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FUORIPAGINA
25/09/2009
  •   |   Jean Marc Caimi
    Ghana, nel cimitero dei nostri elettrodomestici

    Soltanto qualche chilometro separa Jamestown, zona turistica segnalata su tutte le guide, da Agbogbloshie. Spostandosi a piedi verso nord, ci si lascia alle spalle il fascino delle vestigia coloniali britanniche per finire quasi senza accorgersene nella desolazione della più grande discarica di materiale elettrico ed elettronico del Ghana. Il primo segnale inquietante lo si ha attraversando il ponte sul corso d'acqua, il Densu River, che si congiunge con la Korle Lagoon. Una melma fatta di buste di plastica, detriti e oggetti di varia natura crea un vero e proprio tappeto galleggiante. Si tratta della fogna a cielo aperto che scorre nel quotidiano vivere dei duemila lavoratori di Agbogbloshie. Un'intera comunità musulmana è emigrata dal Nord del Ghana, zona poverissima, e già all'inizio degli anni '90 ha preso possesso della discarica inventandosi il lavoro di «riciclaggio» dei metalli. Durante il giorno lavorano, poi attraversano il fiume e riposano in uno dei rifugi con vista discarica, una baraccopoli che negli anni è diventata un villaggio. 
    Una serie di dettagli, più di altri, colpiscono la sensibilità di noi occidentali. Il continuo sciamare di bambini che si recano sulle sponde del fiume per fare i bisogni. Le zone della preghiera, piccole aree ritagliate nella selva intricata di rifiuti, dove ad intervalli regolari i lavoratori si recano per inginocchiarsi rivolti verso La Mecca. Le ragazze che vendono acqua, frutta, dolciumi, trasportandoli sulla testa e che sono l'unica macchia di colore di una distesa uniforme grigio-marrone fatta di vecchi frigoriferi arrugginiti, televisori, computer, parti di automobili, condizionatori. 
    Agbogbloshie è organizzato per zone. Vicino alla strada si trovano gli specialisti delle automobili. Sono lì per approfittare per primi dei camioncini che portano le parti delle auto che dovranno essere smontate e quindi fare acquisti convenienti. Materiale pesante e ingombrante. Nuru, un ragazzo di 16 anni, si occupa esclusivamente di cerchioni. Ha «la sua ditta», come dice lui. Il suo fratello minore lavora con lui. I cerchioni, una volta smontati e puliti, possono essere venduti come metallo grezzo oppure trasformati in altri oggetti, come i barbecue da campo, molto diffusi in Ghana. Per dieci cerchioni ripuliti 5 dollari. 
    «A volte riesco a fare fino a 8 dollari al giorno, dipende dai carichi in arrivo», dichiara. E aggiunge di essere molto privilegiato. È alla discarica da tre anni, conosce tutte le dinamiche che ne regolano i traffici interni ed è una guida perfetta. Insieme a lui è possibile attraversare gli altri gironi infernali di Agbogbloshie senza perdersi. Procedendo verso l'interno della vallata si incontra per primo il cimitero dei frigoriferi, che vengono meticolosamente smontati per ricavarne piccoli oggetti fatti con la lamiera. Naturalmente il gas contenuto nel motore, abbandonato con gli altri in enormi mucchi, verrà disperso nell'ambiente, ma in mezzo a una simile devastazione, non è che un dettaglio. Più avanti si vedono muri di batterie di auto usate, mucchi di scarti metallici e, soprattutto, ovunque casse svuotate di computer e televisori. Questi cadaveri plastici ricoprono intere aree ai margini della discarica e resteranno lì per sempre. Sono oggetti senza valore. 

    Giocando a pallone tra i rifiuti 
    Nel cuore di Agbogbloshie c'è un campo di calcio. Alcuni ragazzi di Jamestown vengono qui ad allenarsi. In Ghana il pallone è una cosa seria. Poco più avanti si apre una grande vallata dove, ogni giorno, vengono accesi fuochi usando come combustibile la schiuma isolante dei frigoriferi, poliuretano altamente infiammabile. I fuochi servono per bruciare i cavi e le parti interne degli apparecchi elettronici. Questa operazione permette di liberarli tramite fusione dal materiale plastico che li avvolge o li contiene. 
    Greenpeace ha recentemente condotto una ricerca accurata sulle conseguenze ecologiche di questa pratica, prelevando campioni di terreno da diversi siti dove vengono accesi i fuochi. Dallo studio risulta che la concentrazione di piombo (elemento usato nelle saldature) in quella zona è cento volte superiore alla norma. Cinquanta volte per il cadmio (usato negli interruttori e nei monitor). Il piombo è altamente dannoso per il sistema nervoso, in particolare quello dei bambini. Il cadmio è cancerogeno se inalato. Inoltre la combustione delle parti di plastica, quindi di Pvc, libera il clorobenzene, che insieme ai metalli come rame e ferro reagisce e crea la diossina. Da notare che oltre a creare danni irreversibili alle persone che lavorano sul posto, durante la stagione delle piogge, le alluvioni trascinano tutte le sostanze tossiche nel Densu River e quindi nel mare. 
