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Guglielmo Ragozzino
Le "canaglie del clima" protette dal governo
Nei giorni scorsi, una grande sceneggiata italiana ha portato alla ribalta le emissioni di gas serra dell'Italia e il maldestro tentativo del sistema paese per ottenere dalla Commissione di Bruxelles qualche sconto per gli industriali italiani, costretti altrimenti a inquinare meno, adottando gli opportuni sistemi di contenimento, oppure a pagare di più, con la morte nel cuore per i cari profitti.
Era rimasta inappagata la curiosità di conoscere le quantità di gas serra per le quali il governo italiano e il suo leader avessero fatto una così brutta figura e soprattutto i nomi delle imprese per le quali era sembrato loro opportuno affrontare la riprovazione generale del Continente. Ora dati e nomi sono forniti da Greenpeace, l'associazione ambientalista che insieme a Legambiente e al Wwf hanno spinto una decina di Regioni a impugnare presso la Corte costituzionale la legge 99 sulle centrali nucleari.
Greenpeace fornisce dunque la classifica dei grandi inquinatori. Il totale Ets (Emission trading scheme) nel 2008 è pari a 220,3 milioni di tonnellate di Co2 - le emissioni si calcolano facendo riferimento all'anidride carbonica - mentre le quote assegnate all'Italia sono di 211,3 milioni. C'è dunque uno sforamento di 9 milioni di tonnellate, non tanto, il 5%. I settori energivori e quindi inquinanti non sono molti: l'attenzione è rivolta a quattro principali e tre minori: termoelettrica, cemento, raffinazione, acciaio sono i primi; carta, vetro e ceramica i secondi.
E' interessante notare che di sette industrie, cinque hanno raggiunto standard di controllo delle emissioni tali da mantenersi complessivamente al di sotto dei massimi consentiti. Si tratta del cemento e dell'acciaio: e poi di carta, vetro, ceramica. Si può pensare che in Italia si sia raggiunta una qualità di controllo dei fumi non diversa da quello degli altri paesi, oppure che già nel 2008 sia incorsa una riduzione significativa nella produzione dei settori e di conseguenza nelle emissioni. Resta il fatto che l'industria siderurgica ha un margine positivo di 3,3 milioni di tonnellate Co2 non emesse (e quindi vendibili); quella del cemento di 2,2 milioni; e un altro 0,8 milioni di tonnellate non ulilizzate l'hanno gli altri tre settori presi insieme: carta, vetro, ceramica.
Le industrie inquinanti, nell'anno, sono pertanto due: il settore termoelettrico che sfora per 10,4 milioni di tonnellate e quello della raffinazione che oltrepassa il limite per la metà: 5,1 milioni di tonnellate. Il settore termoelettrico è anche quello che da solo ricomprende due terzi delle emissioni, tanto consentite che effettive: 132,8 e 143,1 milioni di tonnellate. Da solo Enel conta per un quinto dell'inquinamento nazionale ed Edison per un decimo, con emissioni pari a 44,4 e a 22,7 milioni di tonnellate. Mentre Enel ha un surplus di emissioni di 2 milioni di tonnellate al di sopra del limite consentito, cioè meno del 5%, Edison è il primatista nazionale dell'inquinamento, con 8,4 milioni di tonnellate in eccesso. Edison supera in effetti, secondo i dati offerti da Greenpeace, del 60% i 14,2 milioni di tonnellate di Co2 che la ripartizione le consente.
Al secondo posto, ma prima in termini percentuali è un'impresa di raffinazione, Saras, della famiglia Moratti. Produce gas serra per il 140% oltre il suo limite, raggiungendo i 6,2 milioni di tonnellate contro i 2,6 milioni previsti.
Primo inquinatore individuale è la centrale di Brindisi dell'Enel che conta da sola per un terzo di tutto il gruppo. Il responsabile energia e clima di Greenpeace, Francesco Tedesco, nota che Enel ha ricevuto l'autorizzazione per altre tre centrali a carbone, con un inquinamento prevedibile pari ad altri 30 milioni di tonnellate di Co2 annue. «Per questa strada, l'Italia sarà fuori dagli obiettivi europei al 2020 e sosterrà il peso delle conseguenti sanzioni». E tutto per difendere «gli interessi di gruppi industriali che non hanno alcuna intenzione di avviare una rivoluzione energetica pulita, ma continuare a inquinare come se niente fosse...».
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Solo qualche fatto in estrema sintesi, poi decida chi legge:
1. Ad alcuni tipi di impianti industriali che emettono anidride carbonica (co2) nell'ambiente, lo Stato fissa dei limiti di emissione.
2. Non è vietato superare questi limiti. Però se succede, le imprese devono pagare le emissioni extra. Proprio da questo meccanismo deriva una sorta di "incentivo" alle imprese a migliorare l'efficienza dei propri impianti (infatti, meno inquini meno paghi).
3. Da notare che questo sistema lo ha creato la Unione Europea e funziona in tutti i paesi allo stesso modo. Con una particolarità per l'Italia: gli impianti italiani sono in media più efficienti di quelli di molti altri paesi europei.In altri termini: ridurre ancora le emissioni agli italiani costa di più rispetto agli altri paesi (detto in altro modo: le imprese italiane hanno un freno in più allo sviluppo rispetto agli altri paesi europei)
4. Solo che quando sono stati fissati i limiti di emissione (nel passato) questa "particolarità" italiana non è stato considerata dai governi in carica. Con la conseguenza che le imprese italiane oggi (e sia chiaro, gli italiani tutti che comprano i loro prodotti!) sono destinati a pagare di più per ridurre le emissioni di co2. E senza neppure la speranza di raggiungere il risultato voluto!
Decida che legge. Ma rimane il fatto che la vecchia storiella degli "interessi dei grandi gruppi industriali" che pensaono solo ai profitti è davvero parziale e incompleta. 29-09-2009 01:47 - Fatti
PS sarebbe carino che Ragozzino ci fornisse un link alla fonte dei dati di cui parla nel pezzo, grazie 28-09-2009 09:12 - vittorio, pianetaserra.wordpress.com
Grazie
Giovanni Capasso 27-09-2009 17:49 - Giovanni Capasso