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FUORIPAGINA
22/07/2009
  •   |   Alessandro Portelli
    Springsteen, il rito del Boss

    Sul prato dell'Olimpico, Bruce Springsteen entra subito a gamba tesa: Badlands, una grandissima canzone sul conflitto e la contraddizione - il conflitto, dentro di sé e contro le terre desolate di questo mondo, come fonte di sofferenza lacerante e di volontà di non sentirsi colpevoli per il solo fatto di esistere. Niente di più inattuale in questi tempi che esorcizzano i conflitti, i tempi pacificati del bonario «ma anche» e del compromesso e della mediazione rassegnata come pensiero unico. No - niente ritirata, niente resa, fino a quando queste terre maledette non ci tratteranno come si deve. Ma poi: «il ricco vuole essere re, e il re non è soddisfatto finché non è padrone di tutto». Chissà di chi parla.
    Molti anni fa, quando Ronald Reagan si disse suo ammiratore, Bruce Springsteen commentò: chissà se ha mai sentito Johnny 99. Pare che questo concerto lo dobbiamo al ministro Maroni, che ha evitato di farlo annullare dicendosi suo fan. Chissà se Maroni ha mai ascoltato Johnny 99: un operaio che perde il lavoro, che non ce la fa a pagare il mutuo (ma quand'è stata scritta questa canzone? Un quarto di secolo fa, o l'altro giorno?), prende un fucile in mano e spara (se fosse francese, metterebbe le bombe sotto la fabbrica o sequestrerebbe un dirigente), spiega al giudice che a mettergli l'arma in mano non è solo la perdita del lavoro e della casa ma soprattutto le idee che questo disastro gli ha fatto venire in testa. «Avevo debiti che nessun uomo onesto può ripagare», dice Johnny 99. Bruce Springsteen scivola di seguito in un'altra canzone di un quarto di secolo fa, Atlantic City - e ripete la stessa frase: «avevo debiti che nessun uomo onesto può pagare». La prima volta, il creditore è la banca, la seconda volta è la mafia. Chissà che l'accostamento non voglia dire che queste istituzioni, nemiche entrambe della gente onesta, qualcosa in comune ce l'hanno. Non a caso, prima di scappare dalla mafia il protagonista di Atlantic City ritira i soldi dalla banca. 
    Non da «una» banca generica - dal «Central Trust». È dall'epoca di Herman Melville che la cultura americana, alta, bassa o tutte e due insieme si caratterizza per la precisione dei dettagli, parla a tutti e dovunque perché parla di luoghi precisi, riconoscibili. Se nomini una banca, se descrivi una nave, ha da essere una banca o una nave concreta in tutti i suoi dettagli, anche perché solo così può diventare tutte le navi o tutte le banche. Atlantic City è New Jersey fino al midollo ma la domanda che ci lascia non è certo a dimensione locale: «tutto muore, questo è un fatto, ma forse tutto quello che muore un giorno ritorna». E io mi sono sempre domandato se è una speranza o un terrore - il sogno americano di poter sempre ricominciare, che nessuna perdita è definitiva; o l'incubo americano («a volte ritornano») di non potersi mai liberare dai fantasmi. E poi, lo diceva pochi anni dopo Toni Morrison, in un'altra storia di ritorno dalla morte: «tutte le cose morte che tornano portano dolore». Sospetto che siano tutte e due le cose: niente speranza senza paura, come nessun entusiasmo di essere vivi senza la lacerazione portata da quel conflitto che è vita. 
    Parla di morte e di speranza, di entusiasmo e di paura, e tutto si sostiene sull'implacabile vigore ritmico della E Street Band (che sia questa la vera «gioiosa macchina di guerra» del nostro tempo?) che avvolge tutto in un'affermazione irresistibile di passione. Accanto a me siede una compagna anziana che non ha mai sentito Bruce Springsteen e vuole che le spieghi le parole: ma bastano cinque minuti perché capisca che contano fino a un certo punto (ma contano, contano!), perché questa è una cerimonia che attraverso il suono, le vibrazioni, il corpo (il sudore che impregna subito la sua camicia ci fa capire che questo è anche lavoro) ci unisce e ci fa sentire che abbiamo il diritto di essere vivi, che ognuno di noi è una persona ma che siamo anche una cosa sola. 
    Bruce Springsteen sarà pure di famiglia cattolica, con tutte quelle canzoni su Mary e con la mamma sul palco; ma è figlio di una cultura protestante che ha inventato una serie di procedimenti dell'oralità collettiva improvvisata grazie ai quali la ritualità non è sottomissione a un testo precostituito da recitare a comando ma azione personale, coinvolgimento attivo, espressione immediata di sé. Fra i suoi procedimenti stilistici, profondamente americano, è il gioco del call-and-response, dell'antifona, che chiama tutti noi pubblico a cantare le risposte alle sue domande, come si fa nelle chiese rurali del Sud (Raise Your Hand - l'antifona, ma anche il gesto con le mani alzate a vibrare nell'aria - mi riporta dritto dentro il mondo pentecostale del mio caro Kentucky) o come fanno i cheerleaders negli stadi.