    A occuparsi dei fuochi sono per lo più ragazzini. La maggior parte di loro ha dai 12 ai 14 anni, ma ci sono molti bambini che non hanno più di 6 anni. «Raccolgo il metallo e lo porto al mio capo» spiega uno di loro, che avrà a occhio 8 anni. Il volto, le mani e i vestiti consumati che indossa sono completamente ricoperti dalla patina grigia provocata dal fumo dei falò che accende. «Se lavoro sodo riesco a fare anche due cedis al giorno», dice, mentre aggiunge un groviglio di cavi sul fuoco. Due cedis, un euro. Il suo capo non è altro che qualcuno così fortunato da essersi permesso l'acquisto di un mezzo di trasporto. 

    Il bronzo vale 20 cent al chilo
    «Chi possiede una macchina, un furgone o un camion, qui può diventare ricco» spiega Nuru. Questi piccoli imprenditori assoldano una serie di ragazzini per fare il lavoro sporco. «Il metallo ricavato dai falò, a fine giornata viene caricato e portato a Tema, a 30 chilometri da qui», continua Nuru. «Lo acquistano delle aziende metallurgiche, sono ghanesi. Si possono ricavare fino a venti o trenta dollari al giorno da un lavoro del genere. Il bronzo, ad esempio, vale 20 centesimi al chilo». Incontrare uno di questi boss è un'esperienza cinematografica. È completamente vestito di bianco, pulito, siede su un motorino di marca orientale. Alle sue spalle c'è un grande camion azzurro con striature arancio, scintillante, segno del suo potere. L'uomo ha un sorriso stampato. È in attesa che la squadra di ragazzi appena ingaggiati finisca di bruciare un carico di cavi, una vera distesa di vermi plastici. 
    Sono lì a pochi passi. Lui controlla personalmente il lavoro. Poi si alza, fa grandi gesti per incoraggiare la squadra. Devono fare in fretta, è quasi il tramonto. Il fuoco è alto, il fumo denso, impenetrabile. A controllare che tutto si svolga regolarmente c'è un poliziotto in borghese. Siede anche lui su un motorino. È un sì della Piaggio. «Finché ci sono io, qui tutto fila liscio», tiene a dire, mentre la squadra di minorenni comincia a caricare il camion. 
    Il «capo» dell'intera Agbogbloshie viene chiamato rispettosamente «chairman», presidente. La sua attività principale è il commercio di batterie usate per automobili. Ma si occupa anche di supervisionare le attività di riciclaggio della discarica, risolvere problemi, decidere quanti e quali spazi ognuno può ricavarsi all'interno dell'area. È qui da 14 anni. «Il guaio principale è che c'è un sacco di gente che aspetta senza fare nulla», spiega. «Non hanno soldi per iniziare un'attività, per comprare un piccolo carico di materiale grezzo da lavorare. Quindi se ne stanno tutto il giorno ad aspettare che qualcuno dia loro lavoro. Alcuni sono degli esperti di computer, sono qui per guadagnare soldi sufficienti per comprarsi i libri e proseguire con gli studi». 
    Per scoraggiare gli occidentali a buttare in modo indiscriminato il loro vecchio computer, che inevitabilmente finisce in queste enormi discariche del Terzo mondo (l'altra discarica africana è in Nigeria), recentemente sono state giustamente segnalate molte storie di hackers africani in grado di usare il contenuto degli hard disk rubando codici e password. In effetti nella parte più esterna di Agbogbloshie, adiacente alla strada, si trovano una serie di bancarelle dove per 50 centesimi di dollaro si possono acquistare dischi rigidi di qualsiasi provenienza. Chiunque con una discreta abilità può far ciò che vuole con i dati che vi si trovano all'interno. Questione di fortuna. Ma per scoraggiare i consumatori dei paesi sviluppati a disfarsi con leggerezza di ogni aggeggio elettronico rotto o passato di moda, in realtà basterebbe la permanenza di qualche ora in questo posto, respirando l'aria tossica della vallata. Le regolamentazioni europee sul trattamento di ciò che si definisce e-waste parlerebbero chiaro: la direttiva chiamata Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) obbliga i produttori ad investire, proporzionalmente alle dimensioni dell'azienda, in sistemi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti elettronici. 
