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Andrea Palladino
La faccia cinica dei manager Alstom
Era nell'aria da almeno due anni. All'Alstom di Colleferro – 150 operai, di cui 60 in cassa integrazione – l'odore duro e pungente della crisi era già arrivato dal 2007. Nulla a che vedere con la crisi finanziaria, le borse, i derivati. E' crisi
industriale vera, è il rischio d'impresa che si riversa sugli operai, è l'ordine di tagliare posti di lavoro, senza guardare in faccia i lavoratori.
Martedì doveva essere la giornata della decisione finale. Nessuna trattativa, solo un incontro più o meno formale tra i manager del gruppo francese e i 90 operai che ancora stanno sulle linee di Colleferro. In mattinata due esperti di risorse umane e un addetto alla comunicazione – venuto probabilmente per far fronte all'inevitabile protesta e risonanza mediatica – sono entrati nella fabbrica a settanta chilometri da Roma, uno dei pochi poli produttivi ancora in piedi nella città nata e cresciuta intorno alle fabbriche. Francesca Cordella, direttore generale del personale della Alstom Italia, Bruno Guillemet, direttore risorse umane della casa madre francese e Riccardo Pierobon, direttore della comunicazione, avevano in agenda l'incontro con la Rsu. La proposta era semplice: se entro nove mesi non arrivano commesse interessanti per l'azienda, Colleferro chiude. E visto che l'Alstom è una multinazionale, la mobilità offerta sarebbe il trasferimento nelle altre unità produttive, come Katowice in Polonia. O, se si è più fortunati, in Campania.Ma per lo storico stabilimento laziale la fine è segnata, entro nove mesi tutto si deve fermare. Quello che ha fatto scattare la protesta estrema di bloccare i tre
manager nei loro uffici è stato probabilmente quello sguardo. Freddo,
indifferente, lontano da quel mondo del lavoro che ogni operaio conosce, respira. Da una parte il calcolo cinico, manageriale per l'appunto, dall'altra il pensiero che immediatamente va al mutuo o all'affitto da pagare, alla bolletta del gas per il prossimo inverno, ai libri da comprare per i figli, ai conti che non torneranno più.E' stato un gesto immediato e corale. I novanta operai che ancora lavorano sulle linee della Alstom si sono semplicemente seduti davanti alle porte della direzione. Silenziosi, in attesa. Di fronte ai numeri e al cinismo dei calcoli aziendali rimane solo il proprio corpo per opporsi. Tutto è stato pacifico, perché la violenza doveva rimanere dall'altra parte.
Un sequestro, dunque? Poco importa, probabilmente, se non nella sua valenza simbolica, nel richiamo alle fabbriche francesi, alla crisi che in Europa vogliono far pagare solo da una parte.
Il pomeriggio è poi trascorso tra le dichiarazioni del ministro Sacconi, preoccupato dell'eventuale effetto domino, e la notizia che a valanga correva sui siti e nei lanci di agenzia. E' il primo caso in Italia di un blocco dei manager, ed è una notizia che pesa, altro che ottimismo. In serata è lo stesso ministro del lavoro che lancia l'avviso a tutti i lavoratori che stanno assaggiando la crisi: «Si tratterebbe di violenza sulle persone in un paese che ha conosciuto il terrorismo». E ancora: «La libera circolazione dalla e per la fabbrica è garantita da una presenza di carabinieri». Più chiaro di così è difficile.
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e' una vergogna che questi dirigenti vengano tranquilli magari col pc portatile sotto braccio a dire a della povera gente che non servono piu'... 08-10-2009 20:15 - pietro
Contro questa crisi, bisogna rilanciare la lotta di classe, e non e' una frase fatta da sogni del passato, ma una concreta realta' con cui misurarsi e tendere. 07-10-2009 10:49 - Antonio
Senza un lavoro l'operaio muore e la famiglia si sfascia.
Piuttosto che perdere le poche cose certe che ha un operaio è molto meglio morire o andare in galera.
Tutto è meglio che la miseria che si mangia la prole.
La scena che abbiamo d'avanti noi operai è catastrofica e ci impone di usare tutte le strade possibili.
Oggi teniamo fermi in fabbrica i dirigenti,domani dovremo procurarci qualche cosa per difendere le nostre fabbriche.
Meglio morire combattendo,come degli eroi che perdere il lavoro ,la casa,la famiglia e la dignità di esseri umani.
Siamo a una svolta storica.
I sindacati,non possono fare più nulla d'avanti a una crisi che ci costringe al licenziamento per sopraproduzione assoluta di capitali.
La crisi che abbiamo davanti ci lmpone scelte storiche a cui non volevamo arrivare.
Purtroppo i padroni hanno fatto male i loro conti e ci costringono a rivedere le nostre vite.
Siamo in guerra e come dice il proverbio.
Chi si ritira dalla lotta e un gran figlio di... 07-10-2009 07:56 - mariani maurizio