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FUORIPAGINA
11/09/2009
  •   |   Alessandro Portelli
    Quel "diritto americano" negato dall'America

    Ho in mente due immagini. La prima è una foto che ho scattato io nel settembre 1982 a Washington, l'ultima volta che i sindacati americani chiamarono gli operai in piazza per una grande manifestazione contro la politica economica di Reagan. È un signore anziano, che cammina isolato nel corteo, con un cartello che dice: «L'assistenza sanitaria è un diritto americano».
    L'altra è di questi giorni, si è vista su qualche giornale e in rete: è una signora che si presenta a un'assemblea sulla riforma sanitaria con un cartello che dice: «L'assistenza sanitaria non è un diritto».
    Per due volte, con Clinton e con Obama, gli Stati Uniti hanno eletto presidenti che promettevano una riforma dell'assistenza sanitaria, segno che gli elettori la vogliono, o almeno non la rifiutano. E per due volte questo programma si è scontrato con ostacoli che non riguardano solo la resistenza agguerrita degli interessi corporativi, ma anche il consenso e il sostegno attivo che a questi interessi danno fasce non trascurabili di cittadini. Certo disinformati e ideologizzati - ma comunque portatori di una logica che forse capiamo un po' meglio se proviamo a esplorare il territorio condiviso fra questi due cartelli così apparentemente contrapposti: un'idea di stato, un'idea di «America» e un'idea di «diritto» che sono radicate nelle fondamenta stesse del paese.
    Cominciamo dal primo: l'assistenza sanitaria come diritto «americano». Feci fatica a resistere alla tentazione di dire a quel signore che l'assistenza sanitaria è un diritto di tutti i paesi industrializzati - tedesco, italiano, inglese, spagnolo... - tutto, meno che «americano». E infatti mi vengono in mente infiniti esempi della sorpresa con cui tanti americani scoprono che tutto il mondo ha quello che a loro manca: una giovane nera di Cumberland, Kentucky, che mi diceva, «ho visto un programma in tv su un paese dove tutti hanno l'assistenza, e non è neanche un paese ricco. Roba da farti girare la testa!». Un articolo di Sara Paretsky (bravissima giallista femminista di Chicago), che - ironizzando sulla propaganda anti-obamiana sui presunti eccessi burocratici dei servizi sanitari pubblici all'estero - raccontava che quando suo marito si è sentito male in Francia hanno dovuto navigare parecchia scorbutica burocrazia ospedaliera, ma poi quando ha chiesto il conto per il ricovero, la visita specialistica, i raggi x e tutto il resto, si è sentita dire che costava quasi niente: «Sono disposta a sorbirmi un bel po' di burocrazia per una sanità del genere!». Ora, questa sorpresa, e l'ingenua rivendicazione di quel signore a Washington derivano da un a priori mai messo seriamente in discussione: e cioè che gli Stati Uniti hanno comunque il meglio del mondo e non devono prendere esempio da nessuno. E quindi - ed ecco il cartello - se tu hai un diritto, non ce l'hai perché sei una persona ma perché sei «born in the Usa» e quindi speciale. Un «diritto americano» significa un privilegio nei confronti del resto dell'umanità. 
    Sul piano interno, questo significa che anche altre cose che noi consideriamo diritti non sono attributi della cittadinanza ma conseguenze di una specifica e non generalizzata collocazione sociale. Ci viene ricordato che quasi tre quarti degli americani qualche forma di assistenza o di assicurazione ce l'ha già; ma - a parte i limiti forti di copertura e di costi (e di burocrazia: le assicurazioni e gli ospedali spendono una quota spropositata dei loro bilanci in amministrazione e gestione. Ma siccome sono privati, questa non è «burocrazia»!), la cosa che li caratterizza è che non si tratta di diritti di cittadinanza la cui fonte è la collettività, ma di clausole contrattuali derivanti da un rapporto di lavoro privato o da un contratto sindacale. Hai l'assistenza non perché sei cittadino, ma perché lavori alla General Motors o altro. (Nel 1962-63, ci fu una rivolta armata dei minatori in Kentucky, con sparatorie, ponti saltati in aria, dinamite, perché il sindacato gli aveva tolto la tessera sanitaria, finanziata con una percentuale sulla quantità di carbone estratto. Se la presero col sindacato corrotto e con le aziende che non pagavano, ma a nessuno venne in mente di rivendicare un'assistenza che non dipendesse dal contratto, dalla burocrazia sindacale e dal mercato dell'energia - e che non si applicasse solo a loro). In questo senso allora ha ragione la seconda signora: l'assistenza sanitaria non è un diritto, ma un privilegio - un «fringe benefit», come si dice nel linguaggio sindacale, un vantaggio collaterale che spetta ad alcuni e ad altri no. Perciò se quaranta milioni di americani non hanno diritto alla salute, questo per gli altri non è uno scandalo - e chissà, forse anche per qualcuno di loro.
