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Sergio Finardi
Dividendi a prova di bomba
I dividendi delle guerre che hanno aperto il XXI secolo (in particolare Afghanistan, Iraq e «guerra al terrore») stanno progressivamente distribuendosi tra le imprese militari e high-tech dei Paesi che quelle guerre hanno promosso o appoggiato. Paradossalmente, si stanno distribuendo anche sui complessi militari-industriali di alcuni Paesi che quelle guerre hanno in modo più o meno esplicito avversate.
In questi ultimi anni significative tendenze al rialzo mostrano sia le spese globali per la Difesa (nel 2008, dati Sipri, circa 1.500 miliardi di dollari e nel 2007 1.339 miliardi di dollari, con un incremento reale del 45% tra 2007 e 1998), sia le esportazioni effettive (che hanno raggiunto i 65 miliardi di dollari nel 2007 e sfonderanno probabilmente il tetto dei 70 miliardi quando saranno disponibili i dati completi del 2008).
Tra quelli messi in moto dall'effetto-guerre, in particolare dal tipo di guerre combattute, possiamo identificare cinque cicli principali, relativi sia alla produzione di armamenti che all'esportazione: un ciclo prevalentemente relativo alle potenze che hanno promosso i conflitti; un ciclo relativo alle potenze che ne sono rimaste fuori; un ciclo dei trasferimenti ai mercati di secondo livello; un ciclo delle armi civili; un ciclo dell'illegale derivato dai precedenti.
Washington, Londra ed Alleati. Nei paesi promotori dei conflitti, in Iraq e Afghanistan in particolare, gli elementi di spinta più ovvii sono stati il rimpiazzo degli armamenti consumati, la spinta al loro miglioramento tecnico, l'accresciuta esportabilitá dei sistemi che hanno dato buona prova sul campo, l'accresciuta importanza dei servizi logistici, di sicurezza, di costruzione militare e civile. Di particolare importanza per la successiva esportabilità delle armi prodotte da tali Paesi è il fatto che i sistemi sono stati provati su terreni di estrema difficoltà, sia da un punto di vista geografico e climatico, sia da un punto di vista logistico. La selezione che quelle guerre hanno operato e stanno operando tra sistemi avanzati sulla carta e sistemi realmente efficaci, tra logistiche che funzionano e logistiche che non funzionano, ha trasferito rapidamente i suoi effetti venefici sui mercati internazionali. Gli esiti principali di tale ciclo si stanno trasferendo sui volumi e la qualitá delle esportazioni verso i mercati più ricchi, nel caso i mercati Nato, Mediorientali, Asiatico-Meridionali. Ancora in tale ciclo, la natura delle guerre recenti maggiori ha poi enfatizzato il ruolo delle compagnie militari private, utilizzate nei servizi di sicurezza alla persona e alle strutture, nelle carceri, nell'intelligence, nelle operazioni sporche di eliminazione «non-convenzionale» dell'avversario o contro la popolazione civile.
Al maggio del 2009, il personale privato sotto contratto della Difesa statunitense era pari in Iraq a 148.050 persone, di cui circa 88.000 addetti alla sicurezza e al supporto delle basi (sul totale, ben 70.875 di nazionalità non statunitense, a fronte di 140.000 soldati statunitensi) e pari in Afghanistan a 71.755 persone, di cui 4.373 addetti alla sicurezza (sul totale ben 60.563 di nazionalità afghana, a fronte di 35.000 soldati statunitensi)
Mosca, Pechino, Parigi e gli altri. Tra le potenze che sono rimaste fuori dai conflitti (almeno inizialmente e per la Russia solo parzialmente), la necessità di tenere il passo con le potenze belligeranti e con i loro sistemi provati sul campo ha da un lato reso politicamete più forti le richieste dei rispettivi ministeri della Difesa per nuovi sistemi d'arma e per ristrutturazioni dell'apparato produttivo e di esportazione militare, con enfasi sulla mobilità e sulle forze speciali di rapido intervento. A tale parte «interna» se ne è affiancata un'altra, relativa alla proiezione esterna della produzione militare. In numerosi Paesi del «Sud» del mondo, infatti, le guerre promosse da Stati Uniti e Regno Unito hanno creato una corrente di solida avversione nei confronti di Washington e di Londra, favorendo in essi la crescita d'influenza dell'offerta militare di altre metropoli - Mosca, Pechino, in minor misura Parigi, Minsk, Brasilia, Pretoria, tra altre. La Russia, ad esempio, ha consolidato il suo settore militare-industriale in circa venti complessi maggiori e il controllo dell'export di armi è tornato solidamente nelle mani dell'organizzazione statale Rosoboronexport, con 8,3 miliardi di dollari di armi vendute nel 2008.
