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Marco Revelli
Retoriche disumane
Ormai è chiaro, la campagna elettorale il governo la fa così. Con l’ostentazione pubblicitaria dei respingimenti. Con l’evocazione impudica dell’apartheid. Con l’esibizione della durezza “senza se e senza ma” – anzi, con l’invito esplicito a essere “cattivi” - contro i migranti. Insomma, mettendo in gioco quella risorsa potentissima sul piano emotivo e pericolosissima su quello civile, costituita dalle “retoriche del disumano”. E spingendoci così sempre più giù su quel piano inclinato della civiltà e dei diritti lungo il quale ormai da anni, ma in fine velocior, l’Italia sta cadendo.
C’è dentro ognuno di noi, e nella coscienza collettiva, un confine impalpabile ma fondamentale, che distingue il modo di guardare l’Altro come “uno di noi” (diverso ma, almeno in qualcosa simile), o come una “natura estranea”. Appartenente a un altro “regno”: “animale”, “vegetale”, “minerale”. O semplicemente al Nulla. Le “retoriche del disumano” lavorano su quella linea di confine. La spostano “in qua”, riducendo l’area degli inclusi nella dimensione di “uomini” e allargando l’esercito dei “non-uomini”. Dei non-riconosciuti. Non degli “invisibili”, si badi. Bensì di coloro che si vedono ma non hanno importanza. Possono essere indifferentemente usati o abbandonati a se stessi. Accolti (se, e fin quando, servono) o respinti (come cose inutili o dannose). “Salvati” o “sommersi”, a seconda dell’interesse del momento.
Questo sta facendo il ministro dell’interno Maroni. Con la rozzezza che lo distingue. Ma anche con assoluta spregiudicatezza, spostando i confini della politica oltre un limite mai varcato finora, per lo meno nell’Italia repubblicana, da nessuna forza di governo: fin dentro al delicato intreccio che lega la dimensione del biologico a quella del senso morale. La natura dei rapporti “genericamente umani” e l’esercizio del potere pubblico. Si può ben comprendere quanta terribile efficacia possa avere, in una società che si va impoverendo rapidamente, e in cui strati sempre più ampi di popolazione avvertono il rischio imminente del proprio declassamento e della perdita di posizioni faticosamente conquistate, una retorica di questo tipo: quale devastante potenziale di mobilitazione negativa abbia un meccanismo fondato sulla creazione di una porzione, limitata, di umanità esplicitamente privata per via statuale, attraverso lo strumento universale della Legge, dello status di uomini.
Esso permette un apparente, ma psicologicamente efficace, “risarcimento” dei “penultimi” – di coloro che hanno perduto buona parte dei propri diritti sociali -, attraverso l’esibizione della deprivazione più radicale degli “ultimi”, di coloro che sono del tutto senza diritti. Gratifica chi ha perduto (quasi) tutto, o teme di perderlo - lavoro, casa, reddito, salute… – ma ha mantenuto lo status di “uomo” grazie alla sua appartenenza territoriale, mostrandogli in chiave pubblicitaria lo spettacolo di chi di quella prerogativa è stato destituito. E può essere pubblicamente dichiarato “fuori”. Dunque “sotto”.
E’, non possiamo nascondercelo, un meccanismo politicamente “irresistibile”. Mettendo al lavoro un sentimento ambiguo, ma incendiario, come l’”invidia sociale”, nell’epoca della conclamata impossibilità di realizzare efficaci politiche redistributrici e di sfidare in modo credibile chi “sta in alto”, esso si rivela capace di “sfondare” in aree sociali estese, e potenzialmente immense. Spesso negli insediamenti tradizionali della vecchia sinistra. Diventa, una volta accettato di varcare quel confine morale da parte di imprenditori politici spregiudicati, per usare un eufemismo, una risorsa decisiva. Infatti Berlusconi e i suoi ci si sono buttati a pesce, nel momento in cui la priorità sembra quella di vincere la “guerra psicologica” della crisi (e, cosa non secondaria, di “dimenticare Veronica”…). E bene ha fatto Franceschini a denunciare, con forza, l’uso propagandistico della nuda vita offesa, ma già l’immediata, e davvero improvvida, contromossa di Fassino ci dice quanto fascino, o imbarazzo, esercita, su tutti i fronti politici, l’entrata in gioco di quella nuova perversa risorsa. E quanta difficoltà ci sia a contrastare, se ci si attiene al piano strettamente politico, dei nudi rapporti di forza, il processo di pietrificazione delle coscienze che esso comporta.
Se una resistenza può nascere oggi, credo che non possa che costituirsi su un fronte per così dire “impolitico”. Tale da operare sui registri trasversali della morale, della memoria, del senso di dignità e su residui di cultura, che non si misurano sui rapporti di forza, sulle regole della ragion di stato o di partito, sui machiavellismi dell’azione utile e di quella efficace.
