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Francesco Piccioni
I metalmeccanici tornano in piazza
Lo sciopero dei metalmeccanici di venerdì 9 ottobre è stato preparato con migliaia di assemblee in fabbriche con metà degli operai e impiegati in cassa integrazione (cig); a centinaia sono presidiate contro l’imminente chiusura. In molte era stata addirittura prevista la dismissione dei macchinari; impedita dalle mobilitazioni, spesso, ma a volte anche dall’«eccesso di offerta» che si sta verificando su questo «mercato della deindustrializzazione».
E’ un tratto generale che accomuna un paese intero, alla faccia di chi vorrebbe pensarlo (e amministrarlo) in modo frammentato, su base territoriale. Ma che vede anche una reazione convinta, con i piedi comunque ben piantati per terra.
Come a Siracusa, dove domina l’avversità alle gabbie salariali, su cui i lavoratori hanno sentito il segretario della Cisl, Bonanni, «disponibile a discutere» - e quindi «stavolta riempiamo più pullman che nel 2007, quando il contratto era unitario». O come a Torino, che fa i conti con una Fiat con la testa ormai soprattutto negli Usa, con la decina di fabbriche presidiate, 1.887 aziende metalmeccaniche interessate dalla cig (per un totale di oltre 98mila dipendenti). Ma anche qui la partecipazione è cresciuta negli ultimi giorni, al punto che «se continua così, tra un po’ in molte fabbriche iscriviamo alla Fiom il 100% dei lavoratori».
Le manifestazioni al Sud servono a ricordare che la crisi economica sta facendo terra bruciata nel meridione, mentre il governo dimentica una parte del territorio. Bastano i dati a dare il polso della recessione industriale, solo in Campania sono infatti 30mila le tute blu investite dai processi di dismissione o ristrutturazione e che attualmente sono mantenute (precariamente) dagli ammortizzatori sociali. Oltre 300 aziende sull’orlo del tracollo e tra queste proprio la Fiat di Pomigliano e Pratola Serra, dove da mesi gli operai protestano e scendono in piazza per chiedere un piano di rilancio. Ma sono tante le imprese che cedono, dalla Fincantieri che non ha commesse e dove con l’indotto sono a rischio 1500 posti, all’Alcatel, la multinazionale con sede a Battipaglia che si trasferisce in Cina e mette in mezzo a una strada 800 persone. A Napoli arriveranno venerdì, con oltre 100 pulllman, i metalmeccanici anche dalla Puglia, Basilicata e Calabria, sono previste oltre 10mila persone, a cui a metà percorso si uniranno gli studenti. Il concentramento delle tute blu è previsto alle 9 a piazza Mancini che dopo aver percorso le vie del centro in corteo arriveranno tutti a piazza del Gesù.
E’ importante il sostegno dell’intera Cgil a questa mobilitazione, «che segna soltanto l’inizio». In ognuna delle cinque piazze sarà sul palco anche un segretario confederale, oltre a cospicue delegazioni delle varie categorie. A cominciare dal pubblico impiego, prima categoria per numero di iscritti tra i lavoratori in attività. Carlo Podda, segretario generale, ricorda che «l’accordo separato lo abbiamo sperimentato per primi, e quindi condivido in pieno il discorso di Gianni Rinaldini (segretario generale Fiom, ndr), che propone una moratoria sul modello contrattuale, i bloccodei licenziamenti e l’apertura di un tavolo per la gestione della crisi».
Ma è anche chiaro che dopo la giornata di venerdì diventa indispensabile che sia tutto il sindacato a muoversi per «riconquistare il contratto nazionale», abbandonando la tentazione di attendere ancora, nella speranza che il quadro generale possa mutare in meglio. Senza un po’ di sana conflittualità sociale e politica, «non cambia nulla».
- ...per ora non leggo ancora nessun commento su questo articolo....abbiamo sempre tanto di che parlare quando dobbiamo trattare argomenti che riguardano la politica, i personaggi che ne fanno parte, la vita loro privata, e le sporadiche consolazioni di legge illegittime o da abrogare. Credo che i temi sociali siano tanto importanti quanto le proposte di una legge o il commento di qualche politico, credo che il vero problema in italia non siano i soli personaggi che la governano, ma soprattutto credo che il vero problema siano gli "italiani"; per la poca attenzione alle problematiche sociali e la poca propensione alla crescita culturale. questo, credo che. dipenda soprattutto da una tendenza crescente di uno sfrenato individualismo che bandisce il senso della comunità, dello stare e vivere assieme, una tendenza che quasi in tutto il pianeta ha preso piede. Ma ci pensate se un giorno tutti insieme, ad esempio, decidiamo di non comprare più la carne, oppure il detersivo "X" o l'acqua minerale "Y", oppure decidiamo insieme di far rispettare i diritti e i doveri di tutti i lavoratori e non, eh ci pensate??? LA VERA RIVOLUZIONE E' CREARE LE CONDIZIONI SOCIALI DI SITUAZIONI NON-PROFITTEVOLI PER L'INDIVIDUO...creare le giuste condizioni per le quali non ho bisogno della sopraffazione o del profitto a dispetto del prossimo per meglio vivere, ma di non avere nessuna necessità di "approfittare", ed in senso economico di profittare. D 08-10-2009 23:28 - david
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