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Carlo Leone Del Bello
Ocse, l'onda lunga della disoccupazione
La recessione sta rallentando e a breve dovrebbe iniziare nel mondo una tenue ripresa. Su questo scenario il consenso è praticamente unanime fra economisti, centri studi - governativi e non - ed organismi internazionali. C’è tuttavia molto poco da stare allegri: il consenso è unanime anche sull’ondata di disoccupazione che ha investito il mondo industrializzato e che si riassorbirà molto lentamente. Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nei trenta paesi membri si rischia di toccare, alla fine del 2010, la cifra record di 57 milioni di disoccupati, pari al 10% della forza lavoro.
La recessione mondiale ha già colpito duramente i lavoratori: il tasso di disoccupazione è attualmente all’8,5%, con 15 milioni di posti di lavoro persi dalla fine del 2007. Dato che solitamente la disoccupazione continua ad aumentare anche dopo la fine della recessione - specialmente se la crescita del reddito nazionale riparte al di sotto del suo potenziale – è facile inferire che per il lavoratore dipendente non si vede alcuna luce in fondo al tunnel. Specialmente in Italia, dove la crisi ha colpito un mercato del lavoro particolarmente problematico, con i più bassi tassi di attività e fra le più alte disoccupazioni giovanili (il 26,3% di chi ha fra 15 e 24 anni risulta disoccupato). Se a tutto questo si aggiunge che la rete di protezione sociale italiana non è certo fra le migliori al mondo, e che il governo è fra quelli che hanno speso di meno in politiche di stabilizzazione del mercato del lavoro, non sorprende che la quota di famiglie che vivono in povertà relativa è ora del 36%. Quota che rischia di aumentare. L’Ocse consiglia quindi ai governi (soprattutto a quello italiano) di rinforzare il supporto per le famiglie a basso reddito nel corso della recessione.
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