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Manuela Cartosio
In Cina linciato manager licenziatore
Il governo della provincia di Jilin ha bloccato la privatizzazione dell’acciaieria di Tonghua. «Per impedire che la situazione si aggravi», scrive l’agenzia Nuova Cina. Venerdì scorso l’acciaieria è stata teatro di una rivolta operaia culminata con l’uccisione di un manager. Un fatto inedito e clamorso anche per gli standard della Cina, abituata alle proteste sociali violente.
La vittima, Chen Guojun, era un top manager della Janglong Steel, la compagnia siderurgica privata che doveva assorbire il vecchio impianto di Tonghua. Con la fusione il numero degli occupati alla Tonghua sarebbe crollato da 30 mila a 5 mila. Appena arrivato da Pechino, Chen Guojun ha trovato ad aspettarlo migliaia di lavoratori inferociti. Prima hanno circordato la sua auto, poi l’hanno inseguito dentro la fabbrica. Il manager è stato preso a pugni e a bastonate, quindi scaraventato giù da una scala e lì lasciato morire. Lanciando sassi e mattoni, facendo muro con i loro corpi, gli operai hanno impedito per ore che un’ambulanza e la polizia entrassero nell’acciaieria. Nei disordini si contano un centinaio di feriti, non si sa quanti tra i lavoratori e quanti tra i poliziotti. E’ stata aperta un’inchiesta ma, stando all’agenzia ufficiale, non sono stati effettuati arresti.
Jiling, Heilongjiang e Liaoning sono le tre province del Nord Est dove, ancora vivente Mao, era stata concentrata l’industria pesante cinese, allora per intero pubblica. Adesso, mutuando la definizione dagli Usa, quella zona è diventata la rust belt, la cintura della ruggine. La Cina è il primo produttore (e il primo importatore) di acciaio. Ma da un pezzo ha smesso di produrlo nei mega-impianti del Nord Est, obsoleti sia sotto il profilo tecnologico che proprietario. L’acciaio di Stato garantiva un posto di lavoro dalla culla alla tomba e una pensione - modesta, ma allora sufficiente - per la vecchiaia. Nel Nord Est era il perno economico e sociale di intere città. Le industrie pubbliche del ferro, oltre a occupare milioni di persone, gestivano scuole, ospedali, asili. Servizi gratuiti spariti ovunque in Cina. Ma nelle province del Nord Est, dimenticate dalla modernizzazione, è sparito anche il lavoro. La chiusura degli impianti in alcune zone ha fatto schizzare il tasso di disoccupazione al 40%. Quelli che non sono stati chiusi, sono stati rilevati e fusi con imprese private. Ovunque le fusioni hanno provocato drastici tagli del personale. Per evitare che ciò succedesse, gli operai di Tonghua si sono ribellati. Il sequestro dei manager, da qualche mese di moda in Francia, in Cina è una pratica piuttosto consolidata. Che si sappia, però, è la prima volta che il sequestro è degenerato in un omicidio, in un linciaggio a furor di popolo. Stando all’Information Centre for Human Rights and Democracy, che da Hong Kong monitora le proteste in Cina, l’ira degli operai sarebbe stata moltiplicata dalla scoperta che il manager Chen l’anno scorso aveva guadagnato 3 milioni di yuan (circa 440 mila dollari). Un pensionato dell’acciaieria di Tonghua prende 200 yuan al mese. Un licenziato neppure quelli.
Resta tutto da indagare il ruolo delle autorità locali nell’accaduto. I governanti delle province non vedono di buon occhio la chiusura o la privatizzazione delle vecchie aziende di Stato, caldeggiate da Pechino. Per loro è una perdita secca di potere e di gettito fiscale, appesantita dal ritrovarsi migliaia di disoccupati per strada.
L’enorme divario tra ricchi e poveri, prevedono alcuni, sarà il tallone d’Achille della Cina. Vedremo. Per ora, il caso di Tonghua incrina lo stereotipo della «società armoniosa» e rimanda l’immagine di un paese dove ammazzare un manager è l’unica forma di lotta di classe contemplata.
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con uno strisciante moralismo da dittatura comunista che giustifica
i peggiori crimini. 28-07-2009 14:17 - li.deste
e poi condanniamo i nazisti!! e qualcuno di sinistra parla di non-violenza 28-07-2009 09:42 - aiace
Non me la sento di additare questo episodio come esempio di lotta di classe, spero ancora che non sia questa la sola prospettiva che ci resta, però condivido quanto dice Claudio : chi semina vento raccoglie tempesta.
Gabriella 28-07-2009 09:04 - Gabriella Ceruti
in un mondo in cui l'unica cosa che conta è il profitto, aspettiamocene pure altri casi del genere. del resto come dice il proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. 28-07-2009 08:21 - Claudio
Nessuno avrebbe mai detto che il gigante inventato dal governo cinese e dagli industriali di tutto il mondo,si sarebbe svegliato e come prima azione avrebbe ammazzato uno dei suoi sfruttatori.
La classe operaia di tutto il mondo,ha appreso ancora una volta,che i compagni cinesi hanno molto da insegnare.
Nessuno avrebbe mai immaginato una cosa del genere.
Invece è accaduta.
Storici,intellettuali,sociologhi,sono increduli.
Pensavano che la Cina era immune,dalla lotta di classe.
Invece gli operai ci sono e hanno trcciato una linea politica che tutti gli operai del mondo prendono come stategia di lotta.
Dalle filande di Calcutta alle fabriche tedesche,la cina ci ha di nuovo sbalordito.
Nuovi timonieri sono alla guida del proletariato mondiale. 28-07-2009 07:55 - maurizio mariani