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Gianni Minà
Zelaya e Obama trappola a tempo
Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati uniti.
Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichirandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare “L’unico presidente che gli Stati uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere.
Allora i casi sono due: o l’ambasciatore degli Stati uniti è un incapace o vogliamo credere che il governo di Washington non ha più la minima influenza sull’apparato militare che, da quasi cinquant’anni, condiziona in modo indiscutibile la vita di un paese di radici maya che, oltretutto, dai tempi in cui il presidente Ronald Reagan decise di appoggiare la “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua, è la base operativa e logistica delle operazioni militari del Pentagono in quella zona del mondo.
Operazioni che tra l'altro partono da una base militare, quella di Palmerola, assolutamente illegale perché mai è stato firmato un accordo ufficiale fra i due paesi perché questo apparato venisse edificato e fosse attivo sul suolo hondureño. Anzi, le forze armate del piccolo paese sono legate al Comando Sud dell’armata nordamericana, i cui consiglieri militari giocano un ruolo essenziale nelle loro strategie.
Fra “gli attori politici” nel piccolo paese centroamericano, di quasi sette milioni e mezzo di abitanti, le forze armate degli Stati uniti sono ancora preminenti e non a caso gli alti comandi sono stati formati tutti alla famigerata Scuola delle Americhe, prima a Panama e poi a Fort Benning in Georgia, vera fabbrica di dittatori e di assassini.
Il generale Romeo Vazquez, leader dei golpisti, ha studiato, per esempio, in quell’inquietante ”ateneo”, e da quell’insegnamento, come ha ricordato l'altroieri Manlio Dinucci, vengono i dittatori hondureñi degli anni 70 e 80, Juan Castro, Policarpo Paz Garcia e Humberto Hernandez. Salvo i pochi passati a miglior vita, tutti questi “repressori con stellette” incidono ancora nella vita politica dell’Honduras, anche se nel frattempo si sono sostituiti a loro per via elettorale presidenti presunti liberali o neoliberisti che hanno condotto il paese alla miseria più nera.
Manuel Zelaya, rubricato come liberale ed eletto nel 2006 dalla destra moderata in un paese ostaggio della delinquenza e delle gang giovanili, come il Guatemala e il Salvador, ha avuto il torto di rendersi conto che la causa di questa deriva era di origine strutturale, il prodotto dei bassissimi livelli di sviluppo umano e lo stato di estrema generalizzata povertà.
Così pensò che aderire all’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per i Popoli d’America, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell'America latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba e successivamente da Nicaragua, Ecuador e Repubblica Dominicana (in alternativa all'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati uniti), poteva essere una scelta incorretta ideologicamente, ma economicamente realista, specie considerando il sostegno che avrebbe assicurato ad alcune politiche sociali l’aiuto che sarebbe venuto da PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.
In quell’occasione si dimise il vicepresidente, espressione degli interessi di molte imprese private, sospettose di questi accordi per la linea politica espressa dalle nazioni dell’ALBA.
Adesso è lo stesso Zelaya che è stato esiliato a forza, anche se annuncia che tornerà in patria addirittura oggi.
In questo scenario dovrà ora farsi largo politicamente Barack Obama che, dopo quanto ha dichiarato, non potrà riconoscere il nuovo governo imposto dal golpe militare e presieduto da Roberto Micheletti, ex presidente del Parlamento, ma non sarà in grado nemmeno imporre, come chiede l’Organizzazione degli Stati americani e perfino l’Onu, il reintegro nel suo incarico di Manuel Zelaya, anche se è stato democraticamente eletto.
Questo dettaglio non è di poco conto, ma perfino per organi di informazione come El Pais, giornale una volta progressista, vale solo quando a vincere è il partito conveniente in America latina alle politiche neocoloniali di molte multinazionali spagnole e non coalizioni in linea con il nuovo vento di indipendenza, di autonomia e di riscatto che spira in molti paesi del continente a sud del Texas.