    Sono procedimenti elaborati da una cultura che odia i monologhi, sia che preghi, sia che giochi, sia che faccia politica: abbiamo sentito parlare Barack Obama? E non fa niente se qualcuno, poco attento alle parole, balla allegro mentre lui canta American Skin: un'altra canzone che parla di adesso, ti possono ammazzare per il solo fatto di essere vivo (ancora, la vita come colpa imperdonabile agli occhi del potere: forse fanno bene a ballare, dopo tutto) dentro la tua pelle americana; e ti possono ammazzare se dentro la tua pelle italiana sei un burkinabé con una scatola di biscotti, un ragazzo africano in un parco a Parma - o magari, con un'altra pelle italiana, se ti chiami Aldrovandi o, visto che stiamo alla stadio, Sandri. Ma quando è stata scritta questa canzone?
    Dall'altro lato mi siede mio figlio, che a cinque anni suonava I'm On Fire al pianoforte con divertito scandalo delle anziane signore. Insieme, commentiamo la struttura portante di quasi tutti i brani. Ogni volta, Bruce Springsteen costruisce una tensione sempre più insostenibile attraverso l'uso ossessivo del riff e della ripetizione, un po' come nel Bolero di Ravel (o nel crescendo di Twist and Shout) - e poi, lo scioglie in un'apertura melodica, poetica, ritmica che dà sollievo e, per dirla con Bob Dylan, riporta tutto a casa. Dice mio figlio, fa sempre la stessa cosa - se lo facesse un altro direi «che palle», ma lui se lo può permettere. E io: dicono che le canzoni di Bruce Springsteen si somigliano tutte; be', pure i capitelli del Partenone sono tutti uguali (e tutte le terzine della Divina Commedia fanno rima). C'è una poetica dell'inaspettato, dell'imprevisto, dello scarto improvviso, dello straniamento; e c'è una poetica della ricomposizione, della ricostruzione di un ordine dotato di senso in cui possiamo essere noi stessi. Queste due poetiche non potrebbero esistere una senza l'altra, perché ciascuna delle due smentisce le convenzioni dell'altra. Non ci sono sorprese nella classicità. Non ci sono sorprese nell'utopia; io preferisco non avere sorprese a casa mia, e questo concerto, questa musica, è la mia casa e una casa comune: un concerto rock non è un concerto dove si ascoltano le canzoni, ma dove le canzoni si riconoscono e ci fanno riconoscere in sé. 
    Eppure, non è un semplice ritorno all'ordine. Una volta che ci ha dato il sollievo di ritrovarci, infatti, Bruce Springsteen non chiude quasi mai: dal vivo, sembra piuttosto che non si riesca mai a decidere quando una canzone è finita, e non riesce davvero neanche a far finire il concerto, lo tira avanti fino a quando noi siamo più stanchi di lui nel mezzo della notte (ma, come lui, abbiamo ancora voglia). Se è un'utopia, è un'utopia in movimento; se è una casa, è una casa che si riapre continuamente.
    Una canzone «minore» che ho sempre tantissimo amato e che gli avrei chiesto se fossi stato sotto il palco è Tougher than the Rest. Siamo stati tutti e due piantati in asso, dice, ma «there's another dance», c'è un altro ballo (che suona come «another chance», un'altra possibilità): riproviamoci. Sul piano poetico e narrativo, e sul piano della visione politica, ripercorre la stessa strada di tensione e risoluzione. 
    È una metafora di questa sua America (e del nostro tempo) fatta di vite e automobili di seconda mano, dove niente muore una volta per tutte e niente è mai sicuro di restare vivo. Come dice un personaggio di Faulkner, ci hanno ammazzato ma non ci hanno ancora sconfitto. Con la stessa visione di disastro e di rinascita, Bruce Springsteen dedica alla città dell'Aquila uno dei suoi capolavori, My City of Ruins, scritta prima dell'11 settembre (e le rovine sono quelle sociali delle periferie abbandonate e crollanti), diventata un'icona musicale di quella catastrofe e adesso ripercorsa per evocare le rovine materiali del terremoto e di quello che è venuto poi. Poche descrizioni della crisi dei nostri tempi sono eloquenti come questa. Siamo in ginocchio, riconosce. Ma poi: «come on, rise up», avanti, alziamoci. 
    Dopo ogni catastrofe viene The Rising, una resurrezione (una cosa morta che torna viva? Con dolore, con speranza), ma io non posso impedirmi di pensare che è anche un (up)Rising, un'insurrezione. «Come on, rise up», ripete ossessivo a tutti noi, alle speranze avvizzite di un altro mondo possibile, alle città distrutte dell'Aquila, di New York, di New Orleans, a noi stessi stanchi e scoraggiati. 
    E ci dice con quali mezzi, in quell'ipnotica antifona crescente senza fine ripete «with these hands», con le nostre mani. L'iconografia del corpo, del lavoro e della fatica che attraversa il concerto si fa anche indicazione politica. Se non ce le spezziamo da noi le catene mentali e fisiche, se non ce le ricostruiamo da noi le città materiali e ideali travolte, non lo farà nessuno al nostro posto.


