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Giancarlo Aresta
Editoria, un primo passo in avanti
E’ di ieri il voto della Camera, che ripristina anche per il 2009 la certezza dei contributi alle testate politiche e non profit e rifinanzia il Fondo editoria, che aveva subito per le scelte di questo governo un taglio di un terzo negli ultimi sei mesi dello scorso anno. E’ passato giusto un anno dal 24 giugno 2008, quando il Decreto Tremonti non solo riduceva drasticamente le risorse disponibili per la scuola e la sanità (il cuore dello stato sociale italiano), ma assestava un duro colpo al pluralismo dell’informazione, togliendo ogni certezza dei contributi ai giornali cooperativi e di partito (cancellando il diritto soggettivo). Si apriva così uno scenario inquietante, che avrebbe significato la cencellazione di oltre trenta testate quotidiane (e decine di periodici), in un paese che già soffre di una profonda asfissia nell’informazione, per il conflitto di interessi del premier, per la concentrazione di risorse senza uguali al mondo nelle Tv, per il fatto che Mediaset da sola raccoglie 2172 milioni di euro di pubblicità, rispetto ai 1366 di tutti i quotidiani italiani. Questa misura era ancora più iniqua e paradossale, dal momento che si tagliavano i ’contributi diretti’ all’editoria di idee, ma si lasciavano intatti i ’contributi indiretti’, di cui beneficiano in modo assai rilevante i grandi gruppi editoriali quotati in Borsa.
Un primo vero passo avantiQuesto voto della Camera è ancora una misura parziale e interlocutoria, ma insieme un primo vero passo avanti. A contribuire alla tutela del pluralismo – partecipando al rifinanziamento del Fondo editoria – sono stati chiamati dall’articolo 56 della Legge 1441 ter i produttori e i commercianti di energia con una tassa aggiuntiva dell’1% sui loro utili (che il ministro Scajola ha definito – intervenendo il 10 giugno all’assemblea dei petrolieri italiani – una misura ispirata a «una logica di solidarietà e di coesione sociale») e Poste italiane Spa, che riceveva dallo Stato, per la spedizione dei prodotti editoriali, una integrazione di prezzo nettamente superiore alle tariffe praticate da questa azienda pubblica ai migliori clienti privati. Ci aspettiamo che queste norme di legge vengano confermate al Senato, dove il 1441 ter dovrà tornare in quarta lettura.
Sull’informazione, decida il ParlamentoDel resto, è stata l’assemblea del Senato a volere questa scelta positiva, sostenendo con il voto di tutti i gruppi di opposizione e di maggioranza un emendamento dell’on. Vincenzo Vita (sottoscritto dai senatori Butti, Lusi e Mura). Come sono stati gli organi parlamentari della Camera (Commissioni attività produttive e bilancio e assemblea) a tutelarla, fino all’ultimo voto. A dimostrazione che il pluralismo dell’informazione non può essere affidato nelle mani di questo governo (e di nessun governo), ma investe questioni così delicate per la democrazia italiana, che devono trovare il loro luogo di confronto nel Parlamento.
Anche per questo siamo assolutamente contrari all’ipotesi dello stesso decreto Tremonti, di affidare ad un Regolamento il compito di dettare le nuove norme, che definiscano criteri e valori nuovi nell’erogazione dei contributi diretti. E’ grave che un settore come quello dell’informazione sia subordinato in modo diretto a scelte fatte dall’esecutivo, che potrebbe così decidere anno per anno quanto dare e a chi dare, mettendo in una condizione di insostenibile subordinazione decine di testate quotidiane e periodiche: questo orientamento legislativo rappresenta anche una ferita alla nostra Costituzione.
Necessaria una vera riformaNegli ultimi quattro anni, il costo dei contributi diretti si è ridotto notevolmente, dai 224 milioni di quattro anni fa ai 170 del 2008. Questi valori potrebbero contrarsi ancora in misura consistente, colpendo le posizioni di abuso (cioè imponendo che tutte le cooperative ammesse ai contributi debbano essere cooperative di giornalisti: fatte da chi ci lavora), stabilendo un rapporto serio tra i contributi che si erogano e la consistenza delle testate (a partire dall’occupazione), imponendo obblighi significativi di diffusione in edicola ai giornali finanziati, accertando i loro costi effettivi. Solo così si potrà impedire che ricevano contributi testate che millantano il loro far parte di gruppi editoriali privati (è il caso di Libero e il Riformista, innanzitutto); che ricevano più di due milioni di euro giornali che non hanno mai visto un’edicola o che hanno una consistenza e uno spessore informativo ridicoli; che si mantenga, o si allarghi, uno squilibrio insopportabile tra giornali di partito e testate cooperative e non profit.
Nel Parlamento si è trovata una posizione unitaria, nel correggere una scelta del governo. E’ ad esso che spetta la definizione di nuove regole.
Noi del manifestoSi è arrivati a questo risultato parziale, ma importante, grazie all’impegno generoso di parlamentari di diverse parti politiche, al lavoro intenso e serio di Mediacoop; ma anche per la battaglia a viso aperto che il manifesto ha fatto in questi dodici mesi, in difesa del pluralismo. Era in gioco, certo, anche la nostra sopravvivenza: e sono stati i nostri lettori, con il loro sostegno generoso, a permetterci di far sentire la nostra voce, fino a questo primo risultato. Ma i nostri problemi restano aperti, anche dopo questa lunga battaglia, e non dipendono solo dagli esiti di una legge. Solo ridando voce a una sinistra, che è molto più ampia ed estesa di quanto viene evidenziato dalle divisioni delle sue formazioni politiche attuali e dalla conseguente geografia del voto (uno specchio della loro impotenza), sarà possibile assicurare, ancora con il vostro sostegno, continuità alla nostra impresa comune.
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Luigi, scusa ma abolendo i finanziamenti pubblici ai giornali (premettendo che il sistema va profondamente rifomato, non tagliato, riformato) cooperativi e di partito rimarrebbero solo i giornali dei grandi interessi che governano il paese. Se noti la commistione tra banche, imprenditoria ed editoria è allucinante. E' il discorso del giornalismo come megafono piuttosto che cane da guardia del potere. E credo che anche la soluzione del tagliare tutto sperando che la rete risolva ogni problema, non mi convince: da una parte non credo che internet raggiunga davvero una quota sufficiente di popolazione, nel senso che credo che la gente continuerà ad informarsi prevalentemente dalla televisione e, anche se sempre meno, dai giornali (e crescerà la free press, altro settore in cui il ruolo di giornalista viene eliminato per far spazio e pettegolezzi, notizie strumentali e ovviamente pubblicità). Internet lo vedo troppo a lungo termine.
Dall'altra verrebbe meno il ruolo di giornalista che, anche se a dirlo oggi fa ridere per l'80% dei casi, fissa almeno una deontologia per stabilire i criteri di un'informazione corretta. Stabilisce cosa è giornalismo. Poi, sul fatto che oggi la maggioranza dei giornali italiani non faccia giornalismo ma cicaleccio e leccaculaggine siamo d'accordo, ma perchè penalizzare tutti (o meglio, nel caso i giornali dei 'padroni' continuavano a predicare lasseiz faire a spese dello Stato, gli altri, tagliati)? 26-06-2009 01:17 - carlo F