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Matteo Bartocci
Alle porte la privatizzazione delle università
È autunno. Come l'influenza stagionale arrivano i progetti del governo sull'istruzione. Stavolta tocca all'università. «Entro ottobre approveremo in consiglio dei ministri la riforma Gelmini - tuona il premier in conferenza stampa - porteremo la meritocrazia e favoriremo l'accesso dei giovani garantendo la totale trasparenza dei concorsi».
Parole sante, verrebbe da dire guardando allo stato dei nostri atenei. Pur di avere merito, ricerca e trasparenza si potrebbe anche sorvolare sul fatto che di maggiori fondi all'università nella finanziaria appena varata non c'è traccia. Arriveranno, se arriveranno, dai proventi dello scudo fiscale e della lotta all'evasione. Soldi zero.
E di cosa tratti la riforma lo spiega un po' meglio un solerte comunicato del ministero. Tra leggi già approvate (133 e 180 del 2008), regolamenti di attuazione e nuove norme, Gelmini accelererà la trasformazione delle università in fondazioni private. Il cuore della riforma, infatti, riguarda la governance degli atenei.
I rettori avranno un mandato complessivo massimo di 8 anni (inclusi quelli precedenti alla riforma). Mentre il cuore della gestione passa al cda a discapito del senato accademico. Il senato (da 50 a 35 membri) avanzerà solo le proposte scientifiche. Il cda si occuperà della gestione, delle spese e delle assunzioni. Gli amministratori saranno 11 (contro i 30 attuali) e per il 40% saranno scelti fuori dall'ateneo. Secondo il ministero dovrebbe essere rafforzata la componente studentesca. Ma saranno esterni (in maggioranza) anche i «valutatori» dell'ateneo. Accanto al cda viene introdotta la figura del direttore generale, vero e proprio manager del sapere. Blocco totale delle assunzioni nelle università che spendono il 90% del fondo ordinario per il personale. Resta il blocco del turn over. Quelle virtuose, infatti, potranno assumere il 50% dei ricercatori rispetto ai professori andati in pensione.
Spunta inoltre la «chiamata diretta» da parte del cda per «docenti di fama», anche stranieri.
La riforma incoraggia anche le fusioni tra università diverse «per abbattere i costi», cambia la contabilità dei bilanci, dimezza gli attuali 370 settori disciplinari (dovranno avere una consistenza minima di 50 ordinari) e cambia gli scatti stipendiali dei professori.
Una commissione nazionale (con membri italiani e stranieri) abiliterà i docenti per i concorsi alle fasce di docenza secondo «parametri predefiniti». Le università potranno assumere solo i docenti approvati dalla commissione. I professori a tempo pieno dovranno lavorare 1.500 ore all'anno, di cui almeno 350 tra docenza e servizio agli studenti.
Chi non pubblica perirà: niente aumenti salariali e niente partecipazione come commissario ai concorsi. Il ddl infine prevede (almeno) due deleghe alla ministra: una per la riforma dei dottorati di ricerca e l'altra sul diritto allo studio, in accordo con le regioni, per le borse agli studenti.
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Ci si stupisce tanto che le iscrizioni all'Università siano notevolmente diminuite rispetto agli anni scorsi, ma questo è segno che le nuov generazioni hanno ben capito come una laurea data a tutti (e non spendibile) è una laurea inutile! 24-09-2009 16:39 - anna
L'esperienza qui e' veramente diversissima, e per noi e' un nostro dovere fare in modo che gli studenti riescano a finire bene i lori studi nel modo migliore possibile. Se troppi non finiscono, e' un fallimento per l'universita' (anche economico) e i risultati del livello di soddisfazione che gli studenti esprimono e' pubblicato sui giornali nazionali. Inoltre, dato che e' nel nostro interesse che la nostra universita' funzioni bene, al momento di fare assunzioni si cerca la persona migliore per il posto in questione. La corruzione dell'universita' italiana nel assegnare posti e' endemica, e non facile da sradicare, ma deve essere un obiettivo primario. Non e' solo ingiusto e non garantisce che le persone migliori per i posti li abbiamo, ma crea delle catene di dipendenza che sono contrarie allo sviluppo della conoscenza e all'innovazione. Inoltre l'immobilita' sociale dell'Italia e' alimentata dal sistema universitario; e' increbile quanto i figli dei professionisti riescano ad entrare nelle professioni, e come i figli dei professori universitari diventino professori loro stessi.
Cristina 24-09-2009 12:45 - Cristina
Ora l'articolo non ne fa alcuna menzione, né i commenti ... accecati come siete da que st'idea d'Europa !!! andate a consultare le " Processus di Bologna" e forse capirete ... 24-09-2009 08:23 - trunfio demetrio
Bene, se fossimo in un' altra nazione si potrebbe anche capire, ma in Italia con le baronie! se sei inviso magar perche' tropo bravo (capita, capita eccome se capita) il barone ti isola e impedisce di fare alcunche'. Il metodo e' di tipo mafioso ovviamente come mafioso e' il sistema baronale univeristario italiano.
PS: una delle regole ripetute all'interno dell'universita', (e sentitepersonalmente come "avviso" da piu' di un ordinario) e' che un ordinario non accettera' mai di avere vicino uno piu' bravo che gli possa fare ombra. Mala tempora currunt! 24-09-2009 02:09 - murmillus
la riforma gelmini mi pare solo volontà di scaricare dal bilancio una voce che questo governo ritiene inutile: la cultura 23-09-2009 21:52 - fred