I mercati di secondo livello. La spinta all'adeguamento verso l'alto dei sistemi d'arma in tutte le maggiori potenze produttrici ha «liberato» progressivamente ingenti quantità di sistemi ritenuti più arretrati, che stanno andando ad alimentare i mercati di secondo livello e «grigi». Chi non può permettersi di accedere ai mercati di primo livello, si sta dotando di quanto di meglio possano offrire gli stock di secondo livello. Paesi che hanno ambizioni egemoniche regionali ma risorse limitate possono ora accedere a sistemi d'arma ancora micidiali, ma non più in dotazione agli eserciti di punta. La possibilità di introdurre in tali sistemi miglioramenti a basso costo è poi assicurata da Paesi con notevole know-how militare - come Bulgaria, Israele, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ukraina - che si sono specializzati nel servizio di quel tipo di clientela. Ad esempio, ciò che rimaneva degli ingenti stock di armamenti accumulati dalle parti belligeranti nei conflitti balcanici degli anni 90 è poi migrato ufficialmente o clandestinamente verso l'Afghanistan, l'Iraq, la Somalia, il Rwanda la Republica Democratica del Congo e l'Uganda.
Le armi «civili». Nelle aree «calde» del mondo, sia aree di conflitto, sia aree loro vicine, si stanno verificando vere e proprie esplosioni di passione venatoria e di tiro al piattello. All'ombra di autentici cacciatori e maniaci dei poligoni di tiro fioriscono flussi considerevoli di doppiette, fucili semi-automatici, pistole, cartucce, proiettili, canne d'arma, non militari o demilitarizzati, ma con la deplorevole tendenza a finire prima o poi nelle mani di combattenti «irregolari» ed eserciti privati. Se può bastare un dato, nel 2008 l'Italia ha esportato nel mondo pistole e fucili «civili» per 310 milioni di dollari.
Il ciclo dell'illegale. Accanto e spesso sovrapposto al percorso cosiddetto legale, un ultimo ciclo prodotto dall'effetto-guerre riguarda la crescita dei mercati grigi o illegali, in realtà per la più parte mercati che vengono lasciati esistere perché servono variamente le parti meno presentabili delle politiche estere delle potenze in competizione. Le cronache recenti ci riportano traffici d'ogni tipo promossi da membri degli apparati militari, delle compagnie militari private, dei circoli di trafficanti di armi e dei fornitori di servizi logistici. In tali mercati - benchè vi si possa trovare di tutto - prevalgono le armi di fanteria, le dotazioni per le forze speciali, le armi d'elezione della guerriglia, i sistemi anti-aerei e anti-carro portabili dalla persona. L'origine di tali armi non è misteriosa, tutti sanno da chi e come i trafficanti che si muovono su questi mercati hanno avuto quelle armi.
Il ciclo delle guerre e i cicli delle armi si alimentano a vicenda, producendo da un lato enormi dividendi economici e politici e dall'altro nuovi scenari di crisi nella lotta per l'egemonia. Quando la sinistra si sveglierà dal suo letargo ventennale, potrebbe trovare una divisa ad attenderla.
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