Così, in questa occasione sparisce, per esempio, nell’informazione del prestigioso giornale iberico che detta la linea in Europa su come si deve interpretare la realtà latinoamericana, la condanna dell’Onu al golpe, ed anche l’oggetto del contendere in Honduras, cioè un referendum che voleva portare alla convocazione di un’assemblea costituente e non, come afferma il giornale dell’Editorial Prisa, l’aspirazione di Zelaya di “modificare la Costituzione per restare al potere”. Quindi i militari in qualche modo avrebbero agito da tutori dello stato, malgrado la maggioranza dei cittadini non glielo avesse chiesto.
Insomma, in una parte di quella che fu una volta l’informazione di sinistra c’è come un vischioso tentativo a preparare i propri lettori a digerire un colpo di stato, presentandolo come una soluzione legittima.
Peccato che proprio l’attuale ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, abbia denunciato poco tempo fa come fu proprio un governo conservatore spagnolo, quello di José Maria Aznar, il primo a legittimare, insieme a quello di George W. Bush, il colpo di stato, poi fallito, in Venezuela l’11 aprile 2002 contro il presidente Ugo Chavez, che era stato scelto dai cittadini.
A El Pais evidentemente hanno la memoria corta, ma nello stesso errore non si può permettere di cadere il successore di Bush, Barack Obama, dopo le dichiarazioni di principio fatte e ribadite.
Chi ha confezionato questa polpetta avvelenata al presidente degli Stati uniti?
g.mina@giannimina.it
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Lo avevo detto,tempo fa che non mi fidavo di questo nero.
Troppo votato.
Troppo voluto.
Tutti hanno voluto lui compresi i grandi venditori di armi.
Obama serve per fare la guerra.
In Honduras,un Golpe fatto dagli amici del mondo a Stelle e Strisce.
Ma ancor peggio è quello che stà avvenendo in Afganistan.
Un nuovo Vietnam.
Un esercito che combatte come in una guerra mondiale,sta massacrando un territorio vastissimo.
Nemmeno il Texano aveva osato tanto.
Metitate compagni. Meditate... 02-07-2009 15:57 - mariani maurizio
Debbo però notare che non approvo la logica dello "strapotere della democrazia" sottostante nella reprimenda finale nei confronti de El Paìs e che viene spesso sbandierata dai politicanti nostrani, Belusconi in primis: "ho l'appoggio del popolo, posso fare come voglio"....
No, caro Minà, questa non è democrazia....questo è populismo...
Sono spesso d'accordo con la linea politica perseguita da Hugo Chavez e non dubito del fatto che il suo impegno sia volto alla creazione di una struttura nuova nei rapporti tra America Latina e resto del mondo, che coincide con un particolare configurazione sociale di quei paesi che vede oggi sulla ribalta i movimenti di liberazione delle etnie indigene di quei territori, ma dal nostro punto di vista non possiamo non notare il deficit democratico che caratterizza un paese come il Venezuela...per non rimanere miopi in patria...
Un saluto! 02-07-2009 15:01 - giovanni delfino
Grazie, sinceramente.
Voglio solo aggiungere che le "strane" mosse di El Pais hanno una qualche consonanza ( o almeno: a me fanno venire alla mente ) alcuni pezzi pubblicati sui giornali di sinistra in Italia sui vari momenti della vicenda di Chavez in Venezuela.
Fra questi c'era Liberazione e anche il Manifesto; forse è qualcosa di più di una coincidenza.
Non sono propenso particolarmente a motivarli in termini di complotti di qualche centrale più o meno segreta; però una specie di "comune sentire", di mutazione culturale, di fastidio per queste esperienze ( per me bellissime ) di liberazione dei popoli latino-americani così poco declinabili nei termini di una "classica" sinistra europea, questo sì lo ritengo plausibile.
Insomma abbiamo a che fare con intellettuali che semplicemente non capiscono o capiscono tardi e male ciò che sta accadendo in giro per il mondo; a questo penso si debba reagire, e trovo il pezzo di Gianni Minà assolutamente appropriato in tal senso. 02-07-2009 13:31 - Geronimo
Inoltre la CIA, che gode di finanziamenti di ammontare segreto da parte dei contribuenti e ha ampi e loschi autofinanziamenti, agisce in gran parte in modo autonomo in cio' legittimata dal suo statuto che prevede che possa agire all'insaputa del Presidente per non imbarazzarlo.
Bravissimo e grande Gianni Mina'. Un abbraccio. 01-07-2009 20:25 - murmillus