    Proviamo a domandarci: come mai portare le armi è un diritto (assoluto e non regolabile), ed essere curati no? Semplice: il diritto alle armi sta scritto in un emendamento della costituzione, il diritto alla salute non sta scritto in nessun testo costituzionale. Esiste negli Stati Uniti un fondamentalismo giuridico conservatore che propone una lettura della costituzione altrettanto letterale di quella che il fondamentalismo religioso pratica sulla Bibbia. La forma della stato e i diritti dei cittadini sono incisi una volta per tutte in una venerabile costituzione di due secoli fa, e ogni idea di evoluzione della forma dello stato e di estensione della sfera dei diritti è pensata non come allargamento della sfera di libertà, ma come sua invasione da parte dello stato-leviatano. 
    L'idea di libertà che è iscritta nella fondazione dello stato, nato da una rivolta periferica contro uno stato coloniale, è orientata più a una difesa dei diritti personali dallo stato che all'idea dello stato come fonte e garanzia dei diritti. La vita, la libertà, la ricerca della felicità nascono con l'individuo e sono esercitabili singolarmente (a differenza di altri diritti - per esempio, l'uguaglianza e la fraternità - che sono pensabili solo in rapporto con gli altri).
    Ci si aspetta perciò che lo stato protegga i diritti individuali, ma è semplicemente anatema pensare che lo stato possa assumersi un compito sociale. Panzane paranoiche come le «commissioni della morte» che secondo la destra verrebbero istituite dalla sanità pubblica per decidere chi debba vivere e chi morire (come se non facessero così ogni giorno le assicurazioni private) diventano credibili se si immagina che ogni assunzione di funzioni sociali da parte dello stato sia un passo verso un «totalitarismo», in cui lo stato diventa padrone della vita e della morte. 
    Questo aiuta a ragionare su un altro paradosso: si respinge come un'invadenza nella sfera di libertà del singolo un progetto che serve in fin dei conti a garantire proprio il primo dei diritti affermati dalla dichiarazione d'indipendenza, cioè la vita. Confrontiamo, ancora una volta, con il diritto alle armi, anch'esso rivendicato come protezione della propria vita. Con l'assistenza sanitaria, lo stato difende con mezzi istituzionali la vita di tutti; con l'autodifesa armata il singolo protegge con i propri mezzi privati la propria singola vita contro altri (l'unica protezione istituzionale che il fondamentalismo costituzionale riconosce allo stato è quella militare: perciò le spese belliche non sollevano lo stesso furore delle previste spese sanitarie, in un paese che spende per la salute più di tutti per avere un servizio peggiore).
    L'assistenza sanitaria è un diritto che richiede una costruzione sociale di istituzioni, di rapporti, un'idea di stato solidale in cui un cittadino ha un diritto perché ce l'hanno tutti e non può esercitarlo da solo. Cosa difficilissima da pensare dopo secoli in cui i diritti riconosciuti sono stati quelli che ognuno poteva esercitare per conto proprio. La salute pubblica, in ultima analisi, smentisce il tremendo dogma liberale per cui «la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri»: in questo caso, la mia libertà comincia dove comincia quella degli altri e non è concepibile senza. E questo vale per tutti i «nuovi» diritti che non stanno nella costituzione settecentesca, e che infatti gli Stati Uniti faticano a riconoscere - il diritto al clima, il diritto all'acqua, il diritto all'istruzione - di cui non si può usufruire se non ne usufruiscono tutti.
    Ora, per fortuna gli Stati Uniti non sono tutti riducibili al fondamentalismo liberal-costituzionale e alla paranoia anti-«socialista». Dopo tutto, sono il paese che ha inventato il New Deal, il paese in cui persino un presidente che abbiamo giustamente considerato nemico, come Lyndon Johnson, impegnava lo stato nella «guerra alla povertà» (un'altra delle guerre americane non vinte, peraltro). Anche nel suo discorso dell'altro giorno, Obama ha usato ripetutamente quella che è forse la parola chiave di tutta la sua poetica e di tutta la sua politica: «we», «noi». Il «noi» di Obama non è un mero richiamo retorico all'unità nazionale; implica piuttosto la ricostituzione di un patto fa i cittadini e lo stato - e di un patto di tutti i cittadini fra loro, che reintroduca in un'età macchiata di egoismo un minimo di consapevolezza del fatto che i destini di ciascuno sono intrecciati con quelli di tutti. Non mi aspetto moltissimo da tutta questa vicenda; ma se, al di là dei contenuti specifici di quella che sarà la riforma, Obama potesse cominciare a (re)introdurre almeno qualche embrione di un'idea di diritti sociali condivisi, aprirebbe forse la strada a un altro futuro, un po' più decente, anche per noi.


