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Luciana Castellina
Ombre rosse tra due poli
Un film come “Ombre rosse”, che si propone di raccontare cosa è diventata la sinistra, cioè anche tutti noi, sollecita i commenti. Del resto la corposa presenza di sinistra ( sia pure cinefila), venuta a vedere il film di Citto Maselli qui a Venezia, ha dimostrato che, al di là dell’interesse per l’opera cinematografica, c’è un grande bisogno di riflettere su sè stessi e sul disastro cui siamo arrivati, nessuno davvero innocente. E ben venga dunque l’occasione di questa pellicola impietosa ma mai astiosa – è un merito di Citto – sempre pronta a sottolineare, anche nei peggiori, il barlume di qualche ragione.
Al centro della storia, insomma, non ci sono i buoni e i cattivi, ma l’ambiguità complessa della situazione. (Che strano: Citto Maselli, nella vita sempre un po’ settario, magari per passione politica, quando è regista si trasforma).
Il suo film, infatti, non giudica: coglie le sfumature, è uno squarcio problematico sullo scorcio storico dell’ultima sconfitta subìta per mano di Berlusconi, che si abbatte su tutti – inaspettata perché tutti sono ciechi. In questo senso assai più stimolante di una denuncia.
La sinistra presente in sala l’ha capito e, salvo il fischio di qualche arrabbiato privo di dubbi sulla propria verità, è uscita dalla proiezione addirittura commossa. E subito infatti ha lasciato perdere il giochetto, che pure attira, di identificare chi c’è di realmente esistente dietro i volti del virtuale architetto Varga (certamente Massimiliano Fuksas); del prof. Siniscalchi (probabilmente Umberto Eco, ma c’è chi suggerisce Asor Rosa), del capo di gabinetto del sindaco (di sicuro Walter Verini). Nel film ci siamo tutti, in un modo o nell’altro.
C’è soprattutto il Centro sociale “Cambiare il mondo” - una delle tante, preziose, realtà cresciute in questi ultimi decenni – i cui personaggi sono infatti scolpiti con più verità; e amore. Solo vittime di un sistema che vuole cooptarli e normalizzarli, magari persino con buone intenzioni, così come ha fatto con altri settori della sinistra? Sì e no. Neanche loro sono innocenti: sono buoni, pronti al sacrificio personale per misericordia, ricchi di carità e compassione umana prima e al di là della politica. E infatti, anche per questo, sono isolati, il Centro sociale sembra uno struggente fortino nel deserto, il famoso rapporto col “territorio” tanto invocato da Rifondazione comunista ma anche dal Pd, ridotto a quello con chi il territorio non ce l’ha, i rom, gli immigrati, gli emarginati di ogni specie. Non c’è intorno un quartiere, un contesto sociale, niente. Ed è proprio questa solitudine l’aspetto più dolente del film.
Gli intellettuali che li visitano sono invece tutti “dentro” la società reale, ricchi di legami, inseriti. Quale dei due mondi è più reale? Stiamo ancora confrontandoci col dilemma riforme o rivoluzione, che per più di un secolo ha travagliato la sinistra, peraltro ormai sconfitta in ambedue le opzioni?
A me, che sono un po’ veterocomunista, colpisce, non solo nel film ma anche nella realtà, l’esistenza ormai di due soli poli: da un lato gli idealisti che rifiutano ogni compromesso, dall’altro gli opportunisti. Possibile che sia scomparsa dal reale - e dunque anche dall’introspezione che ne fa questo film (così come altre espressioni artistiche ma anche storico-sociologiche) - la memoria di quel che per decenni è stato il comunismo che pure, in Italia in particolare,era riuscito a coniugare alterità con realismo, strategia radicale con razionale (e leninista) costruzione di alleanze, indicazione di obiettivi intermedi, di un itinerario possibile, insomma?
La memoria (anche critica, per carità) si è persa. Mai come oggi c’è stata una rottura generazionale così profonda, un rifiuto così netto da parte dei giovani dell’esperienza del passato, il ‘900 considerato solo un cumulo di macerie e di orrori.
Si capisce: questo passato è stato o conservato in forme sclerotiche, o frettolosamente abiurato. Nel film un tentativo diverso viene fatto dal vecchio sindacalista, che però è troppo vecchio e alla fine si ingarbuglia. Nessuno, né in “Ombre rosse” né nella realtà, sembra più disposto alla fatica che è stata dei comunisti,lasciando così sul campo solo idealisti sconfitti o navigatori pseudorealisti, altrettanto sconfitti. Anche nei partiti, o pezzi di partiti esistenti la dialettica sembra ormai ridotta a uno scontro fra questi due poli.
