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FUORIPAGINA
25/05/2009
  •   |   Roberto Silvestri
    Cannes 62, i premi al cinema del "3D interiore"

    Cannes 62 non è stato, come si è letto e sentito, la passerella delle depravazioni e perversioni umane. È che non siamo più abituati a immagini adulte nel nostro paese. Si sono scodellate dentro e fuori gara opere complesse e profonde, riflessioni sulla storia di ieri e sul tragitto che porta dalla shoa a Abu Ghraib, dai neonazi a Gaza. E i premi, criticabili ma plausibili (tranne il silenzio imbarazzante su Elia Suleiman) a Haneke, Tarantino e Lou Ye (soprattutto), Brillante Mendoza, Audiard, Lars Von Trier, Park Chan Wook e Andrea Arnold (meno), hanno un «senso» e indicano con coraggio alcuni sentieri espressivi esplorati anche da opere vincenti ma sconfitte (Bellocchio, Loach, Campion). Il cinema adulto compete con i kolossal digitali e in 3D con una «terza dimensione» intima ma estrema.
    Michael Haneke, 67 anni, austriaco nato a Monaco di Baviera, da anni residente in Francia, ha vinto la Palma d’oro del 62° festival di Cannes grazie all’ultimo (e meno ostico) dei suoi lavori. È Il nastro bianco, ritratto impietoso e horror delle origini di una civiltà morente, la nostra. Un viaggio a ritroso nel tempo, nel 1913, in un paesino semifeudale del nord luterano. Due ore e mezza, in bianco e nero, in una sorta di mini-Heimat, alle scaturigini perverse e pervasive del nazismo nascente che già covava la sua nidiata malefica.
    Che sia stata, a premiare Il nastro bianco proprio Isabelle Huppert, l’attrice che lui portò nel 2001 al massimo della forma e dei riconoscimenti per La pianista, la dice lunga sulla grinta indemoniata e sulla passione estetica della presidentessa della Giuria 2009.
    Una forza della natura capace di ipnotizzare, pare anche con le cattive, i suoi «co-giurati» Hanif Kureishi, Bilge Ceylan, Asia Argento, Robin Wright Penn, James Grey, Shu Qi, Sharmila Tagore III e Lee Chan Dong, sguardi altrettanto estremi sul mondo. «Conflitti di interessi»? No, non si tratta di crimini, qui, di soldi rapinati o truffe ai danni di terzi... Palma d’oro non vuol dire incassi sicuri di mercato. Piuttosto è caduta di stile, assenza di tatto, al limite mancanza di educazione da parte del «più bel festival al mondo». Ma l’arte non è giustizia, né cortesia formale, dicevano i primi futuristi prefascisti, che tanto si omaggiano, anche in Costa azzurra, 100 anni dopo (e anche Marco Bellocchio lo ha fatto, nel suo amato ma non impalmato poema rumorista, Vincere). Dunque si tratta di peccati veniali, di piccole colpe (sul cristiano senso di colpa, su Abu Ghraib, molto elaborano Haneke, von Trier, Audiard e perfino Park e Mendoza) di chi sceglie e smista i film (anche quest’anno apprezzati per l’alto livello artistico e culturale) nelle varie sezioni («astute» le retrocessioni di Coppola e Raimi in serie b). Ovvero di uno staff, guidato da Jacob e Fremaux, che sa valorizzare i mostri sacri e allevare e lanciare i talenti, come dimostrano i premi a Alain Resnais e la Camera d’Or all’opera prima Sansone e Dalila, dell’aborigeno Warwick Thornton (che nessun distributore italiano ha ancora acquistato). La giuria della Camera d’or ha goduto perfino della presenza di Charles Tesson, un critico, specie in via di estinzione sia nelle giurie dei festival, sia sugli organi di informazione, almeno italiani. Che, quasi tutti berlusconizzati ormai, preferiscono l’apologia alla critica, la cronaca rosa al ragionamento dark, la disinformazione all’informazione (per esempio la ridicola polemica sui film scandalosi, perversi o splatter: ma quali?). E dunque non solo non abbiamo più visto Mattino e Messaggero rappresentati da Caprara o Ferzetti, ma restringersi sempre più lo spazio di elaborazione culturale (non nazionalista) dei grandi quotidiani anche tv.