I COMMENTI:
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  • Ottima analisi, Portelli, e non dispiace -- pace il lettore Zucca -- voler infine intravedere un barlume di speranza, poiché malgrado la Costituzione fosse ormai "antica", i meccanismi di autocorrezione esistono e la storia dei vari emendamenti ne è prova. Il grande problema delle democrazie rappresentative che sposano il mercato libero sono, sia in Italia che negli Stati Uniti, le lobby, vero cancro istituzionalizzato. (Ma dal punto di vista dell'attualità, purtroppo corrette le acute osservazioni del lettore Maurizio sull'amministrazione Obama).
    Peter 13-09-2009 20:13 - Peter
  • la resistenza alla rifora sanitaria si fonda sull'assunto che quando un diritto la maggioranza ce l'ha già non interessa se una minoranza benche' corposa non ne usufruisce.
    e' lo stesso meccanismo per cui se uno non ha familiari disabili gli importa poco delle politiche a favore di questi o potrmmo fare mille altri esempi.
    purtruppo noi italiani non e che ne siamo immuni: basta guardare all'egoismo che dimostriamo verso gli immigrati o all'indiffirenza verso i lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro. 12-09-2009 12:12 - pietro
  • Dall´epoca di Reagan noi poltroni nord-americani pensiamo di aver vinto tutte le battaglie per diritti del voto, dell´istruizione, dell´opportunita´ economica. In realta´, era deciso che le battaglie potevano essere condotte solo perche´ negli anni sessanti le classe medie e basse avevano ricevuto il 90% del reditto e dunque avevano tempo e risorse per perseguire piu´ riforme. D´allora in poi, vediamo i nord-americani sconvolti da una crisi all´altra, specie da loro dagli estranei non precisi ma sicuramente non-cristiani, che hanno continuato a provocargli un senso di insicurezza e paura attraverso il resto del mondo, che ha servito di rispingere ogni facolta´ normale di curiosita´ del resto del mondo e della nostra storia e di organizzarsi per combattere forze meschine.
    La paura nutrita continuatamente anche serve a rafforzare divisioni politiche e religiose fra noi.
    Siamo paurosi di noi stessi - l´autore ha ragioni - non ci riguardiamo degni dei diritti di vivere - dobbiamo vincere qualcosa, uccidere qualcuno, guadagnare la nostra capacita´ individuale di provedere le cose piu´ basiche come casa, sanita´ e via per noi e le nostre famiglie. L´idea che la societa´ in generale s´interessasse di noi individui aveva il picco quando ci sentivamo gia´ piu´ rivendicati dopo la guerra mondiale due. Ci sentivamo capaci di tutto. Adesso siamo battuti giu´.
    Non so se i nord-americani possono piu´ unirsi contro un nemico vero, per esempio la globilazzazzione o le guerre infinite, invece quella di fantasma come socialismo, altre religioni, di cui la maggior parte di loro non ne sanno niente. 12-09-2009 01:14 - rassegnato
  • Oggi, 11 sett., consiglio di leggere quest'articolo a fronte delle parole di commemorazione del presidente Obama pubblicate sul _Daily News_. Verrebbe davvero da chiedersi quale sia oggi la priorità del presidente, dal momento che l'unico riferimento del suo discorso di oggi ad attività sanitarie di sorta è stato l'invito a continuare a "mettersi in fila per donare il sangue", ad aumentare la vigilanza ai confini e la presenza di truppe in Pakistan e Afghanistan. Allora c'è da chiedersi se la vera priorità del presidente sia davvero quella di garantire la salute e l'incolumità dei poveri d'America o quella di continuare a chiedere (e sprecare) il loro sangue in territori come quello afgano ormai controllati per l'80 per cento dai talebani. (Voglio ricordare che l'attuale stima dei donatori terminali di sangue statunitensi è attualmente di più di 3000 soldati caduti dall'inizio della guerra). Più illuminanti, forse, per riflettere sull'America di oggi, sono le visioni cupe, amare e disincantate di Todd Solontz e Joe Dante, e le altre cronache di psicoguerra prontamente raccolte da Piccino-Silvestri da Venezia. Nuova dimostrazione che l'arte è sempre cento passi più avanti degli amministratori nella lettura del presente...
