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Francesco Paternò
Berlusconi-Obama, patto di Guantanamo
Secondo ambienti dei servizi, l'Italia potrebbe accogliere altri tre detenuti di Guantanamo su richiesta americana, oltre ai tre già sistemati in luoghi segreti del paese dopo il sì ufficiale di Silvio Berlusconi a Barack Obama il 15 giugno scorso. Il nuovo accordo sarebbe stato sancito alla vigilia del G8 e in questa chiave potrebbe essere letta la dichiarazione di sostegno a L'Aquila del presidente americano nei confronti del nostro premier in difficoltà, quando Obama parla di «forte leadership Italia», allargata dal Quirinale a Palazzo Chigi.
Per la decisione sui primi tre detenuti, la Lega aveva protestato e il ministro dell'interno Roberto Maroni si era detto contrario in un'intervista. Ma tornando da Washington il 15 giugno, Berlusconi aveva lasciato intendere che la decisione avrebbe potuto avere un seguito.
C'è stato uno scambio di favori tra Obama e Berlusconi? I tempi, le relazioni bilaterali fin qui osservate tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi e le questioni in gioco lasciano pensarlo. Nell'era del dopo guerra fredda, l'Italia conta sempre meno nello scacchiere delle alleanze, ma le congiunture possono aiutare. La chiusura del carcere di Guantanamo è per Obama una congiuntura pesante, oltre che una promessa elettorale. Dopo l'invasione americana dell'Afghanistan, l'amministrazione Bush ha spedito ufficialmente lì circa 800 persone accusate di terrorismo, detenute in condizioni disumane e torturate. Il nuovo presidente ha cominciato a smantellare la struttura, ma ci vuole tempo per svotarla: dei circa 245 prigionieri di inizio 2009, il Pentagono ha chiesto a paesi amici di garantire la carcerazione per una cinquantina. I trasferimenti sono andati tuttavia a rilento. Se l'Italia confermerà l'arrivo di altri tre detenuti, salirà al livello della Gran Bretagna, che ne ha già accettati sei ma ha storto il naso per il trasferimento di altri quattro alle Bermuda, sua ex colonia. La Francia ha detto sì a un detenuto, la Spagna a quattro considerati però «liberabili» dallo stesso governo statunitense, i tedeschi hanno per adesso glissato.
Il 15 giugno scorso, nell'incontro della Casa Bianca ignorato dai media, l'amministrazione americana aveva sottolineato il successo della visita di Berlusconi esclusivamente per l'accettazione di tre detenuti di Guantanamo. L'aumento del contingente militare italiano in Afghanistan era un dato acquisito e oggi non si può escludere che, nel nuovo accordo con Berlusconi, ci possa essere in futuro un ulteriore ritocco all'insù. Perché la situazione in Afghanistan resta assai incerta e gli alleati fremono. La Germania è in piena campagna elettorale, i sondaggi danno un'opinione pubblica a maggioranza contraria all'impegno bellico. Alcuni democristiani della Csu parlano addirittura di ritiro del contingente, non impegnato direttamente negli scontri a fuoco nonostante pressioni in tal senso da parte americana. L'Italia ha invece accettato di cambiare le regole di ingaggio e di spostare le sue truppe in zona di combattimento, e in più ha un governo senza elezioni all'orizzonte.
Al G8, il sostegno di Obama alla «forte leadership Italia» ha fermato come per incanto gli attacchi a Berlusconi. Lo sherpa della delegazione americana, Mike Froman, è stato addirittura mandato a smentire un articolo del New York Times, che dipingeva «l'imperdonabile carenza organizzativa del governo italiano ospite del G8». Nulla di simile si era mai visto nei cinque mesi precedenti. Obama ha lasciato vacante per quattro mesi la sede diplomatica a Roma, prima di nominare ambasciatore David Thorne, proveniente da una famiglia di banchieri. «Il mio elicottero attuale? va benissimo», dice ancora Obama in febbraio, preannunciando con una battuta la cancellazione dell'ordine di nuovi 17 elicotteri (compreso uno per lui, il Marine One) prodotti dall'italiana Agusta Westland della Finmeccanica e della Lockeed Martin. Di Guantanamo, Obama e Berlusconi parlano già nella prima e sospirata (da Roma) telefonata in febbraio, mentre per essere ricevuto alla Casa Bianca Berlusconi deve attendere il 15 giugno. Ma niente colazione come ai tempi di George Bush, solo un invito per un caffé di un'ora e 15, diventato caffé lungo di due ore.
Al G8, come è noto, Berlusconi arriva in grande affanno, la stampa straniera e solo parte della stampa italiana mette in connessione le sue storie di harem, i rischi di una ricattibilità e l'insicurezza delle sue abitazioni. Obama parla l'8 luglio. E, fatto curioso, il giorno dopo in maniera apparentemente slegata, l'inglese Guardian, fin lì forse il giornale più aggressivo nei confronti del premier italiano, fa uno scoop e rivela - citando generiche «fonti» - che il grande rivale di Berlusconi, Rupert Murdoch, ha patteggiato per oltre un miliardo di sterline per evitare processi contro diversi suoi giornalisti. Rei di avere spiato abusivamente politici, gente di spettacolo, sportivi. È il 9 luglio e da allora coincidenza vuole che Berlusconi sparisca dai giornali di Murdoch. Fino a quando?
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Prima eravamo solo i camerieri dei soldati.
Gente che faceva la corvè agli "eroici"marines o addirittura addetti alla distribuzione di viveri e medicinali per la popolazione che si arrendeva.
Nelle retrovie mettevano il carburante agli aerei,o lustravano le scarpe ai soldati Nato.
Oggi,grazie all'intervento di questo governo,gli italiani diventano il punto avanzato del cuneo aggessivo all'Islan.
Arrestiamo noi i prigionieri peggiori e garantiamo le nostre prigioni alle forze Nato.
Un carcere,da oggi diventa un obbiettivo di guerra.
Vicenza e tutte le basi dei nostri alleati sono obbiettivi di guerra.
Tutto il nostro paese è un obbiettivo di guerra.
Oggi un soldato sul fronte ci ha rimesso la vita e altri tre sono gravi.
Ci siamo sostituiti agli americani e spariamo come pazzi.
Il rumore dei spari riecheggiano nel nostro immaginario.
Mancano solo le musiche dei Doors e siamo in Vietnam.
Buongiorno Vietnam. 14-07-2009 19:52 - mariani maurizio