    Invece anche nell’anno della crisi Cannes ha saputo tenere. Perfino le cifre del Mercato non sono da suicidio. Gli affari si sono fatti. I film venduti. Le coproduzioni son partite. Grazie anche all’«effetto Hollywood», all’energia che Cannes sa trasmettere a tutti i film che vengono lanciati qui e visti in anteprima mondiale. Ovvio che quei film e i loro autori verranno poi coccolati per sempre e i filmaker diventeranno, incestuosamente, «amici del festival» a vita, e, via via scelti poi premiati e poi giurati. Sono peccati veniali perché Cannes è il fiore all’occhiello della politica cinematografia francese, e sa schierare truppe corazzate invincibili, ha alleati potenti in ogni continente e una strategia globale precisa nella guerra dell’immaginario. Non a caso ha strappato in casa la leadership negli incassi annuali superando al box office i film Usa.  A Angeli e demoni, a Up, risponde con i film in 3D «interiore» che si confrontano con l’origine del Male, in varie chiavi, misogina, gnostica e impaurita (come Trier, Tarantino e Haneke) o femminista (Campion, Bellocchio e Suleiman). Il nastro bianco analizza come può, e perché deve, un’educazione autoritaria e sessuofoba, generare mostri, delitti e perversioni; e la caduta nell’abisso collettivo del fanatismo, del nazionalismo e della mostruosità a partire dal basso, dall’uomo qualunque, della donna più pia, del bimbo e della bimba innocente. Altri hanno mostrato che è proprio la donna liberata di un secolo fa a scatenare guerre e destabilizzazioni mentali tutt’ora all’opera.
    Con Haneke è stata messa in evidenza una nuova generazione di narratori-saggisti moderni, il cinese Lou Ye, il coreano Park Chan Wook, il francese Jacques Audiard, il filippino Brillante Mendoza e quella costola di Lars von Trier chiamata Charlotte Gainsbourg (le cui performance più estreme saranno censurate nella versione «cattolica» per paesi puritani, Italia spero non compresa). Sarà stata anche una fascist bitch il presidente della giuria, ma non era facile il suo lavoro, troppi i professionisti della Palma d’oro, Ang Lee, Campion, Loach, Almodovar, che trovano sempre la ricetta per estasiare la Croisette e conquistare i mercati del cinema d’arte (che è un mondo a sé, ma non meno remunerativo dell’altro).


I COMMENTI:
  • c'è sempre questa gran paura che torni il fascismo o il nazismo. io penso che non torneranno più, perchè sono sistemi deboli, destinati per forza di cose ad esaurirsi, in quanto troppo esplicitamente oppressivi. io ho più paura dell'attuale capitalismo, che attraverso la liberal-democrazia attenua le tensioni sociali concedendo piccoli diritti di volta in volta, facendoti così credere di essere libero e che la conquista dei diritti civili sia l'unica cosa per cui lottare. consiglio a tutti la lettura de "la nave dei folli" di ted kaczynski. 26-05-2009 11:54 - kulma
  • Peccato che alla conclusione del Festival di Cannes il film " Vincere " non
    abbia portato a casa nessun premio. Però devo dire che questa edizione era
    particolarmente buona, anche dal punto di vista esclusivamente
    commerciale. Non vedo l'ora di gustarmi i film di Samuel Raimi e Quentin Tarantino. La giuria doveva essere estremamente in imbarazzo. Comunque il
    lavoro di Haneke che ha vinto il primo premio era un bell'esempio di
    cinema antifascista ed antimilitarista, e di opere come queste c'è sempre
    bisogno. Vedete, si può fare politica anche realizzando dei film meta-storici oppure orrorifici. Guillermo Del Toro con la sua saga horror
    ambientata ai tempi della Guerra Civile Spagnola con i repubblicani dalla
    parte giusta ed i falangisti carogne, ha insegnato a tutti qualcosa.
    Possiamo ( e dobbiamo ) avere delle idee politiche diverse, ma quando ci troviamo tutti uniti a combattere contro il risorgere del fascismo e del
    nazismo sotto qualsiasi forma, abbiamo fatto già un gran passo avanti. Uno
    dei pregi del film " Vincere " era anche questo. 26-05-2009 07:23 - gianni
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