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Daniela Preziosi
Rinvio della manifestazione per la libertà di stampa. Tanti gli scontenti
La conferenza stampa inizia con un'ora di ritardo, dalle stanze della federazione della stampa ogni tanto sbuca un funzionario e chiede pazienza. Il fatto è che sulla scelta di rimandare la manifestazione sull'informazione «senza guinzaglio», presa in una riunione concitata, convocata a pochi minuti dalla tragedia in Afghanistan, non si allineano subito tutti gli organizzatori. Né tantomeno chi - sono migliaia - aveva già organizzato il viaggio. La situazione è delicata, sabato potrebbe essere il giorno del rientro in Italia dei sei soldati morti. Sulla decisione più che l'imbarazzo dei partiti che hanno aderito - Pd e Idv in primis - ora impegnati nella gara a chi è più in lutto, pesa il rischio di non sintonizzarsi sull'ondata di emozione che investe il paese. E quello di essere bollati dal premier - pronto, come a L'Aquila, a fare delle tragedie l'occasione dei suoi macabri show - e dalla sua corazzata mediatica come «antitaliani».
Quando arriva, il segretario Franco Siddi parla del rinvio come di «un atto sensibile ed immediato», di «rispetto a una grande ferita che tocca le famiglie dei caduti e di tutti coloro che sentono il peso di questo dolore», una risposta di «sensibilità, rigore, amore per il paese». E all'obiezione che il messaggio rischia di essere che il conflitto di interessi - il cuore dell'anomalia italiana, il motore della videocracy berlusconiana - ritorna una variabile dipendente, come in questi ultimi quindici anni, replica: «La manifestazione non si archivia, i problemi non sono archiviati». Gli organizzatori (oltre alla Fnsi, la Cgil, le Acli, l'Arci, Libertà e Giustizia, Articolo 21, Coordinamento precari della scuola, Associazione culturali e movimenti di pace) danno subito il nuovo appuntamento per il 3 ottobre, sempre a Roma in piazza del Popolo. Nessuna smobilitazione. «Il problema della libertà di informazione non è possibile che magicamente si dissolva», rassicura Roberto Natale, presidente Fnsi. Anzi, giura Beppe Giulietti (Art.21), il rinvio servirà per far crescere il «brontolio democratico». Per «allargare il numero di coloro che possano rendersi conto della gravità di quello che sta accadendo in Italia», rincara Andrea Olivero, presidente delle Acli. Per preparare altre iniziative: Giulietti e Vincenzo Vita (Pd) hanno inviato un esposto alle authority sull'ultimo Porta a Porta. È già pronto il ricorso alla Corte di Strasburgo contro la legge sulle intercettazioni: partirà appena il testo sarà approvato.
Ma il ragionamento non convince molti. Per esempio, Paolo Flores d'Arcais, direttore di Micromega: «Il cordoglio e l'umana pietà per i militari italiani morti sono incompatibili con la difesa della libertà di stampa? Solo a chi coltiva a una follia del genere poteva venire in mente di spostare la manifestazione di sabato, quasi che essa, in quanto di denuncia dell'attuale governo (anzi regime) debba essere vissuta come anti-nazionale, anziché in sommo grado patriottica, poiché con l'obiettivo di salvare il paese dall'abiezione in cui il berlusconismo lo sta precipitando». Il malumore serpeggia in rete: su Facebook nascono due gruppi di quelli che «sabato manifestano lo stesso», qualche centinaio di iscritti per una lettera alla Fnsi: «Perché avete rinviato la manifestazione? In segno di lutto: come fosse un festino». Radio città aperta, storica voce dell'antagonismo romano, alza il volume: «La morte dei sei militari semmai amplifica le motivazioni di chi chiede che in questo paese i cittadini possano essere informati correttamente, ad esempio su una realtà, quella afgana, descritta dalla maggior parte dei media in termini di propaganda guerrafondaia». Paolo Ferrero, segretario Prc, chiede di trasformare l'appuntamento in una manifestazione «non solo per la libertà di stampa ma anche a favore delle ragioni della pace». Siddi replica che i giornalisti sono «uomini di pace», ma il tema del ritiro delle truppe è un altro paio di maniche, e non solo - aggiungiamo noi - per la presenza nella mobilitazione di qualche redazione vicina al governo. Marco Ferrando, Pcdl, infatti stringe di parecchio il campo e fa appello alla sinistra di usare quella data per «una mobilitazione nazionale contro tutte le missioni di guerra, sotto i palazzi del governo».
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Il 3 ottobre sono convocate già altre manifestazioni, quella dei precari e altre sui teni dell'ambiente, ma forse la FNSI nemmeno lo sa. Intellettuali a cui dei lavoratori che vivono con 1000 euro al mese e dei movimenti reali non importas poi molto. Andate a vedere il fil "Le ombre rosse", eccoli li ben dipinti. 18-09-2009 17:41 - Mauro