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Sara Farolfi
Operai in lotta, in cerca di imprenditori veri
C’è soprattutto una cosa che le mobilitazioni in corso da nord a sud del paese hanno in comune: la richiesta e la ricerca di un’imprenditoria vera, e seria. «Quelli del tetto» - per usare l’espressione coniata in questi giorni sul blog degli asseragliati della Esab di Mesero nel milanese - sono in gran parte operai specializzati, provenienti da realtà industriali (non solo dalla manifattura) importanti, in un paese di imprese nane, affossate da gestioni scriteriate. Non è sui tetti che si esce dalla crisi, dice la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. Salendo sui tetti, come per primi hanno fatto all’Innse, o occupando le fabbriche, i lavoratori stanno dimostrando che di alternative a chiusure e delocalizzazioni ce ne sono eccome.
Scrivono su Facebook gli operai Esab (per sei di loro quella di ieri è stata l’ottava notte sul tetto dell’azienda): «Basta con le speculazioni, basta con le aziende che vanno nei paesi dell’est e chiudono in Italia, lasciando migliaia di famiglie senza un reddito». Parole che calzano a pennello per le vertenze all’Agile di Ivrea, dell’Alcatel di Battipaglia o per quella della Manuli Rubber di Ascoli.
Prendiamo l’Agile. Olivetti si chiamava negli anni d’oro, poi Getronics poi Eutelia e ora, dallo scorso luglio, quando Eutelia stessa ha ceduto come ramo d’azienda l’intero settore IT, Agile. Chi siano gli azionisti - della società che gestisce reti informatiche di banche, assicurazioni, e diversi ministeri e enti locali e occupa in tutto il paese 2000 persone, di cui 180 a Ivrea - neppure i sindacati sanno dirlo. La vicenda è molto complessa: a luglio la cessione di ramo d’azienda era stata accompagnata da grandi promesse di investimenti. Come da manuale, da quello stesso mese ai lavoratori dello stabilimento di Ivrea (180) non sono stati più pagati stipendio nè rimborsi spese. Così da tre giorni a questa parte i lavoratori hanno deciso di alzare il tiro, sono saliti in settanta sul tetto dello stabilimento di Ivrea e lì promettono di rimanere fino allo sblocco delle retribuzioni. Il 17 ci sarà l’incontro al ministero dello sviluppo economico: «Il problema di oggi è capire se abbiamo davanti un’azienda o una banda di malfattori», ci dice Federico Bellomo (Fiom).
Scendiamo a Battipaglia, nel salernitano, dove ha sede la Alcatel (attiva nel settore delle Tlc), multinazionale franco americana che ha deciso di abbandonare l’Europa e delocalizzare la produzione in Cina. Chiusi, nel silenzio più o meno generale, gli stabilimenti di Maddaloni e Frosinone, ora tocca a Battipaglia, dove invece i 200 operai alzano la voce. In 5 si sono barricati nello stabilimento minacciando di darsi fuoco. A loro ieri è arrivata la solidarietà della Federazione europea dei sindacati metalmeccanici. Il ministro Scajola dice di ritenere indispensabile che l’azienda sospenda le procedure di cessione: vedremo cosa succederà il 15, giorno in cui è stato convocato il tavolo al ministero.
Anche alla Manuli Rubber di Ascoli Piceno ci sono 375 posti di lavoro a rischio (su 600) a seguito della decisione dell’azienda di delocalizzare la produzione in Cina. Da agosto gli operai presidiano i cancelli dello stabilimento, ieri hanno sfilato sotto la sede della prefettura.
Alla Lares e alla Metalli Preziosi di Paderno Dugnano (nel milanese) il presidio è in corso da otto mesi, nel silenzio e nell’indifferenza più generale. Le aziende, entrambe dichiarate fallite, sono controllate dallo stesso imprenditore, Marcel Astolfi. Aziende sane che potrebbero ancora stare sul mercato, dicono i lavoratori. «È vero, c’è la crisi, ma queste due aziende sono state danneggiate da scelte imprenditoriali sbagliate - dicono dalla Fim Cisl di Milano - gli operai hanno grande professionalità e i prodotti hanno ancora mercato. Serve un investitore motivato che abbia un progetto a lunga scadenza». E ancora: ieri si è sollevata la protesta, con il blocco dei mezzi in entrata e in uscita, dei dipendenti della raffineria Eni di Livorno, contro l’ipotesi di cessione del sito a un fondo americano d’investimento. In provincia di Siena, i lavoratori della Vannini metalli hanno occupato la fabbrica dove sono a rischio 35 posti di lavoro.
E arriviamo alla quintessenza dell’imprenditoria nostrana: l’ex compagnia di bandiera Alitalia, «salvata» dagli ex capitani coraggiosi, che ora assumono il personale aereoportuale non attingendo al bacino dei cassintegrati, ma tramite l’agenzia interinale Adecco. Concludiamo con una buona notizia. Dopo mesi di occupazione dello stabilimento (per impedire il trasferimento di macchinari in Cina), sembra essersi aperto uno spiraglio per i 160 lavoratori della Sat di Catania, grazie a un cartello di imprese interessate alla firma di un contratto di programma per la produzione di energia fotovoltaica. Come chiedevano loro.
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Una situazione esplosiva che non fa bene a nessuno.
La gente vuole lavorare,ma il lavoro non esiste e neanche esisterà per un bel pezzo.
Gli imprenditori non ci sono più e quelli che sono rimasti non si fidano del governo e chiedono soldi alle banche.
Gli operai a questo punto dovrebbero invece di chiedere, cominciare con l'AUTOGESTIONE.
Credo che occupare tutte le fabbriche sul territorio sia la cosa migliore che la classe operaia italiana possa fare.
Avevo pensato anche al rapimento degli industriali come fanno i compagni francesi,ma i nostri industriali sono senza palle e è del tutto inutile rapirli.
Pieni di buffi e con le banche che gli mettono tutto sotto sequestro,non vale la pena.
In Italia la classe operaia deve pensare seriamente alle occupazioni e alla autogestione.
Come nel 20 quando gli operai della FIAT presero la fabbrica e la portarono in produzione,oggi gli operai devono dimostrare al mondo che possiamo vivere senza imprenditori.
Abbiamo una classe operaia di tecnici e di altissima qualità,dimostriamo che siamo arrivati a superarli e a pensare di farne a meno.
Per fare questo ci vuole una grande solidarietà e un coordinamento tra fabbriche e compagni. Dobbiamo ragionare come se fossimo un vero e proprio Stato.
Lo Stato della classe operaia.
Ragionare in grande è l'unica arma che abbiamo per uscire e far uscire il paese da questa crisi.
Io ci sto! 10-09-2009 09:40 - mariani maurizio