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Michele Giorgio
I salafiti di Gaza
I movimenti di riscoperta delle radici sono comuni in tutte le religioni e ciò è vero anche nell'Islam. La corrente di pensiero che propugna il ritorno alle origini nel mondo musulmano viene definita con il termine di «salaf», che in arabo significa «antenati», e indica in particolare i primi seguaci dell'Islam. Il salafismo reclama il ritorno alla purezza dell'insegnamento di Maometto e dei suoi primi compagni. Respinge la «bida» (innovazione), le contaminazioni con le tradizioni dei vari popoli, i compromessi con le esigenze politiche ed economiche e combatte i nazionalismi, sostenendo che i principi islamici valgono in tutto il mondo. Il suo orizzonte è perciò internazionalista. Nella sua espressione armata il salafismo è il fondamento del jihad globale invocato da al Qaeda. Il pensiero salafista in ogni caso non viene accettato, sul piano teologico e sociale, dalla stragrande maggioranza dei musulmani.
I salafiti di Gaza
RAFAH (Gaza)
Una pistola e un ferro da stiro a vapore poggiati su di un tavolo di plastica, un divano di colore verde bottiglie e un ventilatore malandato incapace di contrastare l'aria calda che ristagna nella stanza. Su di una parete, come in tante case di Rafah, c'è un quadro incorniciato con i nomi di Allah. Potrebbe essere l'abitazione di un agente di polizia o di un semplice miliziano di Hamas. Invece è la casa di Abu Musab, nome di battaglia del comandante di zona di Ezzedin Qassam, corpo speciale del movimento islamico che dal giugno 2007 controlla l'intera Striscia di Gaza. «Siete qui per lo sceicco Abdel Latif Musa? Quel pazzo che abbiamo eliminato è ancora interessante per i giornalisti?», ci chiede Abu Musab che a ferragosto ha guidato le teste di cuoio di Hamas contro i salafisti e qaedisti palestinesi, di Jund Ansar Allah (l'Esercito dei partigiani di Dio) che dalla moschea di Ibn Taymiya avevano proclamato «l'Emirato islamico di Rafah» e scomunicato il movimento islamico, «reo» di aver accettato il «sistema politico occidentale».
«Quella storia è finita per sempre», taglia corto Abu Musab che, piuttosto, lamenta la perdita di sei dei suoi uomini e di cinque civili nella battaglia infuriata per più di due giorni contro Abdel Latif Musa asserragliato con un centinaio di fedelissimi all'interno della moschea e ucciso, pare, dall'esplosione del corpetto esplosivo indossato dal suo braccio destro Abu Abdallah al Suri. «Non me ne faccio ancora una ragione, pensate nel 2007 nella battaglia contro Fatah avevo avuto solo quattro feriti», aggiunge abbassando lo sguardo. «Ma ne abbiamo ammazzati 15 e arrestati 120 di quei cani. Molti di loro sono soltanto dei ragazzi, li stiamo rieducando con l'aiuto di uno sceicco, gli adulti invece sono in prigione per omicidio», conclude Abu Musab mentre dalla stanza accanto i figli più piccoli lo reclamano a voce alta.
Il salafismo di Rafah, le invocazioni al jihad anche contro Hamas, appartengono al passato? Ne sono certi i leader politici e militari del movimento islamico, che annientando nel sangue, senza misericordia, l'insurrezione di Jund Ansar Allah, di fatto hanno anche lanciato un «messaggio» ai governi occidentali: non siamo al Qaeda. Ma a Rafah non lo credono affatto. Pochi giorni fa è tornato a farsi sentire Mahmud Taleb, un ex militante di Ezzedin Qassam passato due anni fa al salafismo e divenuto leader di Jaljalat, uno dei 15 gruppetti del jihad globale «casereccio» che opererebbero nella Striscia di Gaza prendendo di mira internet point, negozi di dvd a noleggio e centri di bellezza. Taleb, ricercato da Hamas, ha giurato di vendicare Abdel Latif e, si dice, sarebbe dietro le esplosioni avvenute circa due settimane fa all'ingresso di due caserme dei servizi di sicurezza. Pesano inoltre i 15 morti tra i seguaci di Abdel Latif Musa, alcuni dei quali appena adolescenti. Secondo un reporter di Gaza ben informato, che ha chiesto di essere identificato come Abu Abdel Rahman, «se da un lato i salafiti jihadisti globali, quelli con le armi, sono poche centinaia, invece sono diverse migliaia quelli impegnati nella dawa (predicazione) pacifica». A suo dire non sono in grado di minacciare la stabilità del potere di Hamas ma, quelli che posseggono armi, «possono creare problemi, anche molto seri, come violare il cessate il fuoco con lanci di razzi contro Israele, offrendo al premier Netanyahu l'opportunità di farla pagare ad Hamas».
