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Daniela Preziosi
Alla ricerca del futuro Pd
DEMOCRACK
«E adesso, questo successo di popolo Pd dovrà essere ripetuto nelle primarie. Per confermare Bersani segretario, certo. Ma anche per spiegare a quelli che non ne sono convinti, che gli iscritti del Pd non sono marziani, che il partito degli iscritti e quello dei votanti sono due contesti simili, vicini, e non due opposte fazioni l'una contro l'armate. Una visione che distorce la realtà, e persino il senso della militanza nel Pd». Alessio D'Amato è l'uomo-macchina della mozione 1 nel Lazio, una regione dove ieri, fino a tarda serata, i franceschiniani contestavano i dati ufficiali: 44,1 a 41,1 a 14,7 a favore del segretario, 47,34 contro 40,79 e 11,87 a favore di Bersani quelli ancora non ufficiali, ma diffusi da fonti Pd. E i bersaniani del Lazio effettivamente confermavano, fino a tarda sera, il testa a testa nella regione (ma la vittoria smagliante nella capitale). Oggi le cifre definitive, ma a prevedere contestazioni si è facili profeti. Non solo nel Lazio, che è - e appunto non è ancora detto - solo una delle 17 regioni in cui dove l'ex ministro avrebbe vinto nei circoli (a Franceschini è andata la Sicilia, il Friuli Venezia Giulia e la Valle d'Aosta).
La macchina bersaniana, a Roma come nel resto dell'Italia griffata Pd, ormai sta alla fase «avanti tutta». Oggi mattina un incontro nella sede della Cgil, prestata per l'occasione, con tutti i dirigenti romani per impostare il lavoro dei gazebo. Venerdì la riunione operativa di tutti i responsabili dei collegi del Lazio. L'ordine di scuderia è - spiegano - pancia a terra e lavorare per una vittoria tonda e indiscutibile. Per scongiurare lo spettro dei ricorsi e quello delle scissioni. L'unica via per tenere, o quantomeno evitare la deflagrazione del partito è che i gazebo confermino sostanzialmente i voti dei circoli. Così Bersani, che oggi si presenterà alla stampa per commentare il voto, ieri ha anticipato di essere «molto, molto fiducioso», nelle primarie, «la partecipazione è stata straordinaria e senza precedenti, forse l'unico precedente è stato quello della svolta della Bolognina». Tanto per ribadire che non ha alcuna intenzione di «delegittimare» la consultazione degli elettori, pur avendo intenzione - poi - di «regolarla meglio».
Quella di «regolarla meglio» però è una battaglia contro lo statuto, pronunciata ad alta voce e scritta (confusamente in realtà) nella mozione, per niente facile. E che infatti lascia ampi spazi all'attacco della formazione franceschiniana, che ha buon gioco ad accreditare un segretario forte nel voto della società civile e un ex ministro insofferente ai gazebo perché eletto fin qui dai «signori delle tessere» quelli di «un modello di partito antiquato, perdente, fuori dal tempo» (l'ex demitiana Pina Picierno); «ha vinto in Puglia, Calabria e Campania: legittimo, ma nessuno può scordare che lì si sono registrati alcuni tesseramenti dell'ultima ora che lasciano un po' perplessi» (Roberta Pinotti); oppure «dove è più evidente l'inquinamento del tesseramento» (Mario Adinolfi).
Fin qui i bersaniani hanno mostrato di soffrire il tallone d'Achille, giocando sostanzialmente in difesa sulle primarie. Tant'è che quest'aria di scissioni ventilate, sospettate o annunciate, ieri è toccato a D'Alema smentire il Corriere della sera che gli attribuiva, nel caso di vittoria di Franceschini ai gazebo, l'intenzione di «seguire gli iscritti». Una frase che lui «non ha mai pronunciato», ha dichiarato.
Lo schema Bersani-Franceschini (ma anche Marino), ridotto all'osso, è «partito contro società civile», militanti tendenzialmente burocrati e corrompibili contro voto libero e non condizionato. Però è uno schema che, se portato troppo avanti, appunto fino ai gazebo, rischia di irritare il corpo del partito che sta organizzando i seggi. E, alla fine, di essere un boomerang per lo stesso Franceschini.
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Sono un antifascista,progressista,che crede nell'umanità e non nelle razze.
Amo la mia patria e per lei morirei, io e i miei figli,ma non credo che si possa fare un partito di uomini diversi.
Fallirà come è già fallito il partito di Berlusconi.
Una ammucchiata che assomiglia tanto al compromesso storico di Moro e Berlinguer.
Un fallimento che nel suo divenire farà nascere odi e cattiverie interne.
Meglio sarebbe l'Ulivo di Prodi che pur fondendosi in un unico proggetto strategico di governo,mantiene la sua indipendenza ideologica e politica.
Prodi era più intelligente di tutti questi generali messi insieme,ma lo abbiamo lasciato a fare il professore all'università.
Pretestuosamente un manipolo di generali rissosi, si sono messi a capo di un partito inesistente.Ecco il risultato.
Smettiamola di fare ridere berlusconi e rimettiamoci in cammino per ricostruire la unità popolare dei partiti della sinistra e del centro sinistra.
Io non sono come Rutelli e Rutelli non sarà mai come me! 01-10-2009 17:42 - mariani maurizio
Beniamino 01-10-2009 16:39 - Rossi Beniamino