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Geraldina Colotti
Se in Nigeria sbarcano i taleban
Dice di chiamarsi Ustaz Mohammed Yusuf, il leader della setta islamica Boko Haram che da due giorni ha intensificato gli attacchi nel Nord della Nigeria. Afferma di essere pronto a morire insieme ai suoi uomini pur di trasformare il paese in «una società di stretta osservanza islamica, come l’Afghanistan dei taleban». Promette «una lunga guerra» se le istituzioni democratiche «e l’attuale sistema educativo» non verranno modificati. E cerca di rassicurare i cittadini: «Non abbiamo nulla contro la popolazione, ma solo contro le autorità, a meno che la gente non si metta dalla parte del governo».
Che le affermazioni rilasciate dal leader fondamentalista al quotidiano nigeriano Daily Trust non siano minacce a vuoto, lo dimostra il bilancio degli scontri fra Boko Haram e polizia nel nord-est della Nigeria nel fine settimana: 150 morti, oltre un centinaio soltanto nella città di Maiduguri, la capitale regionale dello stato di Borno, che si aggiungono ai 40 e passa registrati negli attacchi di Bauchi domenica. Il fine settimana più sanguinoso dal 2004, quando i taleban della Nigeria - in maggioranza ex-studenti - si sono installati nel villaggio di Kanamma, nello stato di Yoba, nel nord-est del paese: per preparare l’insurrezione armata e instaurare la sharia, la legge coranica oscurantista, già in vigore dal 2000 in 12 stati nigeriani (su un totale di 36), fra i quali vi sono appunto Yoba e Borno. Allora, la setta contava circa 200 giovani estremisti musulmani, comprese alcune donne, oggi non si conosce il numero degli adepti. Da allora, si sono però ripetuti gli scontri con la polizia, soprattutto nel nord del paese: una delle zone più povere della Nigeria, e in maggioranza musulmana, a differenza del sud che è prevalentemente cristiano, e dove - nelle zone ricchissime di petrolio del Delta del Niger - agisce soprattutto il Mend (Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger). Nel più popoloso paese d’Africa (oltre 140 milioni di abitanti), dove il petrolio non va a vantaggio dello sviluppo interno del paese, gli scontri a carattere religioso sono peraltro frequenti. Nel febbraio scorso, a Bachi, quelli fra musulmani e cristiani pentecostali avevano provocato 14 morti. Nel novembre del 2008, secondo Human rights watch, 700 persone erano morte nelle rivolte a carattere politico-religioso, a Jos, nella parte centrale del paese; 200 secondo il bilancio ufficiale.
Domenica, i taleban avevano cercato lo scontro nel nord, attaccando in 35 la polizia a Dutsen Tenshin, nei pressi di Bauchi. Volevano armi e munizioni. Ieri, hanno attaccato nello stato di Kano, sempre a nord: il quarto da domenica. Un numero imprecisato di taleban ha preso d’assalto il posto di polizia di Wudil, a 30 km dalla capitale dello stato, ferendo due poliziotti, ma finendo per essere respinti e subendo 33 arresti. La polizia ha pattugliato in forze il quartiere di Kara, dando l’assalto a una moschea e prendendo il controllo della città. Secondo un residente di Gambou-Ngala, nella parte est di Borno, i taleban avevano assaltato anche quella cittadina confinante con il Camerun, bruciando vivo un doganiere e sgozzando un ingegnere prima di attaccare il posto di polizia e una chiesa.
Per rappresaglia, esercito e polizia hanno lanciato un’offensiva contro una moschea taleban a Dutsen Tenshin e contro altri rifugi dei rivoltosi a Fadamar-Mada, nella periferia di Bauchi, arrestando 176 persone. Al riguardo, il leader della setta Boko Haram ha dichiarato: «Quaranta nostri fratelli sono stati uccisi. Molti altri sono stati feriti e arrestati. Le moschee sono state bruciate e le case distrutte. Siamo pronti a morire tutti pur di non darla vinta a questi miscredenti»...
Dopo gli scontri, Isa Yuguda, governatore dello stato di Bauchi, domenica ha decretato il coprifuoco dalle 21 alle 6 del mattino: una misura - ha dichiarato il governatore - che verrà mantenuta «per tutto il tempo che sarà necessario a ristabilire una pace duratura in questa città».
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