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Cinzia Gubbini
Muore in cella è giallo a Rovereto
Domani avrebbe compiuto 50 anni e a Rovereto, con una manifestazione che partirà alle 18 da piazza Loreto, amici, parenti e le associazioni per la pace chiederanno verità e giustizia sulla sua morte. Stefano Frapporti era un muratore di Isera, vicino a Rovereto. Tutti lo chiamavano «Cabana», era molto conosciuto in città. E' morto nella notte tra il 21 e il 22 luglio in carcere dopo essere stato arrestato per detenzione di hashish. Stefano si è suicidato nella sua cella con il laccio della tuta che aveva indosso, intorno a mezzanotte. Ma i lati oscuri di questa vicenda sono tantissimi. La procura ha aperto un'inchiesta per «suicidio a seguito di altro delitto». Intanto la famiglia e gli amici ancora sconvolti e confusi cercano di mettere insieme la storia che ha portato Stefano - incensurato, un tipo tranquillo, timido, con una vita regolarissima - non solo a finire in carcere, ma ad uscirne cadavere. «Vogliamo soltanto sapere la verità» dice Ida Frapporti, la sorella maggiore. Secondo quanto sono riusciti a ricostruire i famigliari, attraverso i verbali e qualche testimone oculare, le cose sono andate così: Stefano viene fermato martedì pomeriggio da due agenti in borghese mentre è in bicicletta. Perché viene fermato? «Ci è stato detto dai carabinieri - racconta Ida - che stava circolando sul marciapiede. E che loro si trovavano lì per tenere d'occhio un bar lì vicino dove ci sarebbe un giro di spaccio di hashish». Secondo quanto raccontato da alcuni testimoni oculari, il fermo sarebbe stato anche abbastanza violento. Ma Stefano addosso non ha nulla, solo cento euro (risulterà che li aveva ritirati in banca tre giorni prima). Forse era uscito da casa per andare a comprare qualcosa: il venerdì successivo doveva partire per le vacanze con alcuni amici. E qui accade la prima cosa strana: nel verbale c'è scritto che Stefano informa i carabinieri di avere «due spinelli», ma a casa sua. Da questa sua spontanea confessione, sarebbe partita la decisione degli agenti di fare una perquisizione a casa di Stefano. Al momento non risulta però che i militari avessero alcun mandato. Entrano nell'appartamento con lui, e lì trovano circa un etto di hashish, diviso in alcuni pezzi. Scatta l'arresto, in base alla legge Fini-Buttiglione. Stefano si cambia, indossa una tuta e segue gli agenti, che sequestrano anche una bilancia. In una lettera scritta a L'Adige il padre, 85 anni, si stupisce del sequestro: «Gliel'avevo regalata io, l'ho comprata alla Lidl...». In carcere per un'ora Stefano chiacchiera con le guardie. Dicono che sembrava tranquillissimo, racconta loro anche come ha perso due falangi della mano destra in un incidente sul lavoro. Si rifà il letto da solo. Alle 23.35 viene chiuso nella sua cella. Al controllo delle 24 lo trovano impiccato. Gli erano stati tolti i lacci delle scarpe ma non quello della tuta. Mistero. E i misteri proseguono: nessuno avverte la famiglia fino alle 10 della mattina dopo. «Ci hanno detto che non sapevano come rintracciarci, e che hanno dovuto aspettare il giorno dopo l'apertura dell'ufficio dell'anagrafe. Eppure avevano il telefonino di Stefano, in nostri nomi potevano trovarli lì». Quando la famiglia viene finalmente informata si precipita in carcere. Ma non potranno vedere il corpo di Stefano - che è già stato portato nella camera mortuaria del cimitero - fino al compimento dell'autopsia, due giorni dopo. «Lo abbiamo visto che era già stato vestito. Che dire? il viso appariva un po' scuro, ma erano passati due giorni, il caldo...non so», dice Ida. Ci sono altre cose che l'allarmano: «Il fatto che Stefano avesse firmato per non telefonare a nessuno. Mi sembra stranissimo. Io gli facevo da mamma, mi chiamava per qualsiasi sciocchezza. Il comandante della polizia penitenziaria poi mi ha raccontato che a un certo punto avrebbe voluto chiamarmi, ma avendo già firmato la rinuncia non è stato possibile». E aggiunge Ida: «Mi chiedo come un normale cittadino che va in bicicletta possa essere fermato, finire in carcere, e morire così. Tutti devono sapere».
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Un articolo può cambiare la vita di un ragazzo. Un giornalista ha cambiato la vita di un ragazzo. Una notizia a cui nessun giornalista, in una grande città, avrebbe dedicato più di qualche riga, si è trasformata invece nello scoop, nella grande notizia, che è stata pubblicata su diversi quotidiani.
I fatti: Giovedì 5 luglio Alberto Mercuriali viene trovato in possesso di una "modica" quantità di hashish.
Domenica 8 luglio Alberto Mercuriali è finito sulle prime pagine di alcun quotidiani locali.
Lunedì 9 Luglio Alberto Mercuriali si è ucciso col gas di scarico della propria auto. 08-08-2009 17:32 - claudio
Alle quali tocca morire "misteriosamente". E senza che nessuno si preoccuperà abbastanza per chiarire la vicenda. 08-08-2009 01:51 - Antonella
permettetemi però una battuta con vena polemica: se avesse dichiarato lo scopo terapeutico (come qualche parlamentare ha fatto in tempi recenti per il proprio consumo di cocaina) sarebbe stato arrestato ugualmnte?
e adesso, grande rabbia! 07-08-2009 17:04 - gianni b
Possibile che l'unico reato realmente perseguito in Italia sia anche l'unico veramente inutile da perseguire? é forse perchè è il più facile da perseguire? furti violenze etc....se li chiami manco vengono ( è veramente così, non è un' esagerazione )...a prendere uno che vende il fumo cosa ci vuole? è lì sotto gli occhi di tutti, disarmato e in flagranza, tiri fuori il distintivo e il gioco è fatto....E lo fanno con una durezza insensatamente feroce... Non è retorica anti sbirro, sono marci in questo e lo sanno... 07-08-2009 14:19 - marco
Hanno preso un uomo libero e gli hanno tolto la vita. 07-08-2009 14:13 - Gianpaolo Sartori
troppo veloce la liquidazione ufficiale 07-08-2009 13:11 - demens