I COMMENTI:
  • Complimenti vivissimi all'autore dell'articolo.Sono un fan di Bruce della prima ora e dopo aver letto fiumi di cazzate nei commenti ai concerti,c'è finalmente qualcuno che analizza con competenza sia i concerti,con tutti i suoi rituali,che,cosa più importante i testi delle canzoni,che difficilmente qui in Italia sono conosciuti bene.Cito l'esempio di My city of ruins,che è da sempre accostata all'11 settembre,ma che Springsteen ha scritto ben prima,per denunciare fatti avvenuti a Freehold,sua città natale.Solo qui ho trovato la giusta lettura della canzone,che come altre viene spesso travisata o interpretata a proprio uso,dai vari commentatori.Complimenti davvero,perchè di personaggi come Reagan che fanno passare Born in the U.S.A. per un inno all'America che lui rappresentava,ne abbiamo piene le tasche e qui in'Italia ce ne sono parecchi.Un saluto. 25-07-2009 12:01 - Paolo66
  • Bruce è il migliore!

    22-07-2009 18:23 - deea
  • L'anima e il corpo



    L’America del Boss e l'Italia di Sal da Vinci
    di Patrizio Gonnella

    E’ la quinta volta che vado a un concerto di Bruce Springsteen negli ultimi venticinque anni. Pochi. Intollerabilmente pochi. Ne ho persi almeno tre per impegni che allora mi parevano importanti e che oggi mi paiono stupidaggini, perdite di tempo, fondamentalmente minchiate, rispetto alle emozioni di un suo concerto. Ieri ho a lungo pensato che i cinquantamila dell’Olimpico erano un po’ meglio degli altri che erano a casa. Gente che sa amare e divertirsi, rispetta gli altri e sogna il cambiamento. Poi ho riflettuto che non si può dire. Però…

    Springsteen è pura energia solare. Lui è il vento. Lui è Obama. Lui è l’America bella e democratica. Lui è il rock vero. Lui è una persona vera. Lui, solo lui, può permettersi di far ballare la madre sul palco senza sembrare stucchevole. Lui, solo lui, può prendere in braccio ragazzine senza sembrare Claudio Baglioni. Lui, solo lui, può cantare per tre ore a sessant’anni di età.