Il film di Citto è dedicato all’amico e compagno (anche di scuola, suo e anche mio) Sandro Curzi. E’ stato lui infatti che, poco prima di morire, dopo averne visto la prima copia ancora in lavorazione, ha consigliato di non finire con l’immagine della sconfitta elettorale che lascia attoniti i protagonisti, oramai solo “ombre rosse”. E di aggiungere una sequenza “positiva”. Qualche ragazzo che si accosta ad un nuovo edificio abbandonato e ricoperto da erbacce per metter mano alla costruzione di una nuova sede per il Centro Sociale, dopo che la vecchia si è dovuta abbandonare.
Sandro era un inguaribile ottimista. Non è un brutto difetto.
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viva ferreri! 09-09-2009 16:08 - graziano
A proposito, che fine ha fatto Nanni Moretti? Problemi di censura o riflusso? 06-09-2009 09:14 - Enzo49
Mi viene però da sorridere al pensiero che la mia generazione (la metà non opportunista) avrebbe scelto "un rifiuto così netto" dell’esperienza del passato, perdendo la memoria di eventi che, la storia italiana almeno degli ultimi trent'anni lo dimostra ampiamente, dal delitto Moro alle bombe degli anni '90 battesimo della Seconda Repubblica, mai hanno trovato non tanto un museo, quanto piuttosto un'interpretazione in grado di decifrarli, di far chiarezza sui fatti innanzitutto.
Se non con gli intellettuali e con i dirigenti politici della sinistra novecentesca (comunista), non vedo con chi condividere la responsabilità (asimmetrica) di quest'amnesia, dando per scontato che dalla parte della fu Dc e oggi di Berlusconi e compagni è tanto inutile quanto ipocritamente bicameralesco attendersi o chiedere una mano d'aiuto... 05-09-2009 23:48 - davide
Tra poco saremo tutti morti noi nati nel 900 e state ancora a chiedervi perchè è successo.
A me la risposta pare semplice.
Perchè non siete riusciti a vedere e valorizzare il valore della libertà individuale, nonostante la tragedia del Comunismo.
Perchè non avete mai voluto dare un contributo costruttivo ai problemi delle società occidentali che volevate abbattere, e dunque benvenuti i problemi, benvenuto il loro incancrenirsi sempre nella logica di utilizzarli per abbattere un sistema sociale a Voi non gradito, nel mentre ci sguazzavate dentro sempre di più.
Perchè insieme ai fascisti avete usato la violenza per battere il Riformismo socialista che era l'unico in condizioni di coniugare libertà individuale ed istanze sociali.
Vi devo ricordare la violenza cieca messa in campo contro il primo centro sinistra.
Devo ricordarVi la violenza cieca messa in campo contro il Craxismo.
Devo ricardarVi la soppressione violenta di un riformista cattolico come Aldo Moro ucciso dal Comunismo.
Quanto è avvenuto ed avviene è un bene.
Nessuna nostalgia.
Che il ricordo del comunismo resti solo per non ricaderci come il ricordo del nazi-fascimo.
Accada quel che avete voluto che accadesse.
Riprenderemo da valori di libertà individuale e solidarietà.
Ma lontani da chi si è sporcato la testa con il comunismo...finalmente solo un' ombra.
Nessuna nostalgia.
Libertà individuale, lavoro, sacrifici, così ci riprenderomo la civiltà. 05-09-2009 18:31 - roberto
la rottura generazionale di cui parli non è avvenuta Oggi, ma 40 anni fa.
Tutto quello che è accaduto non è altro che un'accelerazione per inerzia (un po' come nel moto dei gravi nel vuoto di Galileo: data la spinta...) di quello che Pasolini scriveva nelle sue Lettere luterane. E' finita. Esiste solo il "consumatore", un individuo formato dai "valori" della civiltà dei consumi: chi non si adegua (chi possiede un'etica fondata su altri valori) è un diverso e un marginale.
Son passati 35 anni da quando Pasolini scriveva queste cose: mi spieghi com'è possibile che voi non ci siete ancora arrivati? Mi spieghi com'è possibile che qualcuno sia rimasto "attonito" di fronte allo scontatissimo disastro elettorale del 2008 e del 2009? Possibile che nessuno aveva capito che dopo l'irrilevanza politica (l'incapacità di essere in un qualsiasi modo un soggetto politico in grado di incidere nella realtà economica e sociale di questo paese) il passo successivo era inevitabilemente la polverizzazione e quindi il settarismo? 05-09-2009 18:22 - Stefano