D'altronde per rendersi conto della crescente popolarità del salafismo è sufficiente girare per le strade di Rafah, al confine con l'Egitto, nota per i suoi tunnel sotterranei attraverso i quali i contrabbandieri fanno entrare a Gaza sotto embargo israeliano non solo armi, come denuncia Tel Aviv, ma merci di ogni tipo, spesso di prima necessità. In quella che venti anni fa, durante la prima Intifada, era un città nota per la pluralità delle formazioni politiche, oggi è arduo poter incontrare un giovane legato al marxista Fronte popolare. Il dibattito si svolge quasi tutto all'interno dell'Islam politico. «E più passa il tempo, più si inasprisce l'assedio israeliano, più Gaza resta una prigione e più i giovani si radicalizzano e criticano anche Hamas incapace di sconfiggere Israele», spiega Abu Abdel Rahman. «Hamas ha sempre l'appoggio della maggioranza della popolazione ma oggi deve affrontare critiche e sfide sul piano della dottrina impensabili appena un paio di anni fa», aggiunge il giornalista.
Come sia potuto accadere che Jund Ansar Allah abbia dichiarato guerra aperta ad Hamas, senza avere le capacità militari per farlo, arrivando addirittura a proclamare un «Emirato islamico» a Rafah, non è stato chiarito sino in fondo. La risposta che danno in tanti a Gaza è una combinazione di sostegni e finanziamenti dall'estero, di manovre dietro le quinte di esponenti di Fatah e dell'Anp (si fa il nome del solito Mohammed Dahlan) e di «pressioni» su Abdel Latif Musa da parte di Abu Abdallah al Suri, jihadista globale siriano, con contatti con al Qaeda, entrato a Gaza nel 2008 per aiutare militarmente Hamas ma che avrebbe «rotto» con il movimento islamico per motivi ideologici. Jamal Musa, zio e per anni vicino al leader di Jund Ansar Allah, punta l'indice contro al Suri e i finanziamenti segreti provenienti dall'Arabia saudita. «Abdel Latif era sempre stato molto religioso - ricorda Musa accogliendoci in casa nei pressi del campo profughi di Brasil - ha sempre creduto nel salafismo ma fino al 2006 non era impegnato in politica e non criticava Hamas». La prima svolta di tipo «ideologico», ci spiega, è arrivata all'inizio del 2006 dopo la scelta di Hamas di prendere parte alle elezioni per il Consiglio legislativo dell'Anp di Abu Mazen. «Abdel Latif e altri sceicchi di Rafah condannarono quel passo, lo intepretarono come un tradimento dei principi islamici», dice Jamal Musa. La seconda svolta, qualche mese fa, sono stati i rapporti con Abu Abdallah al Suri sempre più stretti. «Al Suri lo ha condizionato molto, così come alcuni imam di Rafah fanno il lavaggio del cervello ai nostri ragazzi», prosegue Musa che si definisce un musulmano osservante e sostenitore della Fratellanza Islamica. «Per la gente di Gaza l' Hezbollah sciita libanese era e rimane una organizzazione eroica per la sua lotta contro l'occupazione israeliana, ma in qualche moschea qualcuno ora dice che Tehran è più pericolosa di Tel Aviv, anche mio figlio Mahmud lo pensa», dice Musa chiamando il maggiore dei suoi ragazzi. Mahmud arriva, ci stringe la mano, sorride. Poi, sollecitato dal padre ci spiega «che per l'Islam sunnita è necessario liberarsi prima del nemico interno, gli sciiti, e poi di quello esterno». Per Alaa, un amico di Jamal Musa, queste «idee» le diffonderebbero i sauditi «con finanziamenti ingenti agli imam salafiti allo scopo di aizzare la gente di Gaza contro l'Iran».
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Chi professa e pratica la Pace fa paura ai fondamentalisti-guerrafondai.... Spero solo che ora si indaghi a fondo su chi finanzia e fomenta i terroristi...rossella 15-04-2011 08:29 - rossella rispoli