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Maurice Lemoine
I tre peccati capitali di Manuel Zelaya
Dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) all’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), passando per l’Unione europea e il presidente degli Stati uniti Barack Obama, la reazione è stata unanime: una condanna senza appello del colpo di stato che, il 28 giugno, ha rimosso il capo di stato honduregno Manuel Zelaya, espulso manu militari in Costa Rica. Il presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Miguel d’Escoto, ha chiesto «il ritorno immediato del presidente Zelaya al suo posto e alle funzioni che la sovranità popolare gli ha concesso», affermando altresì che: «Nessun’altra opzione sarebbe stata accettabile per la comunità internazionalei»
Tuttavia, diversi media si sono interrogati sulla legittimità «dell’ex-presidente» che avrebbe «violato la Costituzione» pretendendo di modificarla «per poter sollecitare un nuovo mandato» (impossibile secondo la costituzione vigente) all’elezione presidenziale del 29 novembre prossimo. Una tesi avanzata fin da subito da Le Monde.fr (29 giugno) e sostenuta senza riserve, tra gli altri, da El País (29 giugno), Libération (30 giugno), The Economist (2 luglio). Ma si tratta di un errore (o di una menzogna).
Forte delle 400mila firme raccolte, il capo dello stato aveva semplicemente previsto di organizzare, durante la votazione del 29 novembre - un’elezione in cui non avrebbe potuto ricandidarsi perché la Costituzione vigente, in vigore dal 1982, non lo consente-, una «consultazione» a carattere non vincolante: per chiedere agli honduregni se desiderassero o meno la convocazione, a breve, di un’Assemblea nazionale costituente - un percorso previsto dall’articolo 5 della legge relativa alla partecipazione cittadina, del 2006. L’attuale costituzione dell’Honduras comprende diversi articoli (artículos pétréos) – uno dei quali, l’articolo 4, tratta della non-rielezione del presidente – che è assolutamente proibito riformare.Una curiosa camicia di forza imposta al popolo al quale, in principio, appartiene «la sovranità da cui derivano tutti i poteri dello stato». Zelaya – si dice – è stato defenestrato per aver «progettato» una rifondazione della Carta costituzionale, dunque un problema di portata superiore a quello della sua rielezione .
In realtà, Zelaya ha commesso tre peccati capitali: pur provenendo dal centrodestra (Partito liberale), ha rotto con le élite politico-economiche che hanno sempre regnato sul paese; ha aumentato il salario minimo del 60%; ha aderito all’Alleanza bolivariana per i popoli di nuestra America (Alba), raggiungendo così il campo – Bolivia, Cuba, Equador, Venezuela, ecc.. – che predica la rottura con il neoliberismo. È «l’anello debole» di questa organizzazione che la destra continentale ha attaccato.
Nell’aprile 2002, il presidente George W. Bush aveva appoggiato il tentativo di rovesciare Hugo Chávez, in Venezuela. Obama, invece, si è unito al coro di condanne del golpista Roberto Micheletti. Ma, mentre Obama dichiarava «l’unico presidente dell’Honduras è Manuel Zelaya», la segretaria di Stato Hillary Clinton offriva una sponda ai «golpistas» proponendo una mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias, mettendo di fatto l’Osa, che in maggioranza è di sinistra e di centrosinistra, fuori gioco.
A Washington, si esercitano forti pressioni contro Zelaya. Il Pentagono possiede in Honduras, a Palmerola, una base militare considerata strategica. Ora, ha appena perso quella di Manta, in Ecuador (uno stato membro dell’Alba), chiusa su richiesta del presidente Rafael Correa. L’ambasciadore americano Hugo Llorens, nominato da Bush nel settembre 2008, nel 2002 e nel 2003 era direttore degli Affari andini (al momento del colpo di stato in Venezuela) presso il Consiglio nazionale di sicurezza (Nsc). Nei giorni precedenti il 28 giugno, ha partecipato a numerose riunioni con i «responsabili militari e i leader dell’opposizione».
La principale proposta fatta da Arias – un governo di riconciliazione nazionale (cioè un ritorno di Zelaya alla presidenza ma senza potere reale) – è stata rifiutata da Manuel Zelaya. E così pure da Roberto Micheletti, con grande sdegno di Hillary Clinton che gli offriva, su un piatto d’argento, un’uscita più che onorevole dalla crisi.
</CW>Doppio gioco di Washington? Divergenze tra la Casa bianca e il binomio Dipartimento di stato-Pentagono? Se la parola non torna al diritto, se l’Honduras precipita nella violenza, la credibilità di Obama presso un’America latina che l’aveva accolto con speranza e simpatia, risulterà seriamente intaccata.
©Le Monde diplomatique/ilmanifesto
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perche' non ne parlate? 25-07-2009 09:00 - pietro
Mel Zelaya non é il primo (e neppure l'ultimo) politico de Hoduras que ruba e fa quello che vuole. Micheletti è suo degno successore.
Gli imprenditori detengono TUTTA la informazione e da sempre fanno ciò che vogliono.
I militari si schierano con chi concede loro più privilegi.
Ma quello che mi addolora (ma non mi stupisce) è il comportamento della popolazione che non ha auto il coraggio di scendere in piazza per cacciare MEl.
Ha avuto bisogno dei militari che di democratico non hanno nulla . Ora buona parte della popolazione sta coi militari, fino a quando non arriverà un altro gobierno come quelo di Alvarez MArtinez: la dittatra 25-07-2009 01:29 - sofia
Zelaya e una vittima delle forze
della destra Americana,e dello stesso Honduras.Era una base Americana contra Nicaragua.Cosi cianno paura che ci sono di quelli che fanno come loro.Tutte le storie per Chavez il grande diavolo dell Latinoamerica!!!!!!Evo Morales e Correa son tutte bugie.Perdono
i loro affari qui da noi,a parte dell Peru,Colombia e Chile che sono sempre filfoamericani........ 24-07-2009 23:05 - Paolo Brunner