    In Europa soltanto il 25% del totale dei rifiuti viene avviato allo smaltimento e di questa percentuale il 75% (l'80% negli Usa) non è tracciabile. Insomma, quasi la totalità di apparecchi elettronici occidentali ha un destino ignoto (a chi non vuol sapere). Lo smaltimento presso Paesi al di fuori dell'Ocse (le nazioni «sviluppate») in Europa è vietato. Negli Stati uniti la Usepa (l'agenzia per la protezione dell'ambiente), invece, lo ritiene legittimo. Secondo Greenpeace, ogni anno riusciamo a produrre dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Asia e, più recentemente, Africa sono diventate vere pattumiere di questo materiale che spesso è importato in container con scritto «materiale di seconda mano» e non «e-waste». Questo per evitare problemi alle dogane. 
    L'ultima beffa è che esistono programmi dei paesi ricchi per donare ai paesi in via di sviluppo computer e attrezzature elettroniche; «colmiamo il gap digitale», così viene definita la manovra. Greenpeace ha calcolato che il 75% di queste attrezzature sono inutilizzabili, perché rotte, o perché mancano parti essenziali al funzionamento. Se non bastasse, centinaia di container sono bloccati al porto per problemi doganali. Ma nessuno verrà mai a chiederli indietro. Rimangono lì anni e tutto il contenuto si trasforma inevitabilmente in rifiuto elettronico. 
    Le giornate ad Agbogbloshie finiscono così come iniziano. Bambini piccoli che vagano per la discarica per recuperare le briciole. Il mattino presto per prendersi gli avanzi di chi ha approfittato dei camion che hanno scaricato i rifiuti. La sera per raccogliere frammenti rimasti dal lavoro degli altri, durante lo smontaggio. Hanno dei sacchetti di plastica che contengono ogni sorta di avanzo metallico. Si aggirano come fantasmi, il loro sguardo è basso, rassegnato. Venti centesimi per un chilo di quella immondizia, quindi una ciotola di riso. Forse per oggi la loro vita sarà in salvo. 


I COMMENTI:
  • Intanto cominciamo a non comportarci in chiave belusconiana e preoccuparci dei possibili effetti dei nostri atti ‘consumisti’ (compresa la gran quantità di rifiuti) sul prossimo, in famiglia, nel quartiere e nella città. Quindi portiamo sopravvivenza (personale e comunitaria) ai ‘poverissimi’ - di fatto obbligati ad un tale scempio di se stessi e dei loro vicini -, conoscenze e formazione; aiutandoli nel percorso per una crescita autonoma e veramente libera anche se siamo consapevoli che tutto questo significa un secco NO al ‘sono libero’ perciò ‘faccio come mi pare’ tanto ‘gli altri sono come me’. Torna, come si vede, il chiaro impegno contro gli egoismi di ogni tipo oggi così ben rappresentati dal berlusconismo (Elemosina: SI. Impegni comunitari: il meno possibile). 29-09-2009 10:26 - Ettore
  • Possiamo e dobbiamo fare tutto il necessario, ma bisogna rendersi conto che e' un lavoro duro e difficile. La sinistra ha in mano un'occasione storica di egemonia: la possibilita' di trovarsi nella posizione giusta quando il liberismo viene colto drammaticamente in contropiede dalla crisi economica ed ambientale. Ma per raccogliere questo vantaggio bisogna saper mettere ambiente e lavoro al centro della proposta ed avere forza e rigore di analisi ed una coerenza assoluti; bisogna valorizzare la parte piu' vitale della tradizione, per non dover faticosamente riscoprire l'acqua calda. Bisogna anche porre termine all'attuale deleteria ed irresponsabile frammentazione. 26-09-2009 02:55 - Paolo
  • non e' perfettamente in tema, ma esiste un documentario di erik gandini (lo stesso di videocracy) riguardo il fenomeno del consumismo, titolato: terrorized into being consumers 26-09-2009 00:26 - giulivo
  • Il capitalismo sta distruggendo l'umanita'. Era prevedibile e previsto.
    Dobbiamo fermare il piffero impazzito del consumismo e della ricchezza.
    Marx indico' una strada che sarebbe bene riprendere. 25-09-2009 21:02 - murmillus
  • Non possiamo più giustificare noi stessi quando gettiamo le cose senza preoccuparci dove vadano a finire.
    Non nascondiamoci le nostre colpe.
    Quest'articolo ci dice chiaro chi subisce le nostre leggerezze di una vita consumista.
    è necessario, sebbene sembri ridicolo, che ogni volta che ci troviamo di fronte alle nostre pattumiere, fermarsi un attimo a pensare.
    I gesti meccanici che ormai compiamo abitualmente sono spesso gravi crimini. 25-09-2009 18:28 - maurizio
  • che RABBIA.... ma possibile che non si possa fare niente?? 25-09-2009 16:52 - vincenzo gimigliano
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