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Marco Revelli
Le piazze rubate del 25 aprile
Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l'equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni - l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato.
Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno.
Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali?
Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.
Marco Revelli
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Federico Astarita 25-04-2009 09:36 - federico
W LA RESISTENZA 25-04-2009 09:17 - ersilia garulli
"Sarebbe facile ritornare a casa
far finta di nulla
lasciare che la vada come vada
ma no non si può fare
te lo impedisce la rabbia la ragione
Rivuoi l’Italia libera
te l’hanno depredata
violata saccheggiata
Voi detrattori sciocchi
dite quel che volete
che abbiamo ucciso abbiamo vendicato
ma era guerra…
forse non lo sapete?
la guerra giusta di emancipazione
guerra di Fede
Se oggi potete vivere
senza la dittatura
senza tallone nazista sopra le vostre schiene
lo dovete anche a noi
ai molti che han lasciato il collo sulla forca
il corpo inanimato nelle fucilazioni
han sofferto torture nelle patrie galere
si son persi nei campi di sterminio
hanno mangiato fango quello vero
E allora non sparlate di noi
del nostro sacrificio!
Usate il vostro senno (se l’avete)
le parole la penna
per trattare ben altre controversie
I morti partigiani vi chiedono rispetto
non foss’altro che per l’estremo dono
di libertà e di Fede" 25-04-2009 09:05 - silvia
Non lo aveva mai fatto nel corso della sua carriera politica perché era una festa dichiaratamente contraria ad una visione di destra.
Perché decide ora di partecipare ?
A mio parere perché l'operazione di capponatura mentale degli Italiani e la messa in atto di una rete di ricattabilità sono compiute.
Fatta eccezione per un gruppo di litigiosi àpoti ( persone che non se la bevono ) tutto il resto della popolazione, anche quella parte formalmente e apparentemente contraria alla sua politica, di fatto e in sostanza adopera le stesse griglie di comprensione, va bè quasi (intendo quasi comprensione , le griglie sono proprio identiche )
e di progettazione del reale, arrivando a conclusioni sostanzialmente uguali. Per cui, nelle opposizioni, non si da una scelta ''politica'' di programma ma una scelta sulle persone ( i leaders!): ''questo farà meglio, è più ''esperto'' (? ) di quell'altro'' ma farà la stessa cosa.
Quindi ora ci si può appropiare anche della Liberazione…del 1 Maggio... e di qualsiasi altra ricorrenza dato che l'appiattimento è compiuto e, praticamente, generale.
Probabilmente si sceglierà una sede con una qualche connotazione anti comunista ( si parla di un cimitero di guerra USA ).
Si rispolvererà la visione degli opposti estremismi per cui: ''siamo qui per celebrare, tutti insieme, la sconfitta del ''totalitarismo'' in tutte le sue manifestazioni'' (!?).
Verrà riproposta la concezione del Socialismo storico come liberticida in se' e per se'.
Per questo occorre ribadire che il 'Socialismo reale', il Comunismo novecentesco dell'URSS e della Cina sono stati dei metodi di sfruttamento, a vantaggio di un gruppo o addirittura di una sola persona, di un'ideologia che ha sempre, invece, previsto sviluppi differenti e che ha contribuito al progresso civile dell'umanità.
Come oggi è possibile ( facendo passare criteri, concetti di fondo, parole, queste sì di per se' fasciste nel profondo) usare una democrazia ormai solo formale per i propri meschini scopi così allora si è sfruttato il messaggio di liberazione delle masse per impadronirsi del potere e per gestirlo, a volte, in modi tirannici.
Già nel Febbraio del 1965 Ernesto Guevara ad Algeri parlò della devianza sovietica ma Fidel Castro gli disse, probabilmente, che doveva essere più ''concreto'' .
Molti di coloro che hanno avuto vent'anni nel '68 e molti, venuti dopo, che hanno recepito la voglia di cambiamento profondo e reale emersa in quel periodo, hanno sempre criticato il blocco sovietico, i suoi satelliti e, soprattutto, le sue 'forme' liberticide senza per questo rinunciare all'ideale di miglioramento del livello di vita per tutti…inascoltati... anche e specialmente dalle loro supposte forze di rappresentanza..
forse perché poco ''concreti'' e utopici.
Secondo me quello che dava fastidio era la voglia di cambiamento sostanziale: ''ma che volete fare sul serio?…ma che mi avete preso alla lettera?... quelli sono discorsi…è lavoro…è 'politica'... poi ci sono le cose vere…concrete..la MIA vita di tutti i giorni…voi continuate a giocare…''
Ed ecco i risultati: ecco i simpatici ''socialisti''come si facevano chiamare…ecco Berlusconi…eccoci anche noi…tutti
Ciao
Stefano Sinibaldi 25-04-2009 08:45 - Stefano Sinibaldi
Il popolo deve essere SOVRANO! 25-04-2009 08:42 - Andrea