    Peace, d.d. 11-09-2009 21:37 - daniela daniele
  • Siccome vivo negli USA posso dire ottimo articolo sulle spaventose aporie del sogno o incubo o illusione della democrazia americana. Se Obama, a parte la riforma della salute 'overdue' , risolvesse il problema palestinese e affrontasse ancora meglio l'ecologia sarebbe quasi perfetto. Ma appunto occorrebbe limitare le oscene spese militari USA, cambiare il tono con Israele e risolvere due orribili guerre...Figuriamoci ! Comunque chi non lo inviterebbe a cena - e per restare - in Italia, visto l'orrore della nostra attuale decadenza ? 11-09-2009 21:05 - maurizia natali
  • 11 settembre 2001 sono stati quattro attacchi suicidi ad opera di terroristi che credevano essere servizio di al-Qa'ida e non sapevano che Rumsfeld e Bush erano gli autori di una strategia dissennata contro obiettivi civili e militari nel territorio degli Stati Uniti d’America.
    Casa ha colpito il Pentagono, non certo un aereo, perchè non si vuole istituire una commissione d’inchiesta x stabilire la verità?
    Ricordate la trasmissione di report su rai 3 dove vengono messi in dubbio troppe cose a riguardo l'11 settembre: 11-09-2009 20:25 - renzo
  • dovreste spiegare le differenze tra la sanità di Obama e qualle europea. 11-09-2009 18:52 - socialista eretico
  • Illuminate articolo sulla follia politica americana, complimenti! Peccato che date le premesse e gli sviluppi delle argomentazioni la conclusione che ne trae sia la solita desolante speranza nella "parte buona" degli Statri Uniti. Quanto ad Obama non si faccia troppe illusioni, è anche lui figlio della medesima cultura politica: poco spessore culturale, poche idee e molto elementari. Di che pasta sia fatto lo sta già mostrando in politica estera. Comunque complimenti per l'analisi impeccabile della cultura politica americana. 11-09-2009 17:43 - Andrea Zucca
  • Non ho mai letto tutta la Bibbia ma solo frammenti di essa. Abbastanza però per comprendere che questa contiene i germi di un settarismo cagione e causa delle più deleterie piaghe storiche di tutti i tempi. Quel continuo insistere sul popolo prediletto da Dio ha consentito ai tanti fanatici suoi interpreti di sentirsi migliori degli altri e con ciò destinatari di un trattamento privilegiato. Vale per il popolo di Israele e per i fondatori degli USA, i quali hanno perpetrato questa convinzione di generazione in generazione. Da lì discende per taslazione un generale egoismo che mette tutti contro tutti nella convinzione che ciascuno sia migliore dell'altro e quindi meriti di più. Questo è il senso che spiega la forte competitività insita nel sistema americano che in qualche modo ne ha favorito il rapido sviluppo ma che ora, con altri contendenti più agguerriti, comincia a mostrare il fiato. Bene così comunque, quello che si era dimostrato un modello per molti finalmente fa capire i suoi limiti e fa affiorare le soluzioni che invece derivano da una maggiore solidasrietà sociale, il vero approdo di un mondo più giusto e più equilibrato anche dal punto di vista dell'uso delle risorse comuni. 11-09-2009 17:41 - giulio raffi
  • Veramente un buon articolo, sono d'accordo con Fabio Pini. Però, provando a calare questo schema di analisi sul nostro Paese si ha un risultato apparentemente paradossale: nella nostra Costituzione i diritti sociali sono esplicitamente richiamati (salute, istruzione pubblica, lavoro, paesaggio), eppure sono da decenni costantemente sotto l'attacco incrociato non solo di quelle parti sociali e politiche da cui sarebbe "naturale" (?) aspettarselo, ma anche - e a volte di più - da postazioni un tempo impensabili.
    Negli ultimi anni abbiamo visto la trasformazione degli ospedali pubblici in “aziende” sanitarie, il progressivo smantellamento dell’istruzione pubblica, la privatizzazione selvaggia e devastante dei servizi pubblici, la distruzione dei diritti dei lavoratori, il disinteresse per l’ambiente, l’esaltazione del mercato, dell’impresa, della competizione in un mondo di disuguaglianze abissali. E in tutto ciò è stata determinante la partecipazione attiva ed entusiasta di quel blocco politico-sociale che dovrebbe avere nel proprio DNA i diritti sociali difesi dalla Costituzione.
    Qualcuno sa dirmi cosa diavolo è accaduto? Portelli ha una buona analisi da proporre anche per noi? 11-09-2009 17:10 - Dario Righettini
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