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Alessandro Braga
Il Pd e l'Afghanistan, prime incertezze
Ignazio Marino, senatore del Pd e candidato alla segreteria, vuole sapere se l’Italia sta combattendo una guerra oppure no. Se le condizioni dei nostri soldati sono le stesse di quando si è votata la missione. E, se sono cambiate, come. Per verificare che non siano in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che dice che «l’Italia ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali». Perché se così fosse, non si potrebbe più stare là. E gli unici che possono dirlo sono i ministri degli Esteri e della Difesa, invitati a riferire al più presto in Parlamento.
Senatore, lei ieri ha detto che «sono cambiate le condizioni per la nostra presenza in Afghanistan». Cosa intende dire?
Sarei arrogante se dicessi che sono sicuro che le condizioni sono cambiate. E quindi non lo dico. Ma ci sono degli indizi che lo fanno pensare, e da cui bisognerebbe partire per aprire un ragionamento sull’opportunità o meno della nostra presenza in quel paese.
Parla dei sei soldati morti l’altro giorno?
Non solo. Già nell’agosto scorso alcune dichiarazioni del ministro della Difesa La Russa facevano intendere che qualcosa era cambiato. Ecco, ci devono spiegare cosa.
In che modo?
I ministri degli Esteri e della Difesa, che sono gli unici che davvero hanno il quadro completo della situazione, devono venire in Parlamento con una relazione dettagliata sulla vicenda afghana, e dirci chiaramente se il nostro paese sta partecipando a una guerra.
Secondo lei sì?
Non ho gli strumenti per poterlo dire. Sicuramente alcune azioni lo sono, e questo lo ammettono anche gli americani. Come stiamo noi in quel paese ce lo deve dire il governo. A quel punto bisognerà capire se il nostro atteggiamento è in contrasto o meno con l’articolo 11 della Costituzione.
Se così fosse bisognerebbe pensare a una exit strategy, come richiesto da Umberto Bossi.
Le uscite di Bossi e Berlusconi (che ieri ha parlato di una «transition strategy» ndr) vanno lette all’interno di una strategia internazionale. Mi spiego: c’è in corso una manovra della destra internazionale di delegittimazione e accerchiamento del presidente statunitense Barack Obama. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dei nostri rappresentanti di governo. Non credo che se alla guida degli Stati Uniti ci fosse ancora George W. Bush avrebbero detto quelle parole.
Il Partito democratico sembra schierato su una posizione chiara: si resta in Afghanistan.
Le dichiarazioni dei membri del mio partito mi sembrano corrette: non si deve e non si può rincorrere «l’onda emotiva» del momento. Sarebbe da irresponsabili. Ma una riflessione sui nostri compiti a livello internazionale va fatta. Non ci si può appiattire su una posizione senza capire davvero se e come le cose sono cambiate.
Dove va fatto questo ragionamento?
In Parlamento, che è l’organo sovrano e che può prendere queste decisioni. Se le condizioni dei nostri soldati in Afghanistan sono cambiate, se siamo lì con un mandato parlamentare per compiere una missione di pace e poi invece ci troviamo coinvolti in una guerra, deve essere il Parlamento a decidere se la cosa va bene, se dobbiamo continuare a restare, oppure no.
In che tempi?
Il prima possibile. Adesso so bene che è il momento del cordoglio, del dolore per la morte dei nostri militari. E in questo momento il Parlamento deve essere unito per rappresnetare al meglio il dolore della nostra nazione per la morte dei nostri soldati. Subito dopo però deve esserci questo dibattito, non si può aspettare ancora a lungo.
Ma secondo lei il ministro La Russa verrà in Aula dicendo «siamo in guerra»?
Il ragionamento va fatto sulla base di quello che ci diranno i ministri. A quel punto avremo chiara la situazione. E si dovrà prendere una posizione. Che deve tenere al centro la sicurezza dei nostri uomini e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, e solo in secondo piano gli equilibri internazionali.
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1) Come si può “mantenere la pace” laddove c'è guerra?
2) Ammesso e non concesso che sia bene esportare la democrazia dove non c’è, perché si invade l’Afghanistan e non la Libia, l’Arabia Saudita o la Birmania?
3) Se si vuole costruire una democrazia, è coerente appoggiare personaggi corrotti che della democrazia s’impipano?
4) Se si doveva combattere contro il terrorismo, perché non si sta facendo la guerra a Bin Laden e ai suoi?
5) Se si mandano soldati al fronte, si può far finta che non rischino la pelle e stupirsi in caso di tragedia?
6) Se il terrorismo è esecrabile perché massacra civili inermi, perché si minimizza il massacro di civili inermi quando è opera dei nemici del terrorismo?
7) Perché un poveraccio morto ammazzato conta di più o di meno a seconda della sua cittadinanza, della sua uniforme o della lingua che parla?
8) Se sei militari italiani sono trucidati in Afghanistan, c’è meno bisogno di difendere la libertà di stampa?
9) Se per ogni problema esistono 3 soluzioni -quella giusta, quella sbagliata e quella militare- perché scegliere sempre la terza?
10) In questa tremenda tragedia afgana, a parte le vittime, sappiamo dire chi sono "i buoni"? 20-09-2009 15:42 - wise
Che la democrazia non sia esportabile è un concetto chiaro a chiunque (salvo alle frange della destra estrema che ci governa). Ieri “il giornale” (oggi rappresenta in toto il pensiero berlusconiano) gridava a gran voce: < “Ora basta: è ora di ridiscutere le regole d’ingaggio e di attribuire ai nostri soldati le stesse armi e le stesse modalità di combattimento concesse ai nemici “ >. A parte le considerazioni circa la capacità di lettura di questo onorevole quotidiano della situazione afgana attuale, (si apre forse nelle nostre forze armate qualche concorso per assumere o ingaggiare kamikaze?), certo non si ricorda mai abbastanza che la storia di quei territori è un susseguirsi, nel corso degli ultimi decenni, di calate di imponenti e organizzatissimi eserciti e che il risultato di tutte queste invasioni è sempre stato inesorabilmente lo stesso: fallimento e ingloriose ritirate. Cui prodest? Alle popolazioni coinvolte no di certo: i morti, i feriti, i mutilati a vita fra i civili sono talmente numerosi da ridicolizzare i tragici bilanci delle forze armate straniere in campo. Alle nazioni partecipanti alle campagne belliche ancor meno: costi e rischi in termini di vite umane elevatissimi, rischi di espansione delle azioni violente, costi economici altrettanto indefiniti. Che fare (avrebbe detto lui)? Se si vuole esportare qualcosa di positivo, ritengo ci si debba orientare alle organizzazioni civili (non armate, naturalmente) e a programmi di sviluppo nel campo del settori primario, manifatturiero e dei servizi (Emergency insegna). E’ troppo poco? 19-09-2009 15:55 - aldofedericopetrella