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Astrit Dakli
Sferragliar di cingoli in tutto il Caucaso
Sono iniziate oggi e dureranno fino al 6 luglio (il giorno in cui arriverà a Mosca il presidente americano) nella regione russa del Caucaso settentrionale, le più grandi manovre militare condotte dalle forze armate di Mosca da un anno a questa parte: manovre che, per esplicita affermazione dello stato maggiore russo, costituiscono un monito al governo georgiano affinché non ceda alla tentazione di ripetere l’avvenuta militare dell’agosto scorso ("serviranno a raffreddare le fantasie di qualche guerrafondaio della regione", hanno affermato fonti militari).
Alle esercitazioni, cui sovrintende personalmente il generale Nikolaj Makarov, capo di stato maggiore generale delle forze armate, prendono parte più di 8.500 soldati, 200 tank, centinaia di pezzi di artiglieria pesante, nonché le forze aeree della regione militare meridionale e le forze navali del Mar Nero e del Mar Caspio. Obiettivo: simulare le tecniche di intervento di fronte a una situazione di crisi che improvvisamente va "fuori controllo" e si trasforma in una guerra aperta. In pratica, la ripetizione sul piano teorico di quanto effettivamente accaduto nell’estate 2008 in Sud Ossezia. Non è chiaro, per ora, in che misura verranno coinvolte nelle esercitazioni anche le forze russe di stanza nelle due regioni secessioniste di cui Mosca ha riconosciuto l’indipendenza da Tbilisi, cioè Sud Ossezia e Abkhazia: in ciascuna delle due, sono presenti oggi circa 6.000 soldati russi, nonché notevoli strutture logistiche e di sostegno.
Le autorità georgiane hanno definito le manovre "una provocazione" – salvo omettere il fatto che appena un mese fa si sono svolte manovre congiunte della Nato e delle forze georgiane, sia pur su scala minore – e in effetti l’intento politico del Cremlino è abbastanza esplicito: da un lato una risposta a quel che negli ultimi tempi il governo russo ha denunciato come "ritorno revanscista" dei falchi georgiani, che con l’aiuto di Washington hanno negli ultimi mesi ricostituito gli arsenali che avevano al momento dell’attacco contro la Sud Ossezia; dall’altro un avviso agli Stati uniti e all’Europa, pochi giorni prima dell’arrivo di Obama a Mosca, circa l’indisponibilità della Russia a cedimenti sul punto dell’adesione di Georgia e Ucraina alla Nato, nonostante la recente ripresa della collaborazione sancita nel summit di Corfù.
Va detto che le tensioni lungo la frontiera georgiana restano alte più che mai, soprattutto dopo la fine della missione di monitoraggio dell’Osce (i cui osservatori non hanno più avuto l’ok di Mosca per proseguire il proprio lavoro anche dopo la scadenza del mandato). Quasi ogni notte si segnalano sparatorie e aggressioni nei villaggi a cavallo del confine, e da entrambe le parti c’è una evidente escalation di misure militari.
Ma le manovre russe hanno anche un altro, ben diverso obiettivo: quello di mettere a punto l’efficienza della macchina militare in un’area dove le tensioni interne e l’attività dei gruppi islamisti armati hanno nuovamente passato il limite di guardia, configurandosi ormai come una vera e propria guerra civile strisciante. La svolta è stata, la settimana scorsa, l’attentato suicida contro il presidente della repubblica di Inguscezia Yunus-Bek Evkurov (sopravvissuto per miracolo e tuttora in condizioni gravissime), ad opera di un gruppo di guerriglia ceceno che ormai opera prevalentemente fuori dalla Cecenia; nei giorni successivi gli scontri a fuoco con morti e feriti si sono moltiplicati in tutta la regione, in particolare in Dagestan (oggi altri cinque uccisi) e in Inguscezia. La scelta del Cremlino di rafforzare la presenza militare e lo stato d’allerta, insieme a quella che è sembrata nei giorni scorsi una vera e propria delega data al presidente ceceno Ramzan Kadyrov per dare la caccia ai guerriglieri anche fuori dalla Cecenia, sembrano oggi indicare che Mosca intende dare una stretta molto energica in tutta la regione.
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