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Angelo Del Boca
La mia storia censurata
Per più di trent’anni sono stato uno dei pochi storici italiani (forse il solo) a ribadire il buon diritto della Libia ad ottenere dal governo di Roma il pieno risarcimento dei danni subiti durante gli anni dell’occupazione italiana, che è stata la più crudele che si possa immaginare e che si può sintetizzare in 100 mila morti, in gran parte libici deceduti per fame e sevizie nei quindici campi di concentramento nella Sirtica.
Ho anche insistito, negli articoli e nei libri che ho pubblicato, sul diritto dei libici non soltanto ad essere indennizzati con beni materiali, ma anche a ricevere dalle più alte cariche dello Stato italiano quelle parole di comprensione per le sofferenze patite ed una precisa richiesta di perdono per tutti i delitti consumati fra il 1911 e il 1943.
Voglio citare, per chi è distratto, i miei due libri su Gli italiani in Libia (Laterza, poi Mondadori ), la biografia del colonnello Gheddafi (Una sfida dal deserto, Laterza ) e, per ultimo A un passo dalla forca (Baldini-Castoldi-Dalai) che illustra le gesta di Mohamed Fekini, uno degli eroi della Resistenza libica in Tripolitania e nel Fezan.
Credevo dunque di aver fatto il mio dovere di storico e di essermi meritato la stima e la riconoscenza del popolo libico, tanto più quando ho appreso che nell’agosto del 2008 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il capo della Giamahiria libica Muammar Gheddafi hanno firmato un accordo che pone fine ai vecchi contrasti, con un ragguardevole indennizzo materiale e, soprattutto, con la richiesta italiana, tanto auspicata in Libia, del perdono per i delitti consumati dai governi di Giolitti e di Mussolini.
Ma il 25 luglio 2009 il Comitato Popolare Generale per la Cultura e l’Informazione, Direzione Generale per la Stampa, pubblica un «rapporto» di 27 righe (fattomi gentilmente pervenire dalla famiglia Fekini) le cui conclusioni lapidarie recitano a proposito del mio ultimo libro A un passo dalla forca: «Pertanto riteniamo di confiscare il libro e vietarne la circolazione». Dapprincipio non credo ai miei occhi anche perché le motivazioni della confisca sono assolutamente banali e ingiustificate. Ad esempio mi si rimprovera di aver esaltato «i Senussiti ed il loro ruolo nell’indipendenza», quando il primo ad esaltare la Senussia è il colonnello Gheddafi, il quale sbarca a Roma dall’aereo ostentando sulla divisa militare una foto di Omar al-Mukhtàr, capo della Resistenza anti-italiana in Cirenaica, impiccato da Graziani nel lager di Soluch. Ora Omar al-Mukhtàr, al momento dell’arresto e dell’impiccagione è esattamente il vicario del capo della Senusia, Mohamed Idris, futuro re della Libia, e questo particolare il colonnello Gheddafi lo sa senza alcuna ombra di dubbio.
Ma c’è di più. Mentre il ministero della Cultura libica mi pone all’indice con motivazioni più comiche che banali, l’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, mi avverte che in ambasciata è depositata un’onorificenza conferitami dal governo libico e mi invita a ritirarla. Mi invita, inoltre, a partecipare, il 23 settembre 2009 al ricevimento che si terrà in via Nomentana inoccasione del quarantesimo anniversario della Rivoluzione del 1° settembre 1969.
C’è, evidentemente, qualcosa che non funziona ai vertici della Giamahiria libica. Da una parte mi si insignisce di una onorificenza per l’amicizia che ho dimostrato per decenni per il popolo libico, e dall’altra si minaccia di confiscarmi un libro che ho scritto per elogiare la Resistenza della popolazioni montanare della Tripolitania.
Sono troppo indignato per sollecitare scuse o rettifiche. La sola cosa che mi sento di fare, d’ora innanzi, è di disinteressarmi totalmente di un paese che ho tanto amato per il suo coraggio e la somma delle sue sofferenze. È un po’ il destino dei terzomondisti. Ricordo la delusione e l’amarezza dell’amico Basil Davidson quando vide il «socialista» Mohamed Siad Barre sprofondare la Somalia nel caos dal quale non è ancora uscita.
- Ben ti sta, se pensavi che fare lo storico significa meritarsi stima e riconoscenza da parte di un popolo 26-08-2009 22:58 - marco clementi
- Mi sono laureato su una tesi,dal titolo; La stampa moderata e la guerra di Libia. ho sviscerato più volte i suoi testi , tra cui quelli da lei menzionati nell'articolo. Credo, che il suo sia uno svogo del momento, e non una decisione definitiva.In questo deserto del sapere, i giovani studiosi non posso rinunciare ad uno Storico , che della propria onestà intellettuale, oltre che del rigore scintifico ha fatto una delle ragioni della propria esistenza. Attendo, con i tempi che la ricerca implicano un nuovo libro ,che metta in luce questo passaggio importante della storia, a cui lei non può rinuciare. Se non lei chi? Nel salutarla affettuosamente, le4 porgo le mie scuse per essermi permesso tanta libertà, ma dettato dal mio mio istinto non ho potuto fare altrimenti. Un saluto Antonio 26-08-2009 21:17 - Antonio
- Vorrei esprimere ad Angelo del Boca la solidarietà e la simpatia che da lettore e appassionato di storia. Di intellettuali come lui ne abbiamo bisogno, sempre di più, e lo invito a farsi coraggio 26-08-2009 18:56 - Andrea
- Valga lo sfogo stimato Del Boca, ma non la rinuncia, questo non glielo possiamo consentire. Veritá e giustizia sono istanze che devono prescindere dalla mediocritá e i loro agenti sono troppo pochi per permettersi di mollare. 26-08-2009 18:32 - pippo
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