sabato 16 febbraio 2013
FUORIPAGINA
31/05/2009
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Marco Boccitto
La rabbia dell'Aquila «non siamo fessi»
«Devono capire che se le nostre richieste non riceveranno ascolto, la protesta si riverserà inevitabilmente sul G8. E a quel punto non sarà il gesto di qualche estremista, ma di tutti i terremotati». Ettore la butta lì così, nel mezzo dell'assemblea cittadina ospitata nel pomeriggio sotto il tendone bianco del comitato 3 e 32. E Berlusconi gli risponde a distanza, in un duello ad armi impari perché lui come al solito è in tv: «Sarebbe un atto inqualificabile, in quella che è diventata una capitale del dolore». Quel dolore infinito che sembrava la migliore garanzia per un G8 tranquillo. Ma evidentemente il premier non aveva considerato la rabbia, che dopo quasi due mesi di promesse da marinaio rifilate ai terremotati sta inesorabilmente montando nelle tendopoli. «Forti e gentili sì, fessi no», sintetizzava in mattinata uno degli striscioni portati in corteo all'assalto - un assalto, questo sì, forte e gentile - della zona rossa, il centro storico dell'Aquila, svuotato e fantasmatico come una zucca nei giorni di Halloween. Vuoto e tremendamente blindato. Manifestazione indetta dall'associazione «L'Aquila - Un centro storico da salvare», quasi tutti professionisti con lo studio rimasto sepolto lì dentro, alla quale partecipano però tutti i comitati spontanei nati nel frattempo. L'intento è quello di riprendersi, per ora solo simbolicamente, il cuore della città, che ha smesso di pompare vita e senso di appartenenza in tutto il territorio circostante. «Vogliamo entrare» «Vogliamo entrare». Semplice e diretta, la richiesta dei manifestanti si infrange sul cordone delle forze dell'ordine che impedisce l'accesso a Corso Vittorio Emanuele. Nella piazza della Fontana Luminosa un migliaio di persone, tutte con il caschetto di sicurezza gialla, si accalcano all'imbocco di quella che era l'arteria principale, la via dello struscio, dei bar e delle pubbliche relazioni. La gente chiede che siano i vigili del fuoco e solo loro a occuparsi della sicurezza, non solo e non tanto per sfiducia negli altri, quanto per l'amore incondizionato che la gente ha sviluppato nei confronti dei «pompieri». Soprattutto nei giorni in cui alla protesta dei comitati cittadini si è aggiunta la loro, quella di chi ha dato tutto e continua ad assistere la popolazione fuori dalla logica della militarizzazione che sembra ormai regolare l'esistenza di tutti. Anche i vigili del fuoco hanno subìto il gioco scorretto degli emendamenti che entrano ed escono dal decreto. Pensavano che un'emergenza così potesse servire ad ottenere quello che chiedono da tempo, più mezzi e uomini, più sicurezza per sé e quindi per i cittadini. Invece niente. Anche i pompieri protestano Sulle saracinesche dei vecchi camion che continuano a fare la spola per consentire agli abitanti di recuperare gli effetti personali dalle case, si può leggere un composto volantino che lamenta la mortificazione inflitta al Corpo. Viene annunciato lo stato di agitazione e si ribadisce che il servizio sarà assicurato «sempre e comunque». In piazza c'è anche uno di loro con elmetto d'ordinanza e un cartello vergato in bella calligrafia: «Sono vigile del fuoco, rischio tanto e costo poco».
Al varco la tensione cresce, non tutti vorrebbero sfondare ma nessuno è disposto ad accettare il percorso alternativo imposto dalle autorità, che anziché lambire le mura perimetrali della città finirebbe per espellere il corteo verso la periferia. «Lì ci passiamo tutti i giorni in macchina, non è per questo che siamo venuti qui». Arrivano il sindaco Massimo Cialente e la presidente della provincia Stefania Pezzopane, che se non riportano proprio la calma almeno incanalano la trattativa su un binario utile. «I motivi di sicurezza sono reali - dice il sindaco -, la scossa di questa mattina (sveglia per tutti alle 4,55, ndr) ha reso la situazione ancora più pericolosa, il rischio di nuovi crolli è davvero enorme ... Vi prego, abbiamo già pagato un prezzo troppo alto. Stamattina c'è anche chi ha portato i bambini... Ma vi rendete conto?". Arriva anche la Fiom Qualche fischio, un battito di mani che ritma le voci: «Pun-te-lla-re». Altro striscione: «Promesse, menzogne, televisioni, ma non ci sono i soldi per le ricostruzioni».
In piazza la gente non cede: «Vogliamo entrare e vogliamo arrivare a piazza Duomo, pia-zza Duo-mo". Arrivano i ciclisti che partecipano all'iniziativa della Fiom «In marcia per il lavoro», un giro dell'altra Italia partito da Padova, da Pomigliano e atteso per oggi a Roma. Pantaloncini e magliette rosse in mezzo a tanti puntini gialli, la proposta di un loro cordone di sicurezza sblocca la situazione. Si entra, finalmente, anche se in forma di serpentone e per pochi metri. «Se veramente ci volete bene defluite veloci», dice un vigile del fuoco. All'altezza di piazza Regina Margherita si svolta a sinistra e si torna al «sicuro», nel parco del Castello, dove la mobilitazione diventa sit-in. Riecco Cialente, che annuncia la cittadinanza onoraria per i vigili del fuoco, definisce alcuni dei puntelli sistemati «un capolavoro» e giù applausi. Poi si scalda: «Non voglio che il mio centro storico finisca nelle mani di Fintecna». E invita tutti alla manifestazione indetta dai sindaci per mercoledì prossimo, alle 16, nella villa comunale. Una signora ha scritto sul suo cartello la celebre frase di Lincoln: «Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo».
Un terremoto di destra
Poche ore dopo, nella consueta assemblea del sabato sotto il tendone del comitato 3 e 32, si discute proprio di come smascherare i mille inganni del governo. Per Leda l'emergenza è andata come è andata, ma nessuno pensi ora di commissariare la ricostruzione: «Chi ha ricevuto democraticamente l'investitura dei cittadini se ne deve riappropriare». Si discute di tutto, delle iniziative già in campo e di quelle su cui lavorare. C'è la «Campagna 100%» che chiede il 100% di ricostruzione ma anche di trasparenza e soprattutto di partecipazione. È la lotta di tutti e avrà un buon esito solo se tutti si daranno da fare. Le assemblee che con mille difficoltà - la repressione qui picchia duro, sempre in nome della sicurezza - vengono estese alle tendopoli. Sara chiama alla mobilitazione permanente e richiama gli amministratori pubblici al loro ruolo: «Prima si parla con la gente nei campi, poi si va agli incontri con Bertolaso e Berlusconi». In ballo c'è anche una manifestazione a Roma, il dubbio è solo se organizzarla per il 10 giugno, quando il governo riceverà i sindaci, o puntare direttamente al 15, quando inizierà la discussione del Dl alla Camera. Idea: portiamo le tende in piazza Montecitorio dal 10 al 15 e magari diamo vita a una «cuscinata». Preoccupano i new village che si profilano all'orizzonte, peggiori della new town e - ormai è chiaro - altrettanto definitivi. Roberto, che lavora come fisico nei laboratori del Gran Sasso, ha a cuore soprattutto la sorte dell'università e dei suoi studenti: «Questo è un terremoto di destra - dice - che ha distrutto la cultura e ora farà arricchire i palazzinari».
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