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Michele Giorgio
Insediamenti, Israele dice no a Obama
Ha pesato come un macigno sull’incontro tra Barack Obama e Abu Mazen, ieri in tarda serata, il secco no di Israele alla perentoria richiesta dell’amministrazione americana di mettere fine «senza eccezioni» alle costruzioni negli insediamenti colonici nei Territori occupati. Sulla fermezza, almeno apparente, contro l’espansione delle colonie ebraiche Abu Mazen punta buona parte della sua strategia nei confronti del nuovo governo israeliano, dominato dalla destra ultranazionalista e contrario alla creazione di uno Stato palestinese sovrano. In queste settimane il presidente dell’Anp ha ripetuto che non negozierà con il premier israeliano Netanyahu sino quando non cesserà l’espansione degli insediamenti. Ora Abu Mazen rischia di finire sotto pressione. Obama potrebbe chiedergli di rinunciare al congelamento degli insediamenti israeliani per non «aggravare» la tensione tra Washington e Tel Aviv. Andare alla ripresa delle trattative con Israele mentre i bulldozer continuano a spianare terreni palestinesi per le nuove case dei coloni, sarebbe un suicidio politico per il leader dell’Anp. «Abu Mazen non ha titolo di parlare a nome dei palestinesi», ha avvertito ieri il movimento islamico Hamas.
Il presidente dell’Anp si è presentato alla Casa bianca offrendo ad Obama piena collaborazione e proponendo l’istituzione di una commissione che dovrà lavorare per conto del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) per assicurare che israeliani e palestinesi rispettino i loro impegni. Abu Mazen ha insistito molto sull’applicazione del piano arabo – ritiro totale di Israele dai Territori occupati in cambio della normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo – confermando le indiscrezioni che riferiscono dell’intenzione dell’Anp di inserire la questione palestinese all’interno di una cornice più ampia, quella dei rapporti tra l’intero mondo arabo e Israele. Una mossa che presenta vantaggi ma anche rischi notevoli, come la possibile «svendita» delle aspirazioni palestinesi di fronte agli interessi di leader arabi che in non pochi casi sono controllati da Washington o puntano all’apertura rapida di relazioni ufficiali con Israele. Da Obama, l’Anp si attende un rinnovato sostegno alla soluzione dei «due stati» dopo l’esito negativo dell’incontro di pochi giorni fa alla Casa bianca tra il presidente americano e Netanyahu che aveva messo in luce di divergenze sulla strada per giungere alla ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione americana sarà più chiara il 4 giugno, quando al Cairo Obama leggerà il suo atteso discorso al mondo arabo-islamico con il quale dovrebbe delineare anche i punti principali della strategia Usa per il conflitto israelo-palestinese.
Da parte sua Netanyahu non si scompone di fronte alla intimazione americana di bloccare «senza eccezioni» l’espansione degli insediamenti ebraici. Ai toni (apparentemente) fermi del segretario di stato Hillary Clinton, ha replicato ieri Mark Regev, portavoce di Netanyahu, chiarendo che il governo a congelare totalmente le colonie non ci pensa nemmeno. Israele - ha sottolineato Regev - si è impegnato a «non costruire nuovi insediamenti» e a rimuovere gli avamposti colonici, ma non accetta di rinunciare allo sviluppo di alcuni grandi insediamenti già esistenti per far fronte, ha detto, alla «crescita naturale» del numero degli abitanti e alle «necessità della vita normale». Esigenze destinate a perpetuarsi per anni, ha lasciato intendere il portavoce, fino a quando «la sorte dell’intero complesso degli insediamenti – costruiti dopo il 1967 in aperta violazione della legalità internazionale - non sarà determinata da accordi di pace fra israeliani e palestinesi». Dietro questo paravento sono state costruite negli ultimi anni case destinate ad almeno un terzo dei nuovi coloni israeliani.
Nella Cisgiordania occupata nel frattempo non cessano le operazioni dell’esercito israeliano, spesso all’interno di città e villaggi formalmente sotto il pieno controllo di Abu Mazen. Un palestinese è stato ucciso ieri da reparti speciali israeliani a Dura, alle porte di Hebron. L’uomo, Abdel Majid Dudin, descritto da Israele come «esponente di primo piano dell’ala militare» di Hamas in Cisgiordania, era ricercato dal 1995.
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non è la Palestina ma sotto le tende sugli Altipiani della Caldea, da dove partì quel grand'uomo di Abramo su preciso suggerimento di Javhè. 30-05-2009 16:25 - Palmerio
ma questo fabio da dove esce?
se vivessi in un territorio e all'improvviso comparisse un popolo che sostiene di avere diritto a stare lì perché i suoi antenati ci vivevano, e piano piano si espandesse fino ad occupare la tua stessa casa e a sradicare gli alberi del tuo giardino e a frammentare il tuo quartiere in check points dove vieni umiliato ogni giorno, in attesa per ore e ore di un permesso solo per passare dall'altra parte, e se questo stesso popolo, ormai potentissimo poiché finanziato e armato dalla più grande potenza mondiale, ti imponesse un blocco totale, dai medicinali, al carburante, al cibo, ai giocattoli, ad ogni genere di bene di sussistenza, e se una tregua imponesse a te di smettere di lanciare razzi (fatti in casa e che in otto anni hanno fatto meno di dieci vittime, mentre i tuoi muoiono a centinaia sotto l'occupazione di uno degli eserciti più forti e armati del mondo) e a loro di togliere il blocco che sta stremando e affamando donne, uomini e bambini, e se tu rispettassi la tregua e LORO NO, ripeto, E LORO NO, poi cosa faresti, fabio?
ah è vero. quelle mille vittime sono giustificate dall'inettitudine dei capi palestinesi.
gli israeliani non hanno ammazzato. non hanno assassinato .non hanno bombardato. non hanno utilizzato fosforo bianco che ha ustionato gli organi interni dei cadaveri. Non hanno continuato a costruire insediamenti illegali in territori occupati contro ogni legge internazionale.
no, è stato arafat. giusto.
e così gli storici tra un centinaio d'anni si chiederanno chi mai fossero i palestinesi. povero popolo estinto. 29-05-2009 20:45 - Randa