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Francesco Paternò
Giù le mani dalla Mustang
Sui blog del Detroit News come del New York Times si capisce che non tutti gli americani si stanno intruppando dal più vicino dealer per comprarsi un’auto nuova, con l’incentivo governativo ormai agli sgoccioli. Clunker a chi? Clunker significa auto vecchia, macinino, e il programma di 3 miliardi di dollari del governo giunto al termine per mancanza di fondi si chiama «Cash for clunkers». Io ti dò i soldi in contanti - mediamente 4.500 dollari - e tu dai indietro il tuo ferro vecchio.
Ferro vecchio? «Ho una Mustang di trent’anni, mica sono matto a rottamarla», «ho una Nissan con 200.000 miglia del 1993, vorrei i 4.500 dollari per tenerla sulla strada» e via così, senza contare tutti gli arrabbiati con Barack Obama perché continua a mettere soldi nelle tasche di chi a che fare in qualche modo con l’automobile. Mica cip: 3 miliardi adesso per tutti in rottamazione, altri 65 miliardi solo per gestire la bancarotta della General Motors e della Chrysler, aggiunti ai quasi 18 approvati in epoca Bush.
Ma a salvare dalla rottamazione le Mustang - un simbolo dell’auto sportiva americana, icona dei baby boomers negli anni Sessanta - non è soltanto la passione o la mancanza di soldi per comprare comunque un’auto nuova, dato che la crisi, la disoccupazione e la strozzatura del credito imperversano ancora, al di là dei primi timidi segnali positivi. Quando Obama, nel giugno scorso, dà il via al programma finanziandolo con un 1 miliardo di dollari finito nella prima settimana di incentivi (24-31 luglio), a Washington scende in campo la lobby della Speciality Equipment Market Association (Sema), per mettere un bel paletto: la rottamazione non si estende ad automobili costruite prima del 1984. Cioè, a quasi 5 milioni di auto, il 2 per cento del parco circolante registrato negli Stati Uniti. Altrimenti, dice l’associazione rappresentante di oltre 7.000 imprese di pezzi di ricambio per macchine d’epoca o semplicemente fuori produzione, il nostro business va in fumo.
Lo stop della Sema viene fatto proprio dai relatori del progetto al Congresso e le auto di oltre 25 anni di età vengono escluse. Con scorno, a dire il vero e andando sempre per blog, di chi però nella inedita rottamazione (non era mai successo negli Stati Uniti) vedeva l’occasione giusta per cambiare macchina mettendoci su meno soldi. Nell’America della green economy obamiana, la Sema ha pure spazzato via senza grandi resistenze le obiezioni di carattere vagamente ecologico al paletto del 1984, considerando che l’incentivo premia la rottamazione di auto inquinanti, per sostituirle con auto a minor impatto ambientale. I numeri forniti dal dipartimento dei trasporti americano danno ragione un po’ a tutti: la vendita delle prime 250.000 vetture incentivate al posto dei macinini ha significato certo una riduzione delle emissioni, ma scarsa su base annua, circa 700.000 tonnellate di emissioni in meno su un «consolidato» di 6,4 miliardi di tonnellate, dato 2008.
«Questi 3 miliardi sarebbero dovuti essere solo per le auto americane», scrive HomerT al suo giornale, insomma buy American se vuoi salvare davvero Detroit. Dal suo punto di vista e di quello delle migliaia di operai dell’industria nazionale che hanno perso il posto di lavoro, in effetti il commento di HomerT non fa una grinza. Tanto è vero che in questa ultima precipitosa settimana di «Cash for clunkers», calcola il Detroit News, gli incentivi hanno premiato più i soliti giapponesi della Toyota che le tre disastrate di Detroit. Le vendite della General Motors sono salite solo dello 0,1%, mentre quelle della Ford sono scese dello 0,4% e quelle della Chrysler a guida italiana, gente che pure di rottamazioni se ne intende, sono scivolate del 2,3%.
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