    Springsteen è un uomo felice. Ieri sprizzava gioia di vivere. Non era il classico cantante rock eccitato. Era un cantante rock felice. Sono due cose diverse. Ha iniziato il concerto con Morricone e ha chiuso con Twist and shout dei Beatles.

    La scaletta del concerto di ieri è la scaletta dell’America di questi anni. Una America che non si è arresa a Reagan e a Bush. “Abbiamo fatto una promessa. Abbiamo giurato che l’avremmo sempre ricordato. Nessuna ritirata, nessuna resa”. Anni duri, quelli dei repubblicani al potere.

    “C’è una nuvola che sale dal deserto. Ho fatto le mie valigie e cammino a testa alta nella tempesta Vorrei essere un ciclone per abbattere tutto quello Che non ha la fede di stare aggrappato alla sua terra. Soffiar via i sogni che ti devastano. Soffiar via i sogni che ti spezzano il cuore. Soffiar via le bugie che ti lasciano solo perduta e con il cuore spezzato. Credo nella terra promessa...” Springsteen ci ha creduto, nonostante per un periodo affermasse di non riuscire “a vedere niente di fronte, a vedere niente sorgere dietro”.

    Springsteen, a differenza di uomini grigi e menti tristi, ha continuato a lavorare per un sogno. “Là fuori le notti sono lunghe, i giorni solitari: penso a te e lavoro su un sogno, lavoro su un sogno perché il nostro amore lo farà avverare, un giorno.” Per lui il sogno si è avverato. Per noi no! Noi abbiamo SB che ascolta Zoccole Zoccole di Sal da Vinci mentre scopa – forse - con la D’Addario.

    (wwww.linkontro.info 20 luglio 2009) 22-07-2009 17:16 - Patrizio
  • Caro Alessandro,
    a Roma domenica c'ero anch'io a vedere per la quinta volta Springsteen, che, insieme a Marcos, considero la mia guida spirituale. Concordo su tutto ciò che hai scritto considera che per me è indimenticabile l'editoriale che scrissi quando Springsteen pubblicò "Devil's and dust". Al tuo puntualissimo commento vorrei aggiungere alcune cose. La prima riguarda Maroni, che se è vero che il concetto si è svolto perché lui è un fan di Springsteen non vedo nulla di strano, una volta tanto ha fatto il ministro, ma a parte questo mi domando se conosca il significato di "American land", il fantastico brano nel quale Bruce rende omaggio a tutti i migranti che sono l'ossatura del suo Paese. L'altra cosa che vorrei aggiungere riguarda il fatto che Springsteen abbia cantato "Seeds" un altro brano che canta di disperati in fuga dalla povertà. Sarà pure una rockstar, ma di certo continua a non dimenticare i diseredati e quindi le sue radici. Non penso assolutamente che faccia sempre la stessa canzone, perché di artisti così completi sul palco ne ho visti ben pochi (sono un appassionato di rock e di cantautori e di concerti ne ho visti a centinaia). Soltanto lui riesce a coniugare in tre ore tanti generi: dal blues al rock, dal gospel al rhythm and blues, dal noise al folk. Pensa all'arrangiamento che ha dato proprio a "Johnny 99", praticamente un rock'n'roll su un brano così triste e disperato. E poi nonostante tanta disperazione Springsteen ci ha sollevato non soltanto con "The rising", ma anche con "The promised land" un brano che ha sicuramente riferimenti biblici, ma è inevitabilmente di sinistra ed infatti si trova in "Darkness on the edge of town", quello che io definisco il suo album proletario, del quale non a caso propone sempre almeno tre o quattro brani. Un'ultima cosa che voglio aggiungere è il suo bisogno di entrare sempre fisicamente in contatto con il suo pubblico, non solo con i siparietti e le alzate di mando, ma proprio lasciandosi toccare e toccando lui i suoi fans. Questa è una cosa che ogni volta che la vedo mi commuove, perché nonostante il suo successo non ha perso il contatto con la realtà. Scusa se ti ho tediato, ma ci tenevo a condividere con te queste mie riflessioni.
    A presto.
    Vittorio Lannutti 22-07-2009 15:29 - Vittorio Lannutti
  • f*ck da boss

    avete sempre bisogno di un leader da seguire? 22-07-2009 13:10 - milingo
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