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Francesco Paternò
1994-2009, l’irrestistibile escalation del Cavaliere
Sostiene di sentire la stessa puzza di bruciato del 1994. Intrisa di poteri forti, più o meno gli stessi che allora lo costrinsero a mollare. Ma se c'è una cosa in cui Silvio Berlusconi-2009 non c'entra nulla con Silvio Berlusconi-1994 è proprio la sua influenza su banche, grande industria, giornali e altrove. Che oggi ha piena, e allora si sognava.
«Patti chiari, amicizia lunga. Si mettano in testa che vogliamo comandare noi», ammonisce nell'estate del 1994 il vicepresidente del consiglio Pinuccio Tatarella. In quell'estate - un segno che sia la terza più calda del secolo? - Berlusconi è sì «sceso in campo» con la sua videocassetta di 9 minuti e 24 secondi, ha sì vinto le elezioni, ma di fatto non tocca palla (Milan a parte). A Mediobanca regna Enrico Cuccia, che disdegna il Cavaliere e lo tiene fuori dal cosiddetto «salotto buono» della finanza italiana. «Buono, direi anche ottimo», dice adesso la figlia Marina, fatta accomodare l’anno scorso nel consiglio di amministrazione della banca d'affari e incensata dalla rivista Forbes quale trentatreesima donna più potente del mondo, unica italiana sulle prime 100. Mentre oggi in Mediobanca comanda Cesare Geronzi, il più potente dei banchieri – forse anche prossimo presidente delle assicurazioni Generali, grande cassaforte italiana - con cui Berlusconi ha rapporti ottimi, e paritari.
«Le grandi chiese non ammettono mai il pastore evengelico che produce fedeli per conto proprio», diceva ancora Tatarella indicando tra le «chiese» anche la Fiat. Perché Gianni Agnelli è governativo per vocazione, ma per il Cavaliere resta una foto ingiallita sul comodino e nulla più. E anzi, quando l’Avvocato chiama, deve rispondere. Succede nel 2001, secondo governo Berlusconi: il ministro degli esteri viene deciso a Torino e non a Roma, è Renato Ruggiero, inner circle della corte torinese. Durerà però sette mesi, perché i tempi stanno cambiando e non c’è più nemmeno Cuccia. Cambiano talmente che oggi la Fiat è costretta a trattare con Berlusconi per ottenere nuovi aiuti statali. E siccome il presidente del consiglio compra Audi e non Maserati, si presume che qualche sconto gli venga fatto sui giornali controllati dalla Fiat, basta sfogliarli con un po’ di attenzione. Il Corriere della Sera è una ossessione del Cavaliere, prova più volte a sedersi su quest’altro salotto ma viene sempre respinto, anche se là dentro ha oggi più di una buona relazione, dagli uomini Fiat a Salvatore Ligresti, o all’uomo dell’Alitalia Corrado Passera di Intesa San Paolo. Cattiverie, certo, però nel novembre del 1994 è il giornalone milanese a recapitare a Berlusconi a Napoli, nel pieno di una conferenza mondiale dell’Onu, l’avviso di garanzia dei magistrati per concorso in corruzione. Ieri, per voltar pagina, sulla prima del Corsera campeggiava un Berlusconi statista che dall’elicottero controlla il disastro messinese. O quel titolo d’apertura della Stampa (Fiat 100%), «Nuove case come all’Aquila», notizia di fondo pagina perfino sul Giornale di famiglia.
«Lo snobbano», lamentava ancora Tatarella ai tempi, mica come adesso che quando arriva in Confindustria il Cavaliere riceve ovazioni. I rapporti con Emma Macegaglia non sono mica quelli con Luigi Abete d’antan, anche se ce ne ha messo del tempo Berlusconi a convincere l’imprenditoria italiana della sua bontà. C’è chi fa risalire la sua popolarità - la sua influenza - addirittura a quell’avviso di garanzia dei magistrati di Milano. E’ il 1994, la prima repubblica cade a pezzi e Mani Pulite avanza, arrivando fin dentro le segrete stanze anche della Fiat. Da quel momento Berlusconi cambia strategia, non accetta più il piano processuale e la butta in politica, tecnica supercollaudata che arriva ai nostri giorni, basta guardare la sua reazione al lodo Mondadori. Nel 1994 Berlusconi è così che risale, riuscendo a piazzare Mediaset in borsa nonostante le inchieste dei magistrati sulla sua Fininvest - è il 1996 - e da lì a salvare azienda e carriera e a tornare in cima.
Oggi la Confindustria è la sua casa e, già che c’è, mette un piedone anche dentro Il Sole 24 Ore. I vertici delle due principali banche del paese, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno detto no ai Tremonti bond ma certo non possono vantare la stessa autonomia da Berlusconi che potevano vantare in quel 1994 i vertici delle due principali banche di allora, Credito Italiano e Banca Commerciale, messi lì dal solo Cuccia. Tatarella sarebbe contento: «Vogliamo comandare noi», ci sono riusciti.
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berlusconi non sarebbe mai stato nessuno se non ci fosse stata dietro la P2 e tutti sui legami con le destre massoniche internaionali. Il forte legamo che aveva con Bush passa attraverso questi canali.
Ma come si fa a parlare del sig. P2 e delle sue vicende finanziarie e politiche senza menzionare la P2. Roba da pazzi. 05-10-2009 22:07 - murmillus