L’effetto principale delle “retoriche del disumano” è quello di disumanizzare per primi coloro che le condividono. Occorre mettere insieme chi continua a non voler rinunciare alla propria residua umanità. E intende difendere quel brandello di condivisione del proprio stato di uomini con tutto il resto del genere umano.
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Mi chiedo (da sempre) chi realmente si muove dietro al fantoccio Berlusconi: la strategia è perfetta e pianificata con grande attenzione.
Le destre compatte reagiscono come un sol uomo: sfruttano i media televisivi per sparare brevi ed efficaci frasi ad effetto, seguite (quando serve)da smentite il tutto condito da una mimica facciale che alterna volti scuri a larghi sorrisi secondo il collaudatissimo cliché italico del "chiagni e fotti".
Troppo, troppo perfetto per non essere pianificato a tavolino da persone che conoscono bene la "razza italiota" nella sua variegata geografia di maschere e campanili.
E a sinistra? la solita cacofonia di voci che si accavallano, si contraddicono, si corregono in un non meglio precisato esercizio del diritto di parola che alla fine non trova mai un punto fermo e condiviso.
Oggi Fassino smentisce Franceschini domani Cacciari prende le distanze da D'Alema e poi il PD contro se stesso, il PD contro l'altra sinistra che, a sua volta, si lacera, piena di rancore e livore, in mille brandelli.
Cosa ci attende alle europee? 13-05-2009 12:25 - dario
Penso in parallelo alla vicenda dei due "clandestini" che a Salerno hanno reagito, unici, al pestaggio dei due anziani ad opera di uno squilibrato. Temo che un tale episodio possa venire sfruttato da una parte per rinfocolare la retorica dell'Italiano brava gente (che in questo caso regala un permesso di soggiorno ai due migranti) e dall'altra faccia aumentare ulteriormente la paura in chi più facilmente é preda dell'invidia sociale.
In altre parole gli immigrati si temono non solo quando delinquono, ma anche quando agiscono positivamente perchè sembrano essere più reattivi e più adattivi di noi adagiati nelle nostre pigre comodità.
Resistere aggrappandosi a primordiali sentimenti di umanità e cercandone la maggiore trasversalità nelle persone e tra individui? Sì certamente, ma purché si sia consci che la resistenza avviene dopo la catastrofe. A l'Aquila, purtroppo,adesso lo sanno. 13-05-2009 11:09 - Luciano Rubini
Ma qual è l'alternativa? Una teoria: facciamo in modo che questa gente abbia un mondo migliore dove vive. Sarebbe perfetta ma non è applicabile (perché sono troppi gli interessi in gioco e certamente non italiani, almeno non in maggioranza). Allora il mondo occidentale, che crea il problema ai paesi in via di sviluppo, deve pagare dazio. Sono d'accordo e infatti l'Italia, come nella storia hanno fatto tutti i paesi del mondo più avanzato, riceve gli immigrati. E' un problema quello di darsi un limite? Bisogna sempre essere masochisti come la sinistra insegna da decenni solo dove non esistono i regimi comunisti? Già, perché lì dove esistono o sono esistiti, la dittatura è SEMPRE stata al potere. Perché parlare di retoriche del disumano, di comportamenti razzisti etc.? Stiamo solo cerando di limitare un fenomeno. Nell'arco di breve, i traghettatori di clandestini cambieranno rotta e questo darà un po' di "respiro" all'Italia dove comunque continueranno ad arrivare migliaia di disperati che verranno accolti con dignità come il nostro paese sa fare indipendentemente dai colori governativi. O forse qualcuno pensa che l'Italia debba o possa farsi carico di tutti i diseredati della terra? 13-05-2009 09:26 - CLAUDIO
Mi spingerei più in là: forse in questi anni in troppi si sono dimenticati dell'esistenza della parola e della pratica della solidarietà.
Ora siamo all'evidenza di come il Potere consideri quelli che della ristretta cerchia, non fanno parte: merce, di scambio, di manovra, di sfruttamento, e direi di galleggiamento.
Credo che in molti si siano accorti di essere trattati in quel modo; purtroppo la cultura che è stata diffusa anche nel mondo del lavoro, anche dalle rappresentanze sindacali storicamente di sinistra, non ha tenuto in debito conto il bene comune.
Prima della solidarietà son venuti, la ricerca di consenso, la sponsorizzazione degli amici, il piccolo vantaggio personale.
Parlo così anche perchè vivo una surreale esperienza in una azienda ex pubblica, ex municipalizzata, del nord-est ora in vendita da parte dei Comuni proprietari.
E nessuno fiata, nessuno chiede una minima garanzia, il nulla in totale silenzio in un'azienda di 200 dipendenti.
... naufraghi nello stesso mare. 13-05-2009 09:23 - Franco