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Francesco Paternò
Chi ha fregato Marchionne?
Magna, il colosso austro-canadese della componentistica, avrebbe già firmato un accordo preliminare che fa da base al prestito-ponte di 1,5 miliardi di euro deciso dal governo tedesco per permettere al costruttore di sopravivvere fino alla definizione della nuova società. In cordata con Magna c’è il costruttore russo di auto Gaz e la banca Sberbank. Con il prestito, l’amministrazione controllata e lo scorporo già deciso dalla casa madre General Motors in bancarotta entro lunedì, il marchio del Lampo sarà al riparo dalle richieste dei creditori Gm e potrà provare ad andare avanti, magari cercando altri partner automobilistici per aumentare una produzione complessiva oggi comunque insufficiente. Magna vince perché avrebbe rilanciato, mettendo sul piatto i 300 milioni che Gm ha chiesto subito per separarsi dalla sua controllata. La sua nuova offerta ieri sera era al vaglio del governo tedesco.
Marchionne ha incassato, «nessun problema, la vita continua», ma è ovvio che l’irritazione è forte. Nella notte tra mercoledì e giovedì deve aver capito di aver perso se, al termine di una trattativa sterminata, è volato a Detroit per tornare a seguire la chiusura dell’accordo con la Chrysler e forse per chiarire a viva voce con i vertici della Gm perché gli è stata preferita Magna. Altro segno della sconfitta annunciata il comunicato di ieri mattina arrivato alle 9 ora italiana nelle redazioni in cui il Lingotto comunicava che non avrebbe partecipato al vertice con il governo tedesco fissato per le 14, perché ha «come unico argomento all'ordine del giorno il supporto finanziario di urgenza ad Opel», esponeva il gruppo a «rischi inusuali», «di più non ci può essere richiesto». Poco dopo, uno scatto in pubblico: l’amministratore delegato definiva la trattativa sulla Opel «una soap opera alla brasiliana» e infine, nella mattinata americana e pomeriggio in Europa, Marchionne si spostava a Montreal per una conferenza. Come scrivere The end.
Solo il ministro delle attività produttive Claudio Scajola, a Bruxelles riunito con la Commissione europea per dare il via libera ad aiuti di stato per le filiali Gm in Europa e dunque per la Opel, parlava a meta pomeriggio di ieri di una Fiat ancora in corsa. La borsa, più realista, penalizzava il titolo del Lingotto chiudendo a -4%.
Ma cosa è successo nella notte berlinese? In attesa che lo stesso Marchionne si tolga qualche sassolino (o qualche macigno) dalle scarpe, si possono fare solo ipotesi su chi l’abbia fregato. I tedeschi sembrano aver giocato fino in fondo a carte scoperte. I socialdemocratici, parte dei democristiani, il sindacato Ig Metall e tre dei quattro presidenti delle regioni su cui sorgono impianti Opel hanno sempre detto di essere contrari a Fiat e favorevoli a Magna. Le presunte simpatie della cancelliera Angela Merkel per il piano italiano sono state attribuite dai giornali, mai dichiarate. Gli americani hanno invece giocato due partite diverse. I rappresentanti del governo Obama spediti a Berlino, dalle parte di Marchionne per come hanno trattato insieme con successo sulla vicenda Chrysler, non potevano imporre la loro linea, giocando fuori casa dentro un paese in piena campagna elettorale. E’ stata la Gm, secondo il governo tedesco, a tirare fuori nella trattativa la richiesta di avere subito 300 milioni per la Opel, invece dei 100 previsti da Berlino. Soldi che avrebbe dovuto mettere uno dei due pretendenti: Fiat non li aveva, Magna sì grazie alla banca russa Sberbank. Game over. Più in generale, Marchionne ha perso perché ha condotto le trattative da americano come se stesse in America, sottovalutando una Germania in campagna elettorale e un sindacato che conta molto più che oltreoceano. E perché gioca a poker senza soldi: è andata bene con Chrysler, è andata male con Opel appena è stata alzata la posta con un «piatto». La Gm resta l’imputata numero uno di una storia da scrivere, ma non sarebbe la prima volta che manda all’aria all’ultimo minuto una trattativa. Era già successo con la Renault-Nissan di Carlos Ghosn, che voleva addirittura prenderne il controllo a Detroit.
- 31/05/2009 [29 commenti]
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Credo, e spero che non sia come penso, che se FIAT non raggiunge i 6 milioni di autovetture probabilmente andrà a gambe all'aria e quindi stabilimenti come pomigliano e termini imerese chiuderanno e lavoratori perderanno il posto: Che titolo ad effetto darà IL MANIFESTO ?
Stare 30-05-2009 11:53 - Giuseppe Orsini
saluti 30-05-2009 10:37 - douglas
peccato. non solo per fiat.
ma finché GM sarà un'azienda americana, l'ultima parola spetterà ancora a mr obama il quale da parte sua sembra aver individuato in fiat il partner adatto a cui far gestire ciò che resta dell'industria automobilistica americana che ancora si serve dei derivati del petrolio come carburante.
le nuove armi di barak obama per l'industria dell'auto del nord america sembrano invece del tutto schierate nel campo ecologico.
se questa è la scelta definitiva del presidente americano, cosa ne sarà degli investimenti industriali (ma anche finanziari) di fiat che rischia di trovarsi a dover gestire problematiche sindacali (sociali) derivate dal mercato interno americano che a breve-medio termine potrebbe trovarsi in presumibile netta flessione a favore dell'ecologico? in che modo potrà il mercato internazionale compensare questa flessione se l'esempio ecologico americano dovesse finire per influenzare almeno parte (la più ricca) del resto del mondo?
una fiat con crysler è un'azienda zoppa troppo grande per accontentarsi di un mercato d'area e troppo piccola per essere grande competitor sui mercati internazionali. qualcuno voleva mettere in difficoltà il gruppo italiano? transaqzioni di questo tipo necessitano di un aiuto importante da parte governativa. qual è stato il ruolo del governo italiano? 30-05-2009 09:59 - flavio
Questo pregiudizio l'hanno veramente radicato e quindi questo finale, purtroppo, era assolutamente scontato. 30-05-2009 08:27 - Max