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FUORIPAGINA
25/09/2009
  •   |   Francesco Piccioni
    Regole o stimoli, la crisi del G20

    Il mondo ha un solo problema: l'economia che non funziona più. Ma in Italia siamo troppo occupati in beghe di condominio per accorgercene. A Pittsburgh il G20 - il summit tra paesi che rappresentano il 90% del Pil mondiale - cerca la «quadra» tra interessi diversissimi, che possono invalidare qualsiasi soluzione della crisi (se mai ce ne fosse una sicura). E i rischi non mancano.
    Gli «sherpa» - gli esperti che analizzano i problemi e cercano di far combaciare le indicazioni ricevute dai rispettivi governi - hanno lavorato come matti, ma ancora ieri sera il documento finale non presentava un'idea decisiva. L'accordo è stato raggiunto su formule vaghe come «la recessione è probabilmente finita», subito accompagnata dalla considerazione opposta («è però prematuro definire una exit strategy»); per il buon motivo che «gli effetti, come la disoccupazione, ancora perdurano». Quanto basta per dar ragione un po' a tutti senza impegni troppo precisi. E questo è un problema. 
    Sia per Obama, che proprio questi impegni cercava di fissare per creare il «terreno comune» mirato a «una crescita equilibrata e sostenibile». E quindi aveva bisogno di discutere soprattutto di politiche economiche concordate, offrendo in cambio più fermi controlli sui bonus dei supermanager. Sia per la Merkel e Sarkozy, desiderosi di «portare a casa un risultato» da sbandierare a fini interni (in Germania si vota domenica, la Francia fatica a sentirsi soltanto «un paese fra tanti»), visto che banche e finanzieri sono dovunque al centro dell'ostilità popolare. E che si presentavano forti del «sistema di regole per la finanza» appena approvato dalla Ue, fino a proporlo come «modello» globale. Anzi, prima di entrare, la Merkel ha voluto precisare come «la necessità di riequilibrare l'economia globale rischia di distrarre il G20 dalla più urgente necessità di regolare i mercati».
    Ma pesano molto anche i paesi asiatici o comunque «emergenti» (come il Brasile), i più «scettici» davanti al tentativo di introdurre nuove regole; per il buon motivo che sono loro a rappresentare oggi la «manifattura del mondo» e quindi ad avere la liquidità necessaria ad agire con qualche margine operativo in più. E quindi a pretendere che la conclusione del Doha Round sul libero commercio confermi, e non freni, le loro potenzialità. Al tempo stesso, sono sempre loro che hanno più da perdere se dovesse crollare ulteriormente il dollaro (hanno investito tantissimo su questa moneta, per mantenerne artificialmente alto il valore e favorire le proprie esportazioni), oppure dalla rinascita di un regime dei dazi (è accaduto nelle scorse settimane, con gli Usa a penalizzare gli pneumatici provenienti dalla Cina, ma prodotti da società stars-and-stripes).
    Difficile dunque che possa venirne fuori un compromesso che avalli di fatto il «piano americano», così riassumibile: a) gli Usa aumentano il risparmio privato e mettono a posto il bilancio pubblico, b) la Cina esporta meno e sviluppa i consumi interni, c) l'Europa mette in atto «riforme strutturali del mercato del lavoro per favorire gli investimenti», con tanti saluti a pensioni, sanità pubblica, istruzione, ammortizzatori sociali, ecc. Ma impossibile anche che prevalga il «punto di vista europeo», ossia regole stringenti, fatte rispettare dal «concerto» degli stati, per imbrigliare l'«irresponsabilità e la cupidigia» dei finanzieri.
    Resta l'obiettivo: impedire che il disastro della fine 2008 si ripeta una seconda volta. A nessuno dei tre grandi gruppi di paesi sfugge quanto sia necessario che questo G20 «dia il segnale» che la situazione sta tornando sotto controllo. Anche se non è vero. Il documento finale, perciò, a 24 ore dalla chiusura, assume i contorni noti: «nessuna decisione vincolante», ma tante indicazioni sui «giusti strumenti per coordinare le politiche economiche» dei principali paesi. 
    Un esempio concreto? La strombazzatissima questione dei «paradisi fiscali». La Svizzera ha chiuso ieri un protocollo di intesa con gli Usa; il 12° in poche settimane. In tal modo è uscita dalla «lista grigia» dei paesi «poco collaborativi» nella lotta all'evasione fiscale. E' l'ottantottesimo paese a raggiungere l'obiettivo fissato dall'Ocse con tanto di standard (tra gli altri: Aruba, Cayman, Bermuda, Montecarlo, S. Marino). Secondo voi, significa la fine dei «paradisi»?
    Alla fin fine, l'unica vera novità potrebbe essere rappresentata dall'istituzionalizzazione del G20 come principale centro di mediazione politica a livello globale. L'ha proposto Gordon Brown, primo ministro inglese, certo di trovare orecchie attente tra gli «emergenti». Non a caso Berlusconi, preso in contropiede e nullificato dalla fama internazionale che si porta dietro, se n'è uscito con la «necessità di mantenere un forte legame con il G8». Ovvero con un insieme che non controlla più il mondo. Lungimirante.


I COMMENTI:
  • In tre riunioni e in mille incontri informali,non si è ancora trovata una strategia comune per affrontare seriamente la crisi.
    Pare proprio che questa volta la crisi si mangia il capitalista.
    Ora sta mangiando gli operai che producono,ma con essi si mangia anche il valore reale.Al capitalista gli rimangono i soldi,ma questi non producono plusvalore. Stanno li. come una montagna di cartaccia,stanno immobili nelle tasche dei nostri padroni.
    Tanto il mondo torna indietro di almeno dieci anni e sa che scivolerà ancora in giù.
    Addio belle mangiate fuori porta.
    Addio doppie case e vacanze in estate e in inverno.
    Bisogna tornare alla famiglia di origine e chiedere una stanza in sub affitto.
    I sogni di gloria della gente comune che vedeva solo cose belle per il futuro sono finiti.Addio sogni di gloria.
    Addio case ben riscaldate e sprechi di acqua calda. Tutto finito.
    Ora si tratta di spendere il meno possibile e farsi durare le cose che si hanno.
    Gli operai stanno a casa e non producono più ricchezza per il paese.
    I padroni sono pieni di soldi,ma non sanno come investirli e dove nasconderli.
    Anche i soldi perdono valore se non c'è una società produttiva che affianca i ricchi. Presto anche loro si butteranno dalle finestre,perche vedranno nei fatti la loro opera.
    Io ho un posto in prima fila per quel giorno. Non me lo voglio perdere per nulla al mondo. 25-09-2009 16:18 - mariani maurizio
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