenium People” e “Il regno a venire”, Ballard descrive le pulsioni profonde e la distruttività intrinseca del sistema sociale costruito a partire dagli anni'80 con precisione superiore e quella di quasi tutti i testi sociologici e politologici che infestano le librerie. E si adopera, coscientemente, per provocare il crollo e l'esplosione di quella sruttura. Perché James Graham Ballard è stato un grandissimo scrittore, ma è stato un ancor più grande sovversivo. Uno dei pochi rimasti sulla piazza.
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La classe media che si chiude in scatole di cemento, dietro muri invalicabili per proteggersi dal diverso, dal povero, dall’emarginato, mentre la barbarie cresce e si alimenta dentro di sé, dentro quelle barriere, nelle menti disturbate da una vita senza senso.
Grazie Ballard scrittore visionario e profetico. 20-04-2009 16:17 - Mari
Come altri grandi scrittori era capace di creare mondi immaginari più veri del mondo che consideriamo reale. Aveva quel modo di pensare ed immaginare che molti considerano profetico. Ma in sostanza era un uomo, un uomo con una grande apertura mentale. Ci mancherà. 20-04-2009 15:06 - Truman Burbank
E ne narrava, scriveva; e del quale, anch’io sovversivamente, non voglio aver bisogno di sentire la mancanza—perché un’altra lingua sia parlata, quotidianamente, da gente anch’essa capace di leggere chi è la gente. 20-04-2009 15:01 - fussgaenger