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FUORIPAGINA
11/08/2009
  •   |   Astrit Dakli
    Cecenia, ammazzati due attivisti umanitari

    Oggi, 11 agosto, ore 4 del mattino. Vicino al villaggio di Chernoreche, a pochi chilometri dalla capitale cecena, sono stati trovati i corpi senza vita di Zarema Sadulaeva e di suo marito Alik Dzhabrailov. Tutti e due nel bagagliaio della loro auto, una Zhiguli, con diverse ferite da arma da fuoco alla testa e al petto. I due coniugi erano stati prelevati dal loro ufficio nel pomeriggio del giorno prima da alcuni uomini armati, mascherati e vestiti di nero. Entrambi – ma in particolare lei, Zarema – erano attivisti di primo piano di un’organizzazione di volontari per la difesa dei diritti dei minori molto vicina all’Unicef, chiamata «Salviamo le generazioni».
    A meno di un mese dal sequestro e omicidio di Natalia Estemirova, la più nota e stimata attivista per i diritti umani in Cecenia, questo nuovo duplice delitto sembra fatto apposta per chiudere definitivamente ogni possibilità di azione al volontariato sociale. La rappresentante russa di Human Rights Watch, Tatjana Lokshina, afferma che «ormai è impossibile pensar di lavorare sui diritti umani in questa regione. Gli attivisti sono terrorizzati». Il messaggio è più che chiaro: chiunque lavori a contatto con la gente e i suoi problemi in modo indipendente è un bersaglio da colpire senza pietà.
    Zarema Sadulaeva non era una oppositrice del violento regime instaurato in Cecenia dal presidente Ramzan Kadyrov con la copertura del Cremlino. Come ha raccontato alla radio Eco di Mosca Ekaterina Sokirianskaja, una delle ultime attiviste per i diritti umani rimaste nella regione (anche se la sua organizzazione, Memorial, ha chiuso la propria sede di Grozny dopo l’uccisione della Estemirova) Zarema non svolgeva nessun tipo di attività politica e nemmeno si occupava di vicende giudiziarie: il suo lavoro consisteva esclusivamente nel fornire aiuto e sostegno materiale (medico, psicologico e alimentare) ai bambini e ai ragazzi rimasti in vario modo vittime dell’ininterrotta guerra. Era un lavoro che svolgeva in collaborazione con l’Unicef e che, come ha detto la responsabile della sezione russa del Gruppo di Helsinki, Ludmila Alekseeva, «non poteva dar fastidio proprio a nessuno».
    Eppure, a qualcuno evidentemente dava fastidio l’esistenza stessa di persone che difendono i più deboli in qualunque modo. «Siamo davanti alla metodica distruzione degli ultimi difensori della gente», ha detto ieri Aleksandr Brod, un membro della Camera della Società civile (un organismo rappresentativo e consultivo dello stato russo), annunciando una prossima iniziativa con le organizzazioni russe per i diritti umani e il capo della Procura generale Yurij Chaika.
    Ma c’è poco da aspettarsi dalla Procura. Anche stavolta, come il mese scorso dopo l’assassinio di Natalia Estemirova e come è ormai prassi, è partita da Mosca per Grozny una squadra speciale di investigatori coordinata dal viceprocuratore Bastrykin. Dire che queste «squadre speciali» svolgono delle indagini sarebbe azzardato: di fatto finora nessuna delle inchieste sui delitti avvenuti in Cecenia (e ne sono avvenuti proprio tanti, vittime non solo i difensori dei diritti umani ma anche politici, magistrati, funzionari statali, capi militari, leader di clan, ecc.) ha prodotto il benché minimo risultato.
    Se nel caso della Estemirova in molti avevano subito puntato il dito contro il presidente Kadyrov, cui il lavoro di Memorial e in particolare di Natalia dava parecchio fastidio perché cercava di far luce sui metodi illegali, feroci e indiscriminati con cui il regime ceceno ha sempre condotto e continua a condurre la sua particolare «lotta al terrorismo» (che spesso e volentieri si mischia alla lotta per eliminare rivali potenzialmente pericolosi e per arraffare soldi e proprietà altrui), oggi indicare subito un mandante non è così semplice.
    Le accuse a Kadyrov, un mese fa, furono formulate in modo esplicito e diretto da un dirigente di Memorial, Aleksandr Cherkasov; l’«uomo forte» di Grozny lo querelò per diffamazione, facendo al contempo un ipocrita elogio funebre dell’attivista uccisa. Ma adesso Kadyrov non sembra avesse alcun motivo per volersi liberare di Zarema: ieri dopo la notizia dell’assassinio ha definito il lavoro svolto dalla donna come «un importante aiuto per il lavoro della nostra amministrazione, un lavoro che non poteva nuocere a nessuno». E allora?
    Kadyrov ha subito formulato una sua tesi (come il mese scorso per la Estemirova, uccisa secondo lui «per danneggiare la reputazione del nostro governo»): il delitto, ha affermato ieri davanti ai giornalisti, è «una vendetta di sangue» perché «probabilmente Alik Dzhabrailov (il marito di Zarema ucciso con lei, ndr) era una volta con i guerriglieri e ha ucciso qualche ceceno».
    Ma se davvero fosse così, questa sarebbe solo la dimostrazione di quel che ormai da sei mesi si va dicendo a Mosca: cioè che Kadyrov sta sempre più perdendo il controllo sulla sua regione, dopo aver tentato inutilmente di subentrare ai russi nel controllo della vicina Inguscezia, in preda a una guerra civile strisciante. Dopo anni di relativa tranquillità che ne avevano fatto un «modello», sia pur feroce, per il resto del Caucaso russo, oggi la Cecenia è teatro di quotidiani attacchi, imboscate, sequestri e omicidi che difficilmente possono essere attribuiti a una «guerriglia islamista» ridotta al lumicino, e parlano invece di un progressivo scatenarsi di una lotta per il potere in cui sono probabilmente coinvolti non solo dei clan ostili a Kadyrov ma anche i servizi segreti di Mosca.


I COMMENTI:
  • Certo. I servizi segreti. Non mi meraviglierei. Io penso che nemmeno negli anni più bui del comunismo dell'ex Unione Sovietica si sono viste probabilmente atrocità del genere che, come il continuo ammazzamento di giornalisti russi, evidenziano come il sistema post-comunista, che potremmo definire all' "occidentale", instauratosi (o che cerca di instaurarsi) in questi paesi, non si sposa volentieri con l'opera generosamente prestata da quelle persone che , in nome dei diritti umani, cercano di lottare per la “sostenibilità”, affrontando con sofferenza e coraggio, la lentissima trasformazione epocale degli insidiosi sistemi in cui viviamo tutti. Sono infatti numerosi i paesi dove vengono fatti "sparire" cooperanti spesso solo perchè rappresentano un simbolo di lotta alle ingiustizie che il modello "mafioso" globale che caratterizza il "nostro" sistema di potere non vede certo di buon occhio. 12-08-2009 08:48 - Geko
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