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Alessandro Braga
La battaglia finale degli operai Innse
La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Se si mischia alla rabbia, alla forza di volontà, alla cocciutaggine di chi non vuole arrendersi alla rassegnazione di vedere scomparire il proprio mondo solo per l’ingordigia di uno speculatore, può diventare una miscela esplosiva. Di quelle che, a forza di insistere, la può avere vinta, anche contro i pronostici negativi che danno la battaglia ormai persa.
Gli operai della Innse Presse sono così, testardi fino all’inverosimile. Sanno di essere nel giusto, di avere ragione. E non mollano, nemmeno davanti ai manganelli della polizia: «Noi non ce ne andremo mai da qui - dicono tutti uniti - Abbiamo passato qui davanti 14 mesi e non è certo questo il momento di andarsene». Non si sono arresi quando il loro padrone, il «signor» Silvano Genta, ha dato loro un benservito collettivo, a fine maggio dello scorso anno. Si sono rimboccati le maniche, hanno autogestito la fabbrica per alcuni mesi. Perché alla Innse, alla faccia della crisi, non è il lavoro che manca. Le commesse ci sono, gli ordini arrivano. Ci sarebbe pure un compratore disposto a rilevare l’azienda. A mettersi di traverso, c’è solo la cupidigia di un padrone che vuole speculare per fare una palata di quattrini sulla pelle dei lavoratori. Ha già venduto i preziosi macchinari della fabbrica, guadagnando un paio di milioni di euro. Se si pensa che nel 2006, grazie alla Prodi-bis, aveva rilevato l’intera azienda con soli 700mila euro... Ma i lavoratori non vogliono saperne di vedersi portar via sotto il naso i loro strumenti di lavoro. Da mesi, da più di un anno ormai, presidiano la fabbrica, giorno e notte. Con la solidarietà di altri lavoratori, dei cittadini del quartiere, dei sindacati. Ultimamente, almeno a parole, anche delle istituzioni locali. Solo pochi giorni fa il consiglio regionale ha approvato, all’unanimità, un ordine del giorno che parla della Innse come di un «patrimonio consistente» per cui bisogna attuare «tutte le iniziative utili per rilanciare l’azienda e salvarla». Era stato anche assicurato che si sarebbe fatto passare il mese di agosto prima di tornare a fare qualcosa, e invece. E invece domenica mattina è arrivata una squadra di operai di altre ditte, scortata dalla polizia, per iniziare a smantellare la fabbrica, a smontare pezzo a pezzo i macchinari. I lavoratori della Innse non ci sono stati a questa «presa per il culo», con un tam-tam veloce hanno radunato altra gente, tutti lì, sotto il sole, a protestare. Quando hanno provato ad occupare la vicina tangenziale milanese si sono beccati pure le manganellate delle forze dell’ordine. Una giornata di tensione, fino a sera, quando è arrivata la rassicurazione che il giorno successivo ci sarebbe stato un incontro con il presidente della Regione Roberto Formigoni. Che ieri però se n’è bellamente lavato le mani. I lavoratori della Innse, insieme ai rappresentanti sindacali della Fiom, Giorgio Cremaschi e Maria Sciancati, si sono trovati davanti a dei semplici funzionari. Il governatore, dopo una conferenza stampa su tutt’altro argomento, ha pensato bene di andarsene al mare, lasciando tutti ad aspettarlo. Del resto, già il giorno prima aveva fatto capire che aria tirasse: «La Regione Lombardia ha fatto tutto il possibile, ma non si è arrivati a una conclusione». E ieri ha scaricato le responsabilità di quanto successo sulla magistratura: «Dopo lo sforzo messo in atto dalla sola Regione in questi mesi notiamo che l’intervento delle forze dell’ordine e il sequestro dei macchinari è stato disposto dalla prefettura in ottemperanza a una decisione della magistratura», ha fatto sapere in una nota. Nulla di più, Ponzio Pilato ha immerso le mani nella bacinella dell’acqua ed è scappato al mare.
Intanto però la solidarietà ai lavoratori della Innse si è ampliata. Alcuni parlamentari del Partito democratico hanno presentato un’interpellanza al ministro Maroni per avere spiegazioni sull’uso della forza da parte della polizia domenica. E ieri davanti ai cancelli della Innse, insieme ai lavoratori, c’erano esponenti delle forze di opposizione regionali, provinciali e comunali. E la Fiom al gran completo: la segretaria milanese Maria Sciancati, Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini. A denunciare la vergogna di uno stato che «con un dispendio altissimo di soldi per il dispiegamento delle forze dell’ordine sta difendendo gli interessi di unio speculatore contro i diritti dei lavoratori». Oggi tutte le fabbriche metalmeccaniche del milanese scenderanno in sciopero per due ore a sostegno della lotta degli operai della Innse. Che ribadiscono le loro intenzioni: «Non ci fermiamo, noi continueremo a lottare fino alla fine, siamo pronti anche a compiere gesti estremi per difendere il nostro lavoro». Sperano ancora, con rabbia e determinazione, di riuscire a ottenere qualcosa. Il presidio continua, i lavoratori fanno turni davanti alla fabbrica per impedire che si portino via i loro macchinari, quelli su cui si sono costruiti una professionalità nel corso degli anni, riconosciuta a livello europeo. Davanti a una tenacia così, non sarà facile averla vinta, neanche se si utilizzerà ancora la forza bruta.
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Forza ragazzi, sono totalmentente con voi in questa lotta sempre più incalzante al sopruso e al potere.
Vi abbraccio tutti! Francesca 04-08-2009 08:44 - francesca
Un mascalzone di imprenditore(Silvano Genta) grazie alla legge Prodi si è appropriato per quattro soldi il lavoro di tanta gente.
Gente che ha anni lavorava alle presse e contribuiva alla crescita della nazione.
Gente che non capisce di affari,capace solo di fare il proprio lavoro con serietà e coscienza.
Ma questi mascalzoni,che hanno approfittato delle fabbriche in crisi,le hanno comperate e ora le rivendono solo per fare dei volgari affari.
La nostra società è fondata sul lavoro,non sugli affari.
La regione ha abandonato questi lavoratori.
Il leghista Maroni che tanto dice di fare per il nord,sta zitto e manda la polizia a bastonare i lavoratori in lotta.
Che vergogna.
I sindacati in massa,vengono,ma non fanno nulla per impedire all'affarista di rovinare la gente che lavora.
Tutti bravi e tutti pronti a aiutarti per la discesa.
Vorrei prendere un bastone e correre dai compagni in lotta.
Vorrei che tutti prendessimo le nostre bandiere e attacchiamo chi ci attacca.
Un soccorso operaio.
Una corda di solidarietà dove possano attaccarsi.
Facciamo vedere chi sono i veri compagni.
Voglio dare 10 euro ai compagni.Il Manifesto tenga i conti e mi dica come fare per farli arrivare ai compagni. 03-08-2009 20:42 - mariani maurizio