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FUORIPAGINA
18/09/2009
  •   |   Alessandro Braga
    Il Pd e l'Afghanistan, prime incertezze

    Ignazio Marino, senatore del Pd e candidato alla segreteria, vuole sapere se l’Italia sta combattendo una guerra oppure no. Se le condizioni dei nostri soldati sono le stesse di quando si è votata la missione. E, se sono cambiate, come. Per verificare che non siano in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che dice che «l’Italia ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali». Perché se così fosse, non si potrebbe più stare là. E gli unici che possono dirlo sono i ministri degli Esteri e della Difesa, invitati a riferire al più presto in Parlamento.

    Senatore, lei ieri ha detto che «sono cambiate le condizioni per la nostra presenza in Afghanistan». Cosa intende dire?

    Sarei arrogante se dicessi che sono sicuro che le condizioni sono cambiate. E quindi non lo dico. Ma ci sono degli indizi che lo fanno pensare, e da cui bisognerebbe partire per aprire un ragionamento sull’opportunità o meno della nostra presenza in quel paese.

    Parla dei sei soldati morti l’altro giorno?

    Non solo. Già nell’agosto scorso alcune dichiarazioni del ministro della Difesa La Russa facevano intendere che qualcosa era cambiato. Ecco, ci devono spiegare cosa.

    In che modo?

    I ministri degli Esteri e della Difesa, che sono gli unici che davvero hanno il quadro completo della situazione, devono venire in Parlamento con una relazione dettagliata sulla vicenda afghana, e dirci chiaramente se il nostro paese sta partecipando a una guerra.

    Secondo lei sì?

    Non ho gli strumenti per poterlo dire. Sicuramente alcune azioni lo sono, e questo lo ammettono anche gli americani. Come stiamo noi in quel paese ce lo deve dire il governo. A quel punto bisognerà capire se il nostro atteggiamento è in contrasto o meno con l’articolo 11 della Costituzione.

    Se così  fosse bisognerebbe pensare a una exit strategy, come richiesto da Umberto Bossi.

    Le uscite di Bossi e Berlusconi (che ieri ha parlato di una «transition strategy» ndr) vanno lette all’interno di una strategia internazionale. Mi spiego: c’è in corso una manovra della destra internazionale di delegittimazione e accerchiamento del presidente statunitense Barack Obama. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dei nostri rappresentanti di governo. Non credo che se alla guida degli Stati Uniti ci fosse ancora George W. Bush avrebbero detto quelle parole.

    Il Partito democratico sembra schierato su una posizione chiara: si resta in Afghanistan.

    Le dichiarazioni dei membri del mio partito mi sembrano corrette: non si deve e non si può rincorrere «l’onda emotiva» del momento. Sarebbe da irresponsabili. Ma una riflessione sui nostri compiti a livello internazionale va fatta. Non ci si può appiattire su una posizione senza capire davvero se e come le cose sono cambiate.

    Dove va fatto questo ragionamento?

    In Parlamento, che è  l’organo sovrano e che può prendere queste decisioni. Se le condizioni dei nostri soldati in Afghanistan sono cambiate, se siamo lì con un mandato parlamentare per compiere una missione di pace e poi invece ci troviamo coinvolti in una guerra, deve essere il Parlamento a decidere se la cosa va bene, se dobbiamo continuare a restare, oppure no.

    In che tempi?

    Il prima possibile. Adesso so bene che è il momento del cordoglio, del dolore per la morte dei nostri militari. E in questo momento il Parlamento deve essere unito per rappresnetare al meglio il dolore della nostra nazione per la morte dei nostri soldati. Subito dopo però deve esserci questo dibattito, non si può aspettare ancora a lungo.

    Ma secondo lei il ministro La Russa verrà in Aula dicendo «siamo in guerra»?

    Il ragionamento va fatto sulla base di quello che ci diranno i ministri. A quel punto avremo chiara la situazione. E si dovrà prendere una posizione. Che deve tenere al centro la sicurezza dei nostri uomini e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, e solo in secondo piano gli equilibri internazionali.


I COMMENTI:
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  • Ma cosa vogliamo modificare in una guerra.
    La guerra contro il mondo islamico si fa così.
    La costituzione è violata.
    Stiamo in guerra,facciamola fino in fondo.
    Mandiamo tutti i giovani italiani in guerra e rimettiamo la ferma oblicatoria per tutti.
    Voglio vedere il sangue scorrere a fiumi.
    Tutti i giovani alle armi e la Russa generale.
    Il Papa ci benedica le armi che stermineranno i popoli infedeli.
    Dio lo vuole!
    Voglio costituire un'armata di volontari per difendere la cristianità.
    Venite a Bari e chiedete di Brancaleone. 19-09-2009 08:22 - maurizio mariani
  • Mi sembra che i ragionamenti dell'esponente del PD Ignazio Marino circa il complotto della destra internazione contro l'attuale Presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama siano leggermente in contraddizione con l'operato del Governo Prodi che nel 2007 ha votato compattamente per la prosecuzione della missione italiana in Afghanistan. Eppure a quel tempo chi comandava negli USA era quello sporco reazionario di George W.Bush che piaceva tanto a Silvio Berlusconi. Che cosa è cambiato da allora ? Sono passati solo due anni, e i soldati italiani in Afghanistan ci stanno già da otto . Perchè il tanto citato articolo 11 della Costituzione non è stato mai rispettato ? Il caro Ignazio Marino dovrebbe essere meno ambiguo ed avere il coraggio di affermare che i soldati italiani se ne devono andare e basta via dalla trappola dell'Afghanistan, senza se e senza ma. 19-09-2009 07:57 - gianni
  • Guerra o non guerra i militari sono li, ad accupare un paese straniero e ad imporre gli interessi dell'occidente. Gasdotti vari conditi con olio di papavero.
    Il resto sono sofismi ipocriti. Si vergognino, assassini. 19-09-2009 02:36 - murmillus
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