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Astrit Dakli
La prima (difficile) volta di Obama e Medvedev
Le testate atomiche caleranno di numero e questa è senz’altro una buona notizia: ma la strada è decisamente ancora molto lunga, prima che Russia e Stati uniti raggiungano un livello di cooperazione e fiducia reciproca dignitoso. Anche la prima visita ufficiale a Mosca di Barack Obama, iniziata oggi, nonostante lo sfoggio di sorrisi e complimenti e a dispetto degli annunci di accordi importanti non sembra destinata a sfondare realmente il muro di diffidenza e disaccordo che, mai del tutto rimosso dal 1917 in poi, era tornato ad alzarsi molto durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush.
In concreto, nel primo round di colloqui il presidente americano Obama e quello russo Dmitrij Medvedev hanno raggiunto due accordi - i più facili, quelli che toccano terreni su cui non c’erano forti contrasti ma anzi un interesse comune da portare avanti. Ma non hanno fatto veri progressi (almeno stando alle dichiarazioni pubbliche) sui temi dove i dissensi erano più netti. Su entrambi gli accordi, a voler dare dei voti provvisori, si è registrato comunque in primo luogo un gesto di buona volontà russo per venire incontro ai desideri americani: il primo accordo riguarda la riduzione delle armi nucleari strategiche, premessa per la conclusione entro la fine dell’anno di un nuovo trattato generale in materia che sostituisca il trattato Start, in scadenza. Mosca e Washington hanno concordato che il numero delle testate per parte non dovrà superare, a sette anni dalla firma del trattato, le 1500-1675 unità, con il numero dei vettori ridotto entro un range che va da 500 a 1100 unità. Il secondo accordo riguarda il trasporto di materiale militare e truppe della coalizione anti-taleban attraverso lo spazio aereo russo: Mosca consentirà 4500 voli all’anno «gratis».
Circa il primo punto, va notato che non si tratta di un taglio molto significativo rispetto ad accordi precedenti (presi a Mosca nel 2002 e rimasti però senza conseguenze pratiche): l’importanza della firma di ieri sta soprattutto nella rimessa in moto di un meccanismo che dovrebbe portare in tempi relativamente rapidi - se il clima generale dei rapporti lo consentirà - a nuovi e più sensibili riduzioni nel livello degli armamenti strategici. Per entrambi i paesi c’è un vantaggio economico nel taglio, mentre sul piano del bilancio strategico gli Usa ne guadagnano di più data la loro grande superiorità negli armamenti convenzionali. E’ di notevole portata invece l’accordo sui voli militari americani: 4500 all’anno significano in pratica 10-12 voli al giorno, un vero e proprio ponte aereo verso l’Afghanistan di cui la Russia si fa garante e che consentiranno agli Usa, riducendo considerevolmente la lunghezza delle attuali rotte aeree verso Kabul, di risparmiare un sacco di soldi in carburante e costi vari - ovvero di aumentare in modo considerevole il proprio sforzo bellico potendo contare su diverse vie di accesso aereo al teatro di operazioni. La concessione russa è in questo senso davvero importante (anche se a costo zero) e rende evidente l’interesse che Mosca ripone in un successo della guerra occidentale contro i taleban: sempre più è chiaro che il solo nemico dichiarato che oggi minaccia apertamente la Russia è costituito dal radicalismo islamico, che sta cominciando a far presa in diverse regioni russe a maggioranza musulmana, nel Caucaso settentrionale e altrove.
Nessun vero progresso invece è stato segnalato dai due presidenti sui temi più spinosi: lo «scudo» antimissile americano in Europa centrale e i rapporti degli Stati uniti con i paesi dell’«estero vicino», come Mosca chiama le nuove nazioni emerse dal disfacimento dell’Unione sovietica, in particolare l’Ucraina e la Georgia ma senza dimenticare l’Azerbaigian e i paesi dell’Asia centrale. Di questi argomenti Obama e Medvedev hanno parlato oggi in modo «franco e sincero»: per quanto riguarda lo scudo, tutti e due si sono detti fiduciosi che prima o poi si troverà un accordo, ma in concreto le uniche parole nuove che si sono sentite riguardano il fatto di considerare in un unico ambito le armi offensive e quelle difensive, il che potrebbe teoricamente aprire la strada a un’inclusione dello scudo stesso nei negoziati bilaterali sul disarmo (finora lo scudo era un’iniziativa tutta americana non inclusa in alcun negoziato). Quanto a Ucraina e Georgia, per ora non è stato detto nulla di nuovo, salvo l’affermare che né Russia né Stati uniti hanno interesse a che si accendano nuovi conflitti armati. Qualcosa invece si è detto riguardo a Iran e NordCorea, le due «bestie nere» di Washington: Medvedev non si è sbilanciato molto, ma Obama afferma di aver apprezzato la «comprensione» del Cremlino per le posizioni occidentali.
Domani, martedì, i colloqui continueranno (e volendo continueranno anche durante il G8 berlusconiano, il giorno dopo), e qualche sorpresa è ancora possibile; va comunque notato come Obama abbia fatto un grande sforzo, spingendosi quasi al limite dell’incidente diplomatico, per differenziare i suoi interlocutori: Medvedev - il «buono», al quale ha riservato tutto il suo campionario di cortesia diplomatica - da una parte, e dall’altra Putin - il «cattivo», definito in un’intervista della vigilia «con un piede ancora nella guerra fredda». Il premier russo ha ricambiato con freddezza Obama, prima affermando in un’intervista che «la Russia ha tutti e due i piedi ben piantati per terra e difenderà i propri interessi», poi lasciando ostentatamente Mosca per una missione di scarso rilievo (visitare una fabbrica a Rostov) proprio mentre Obama vi atterrava. Domani Putin sarà di nuovo nella capitale e incontrerà il presidente americano: vero è che il discorso dovrebbe vertere su argomenti meno irritanti, come il nuovo pacchetto di investimenti che alcune grosse aziende americane stanno progettando in Russia (PepsiCo, John Deere e Boeing le maggiori) per un valore totale di 1,5 miliardi di dollari; ma è probabile che il premier ed ex presidente russo non perderà l’occasione per rimbeccare Obama in merito ad alcune sue recenti prese di posizione che toccano gli affari interni della Russia, dallo «stato della democrazia» al nuovo processo contro il magnate Mikahil Khodorkovskij.
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La storia ci insegna,che ogni qual volta, le super potenze parlano di armi è per misurare com' è possibile parlare di politica, attraverso le armi.
Leggete i libri di Sun Tzu o di Clausewitz.
Hitler e i russi,stavano parlando, prima della Polonia.
Le bombe a Cuba e le bombe in Turchia,hanno,scatenato la guerra nel Vietnam e in tutto il parallelo.
Oggi,devono decidere chi domina il medio oriente.
Obama,rappresenta gli interessi del'imperialimo morente.
Putin e la Cina sono il nuovo capitalismo che esige il comando.
La guerra è per questo.
Chi non capisce,peggio per lui. 07-07-2009 10:48 - maurizio mariani