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Marinella Correggia
La fame peggiora, e i governi la ignorano
La tragedia più antica dell’umanità è, in questo XXI secolo, realtà quotidiana per il corpo e le menti di quasi un sesto delle persone. La fame del mondo è fotografata dallo State of Food Insecurity (Sofi 2009), l’annuale rapporto sull’insicurezza alimentare nel mondo, pubblicato ieri dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) insieme al Pam (Programma alimentare mondiale), a un mese di distanza dal vertice mondiale sull’alimentazione e a due mesi dalla Conferenza mondiale sul clima.
Due tristi novità
Picco storico, anzi baratro: nella stima del Sofi 2009 sono arrivate a 1,02 miliardi le persone che vivono con la fame (e decine di milioni ne muoiono ogni anno). Per fame, o sottonutrizione, si intende una “ingestione di calorie insufficiente, inferiore al minimo energeticamente necessario per mantenere un peso corporale minimo accettabile e una moderata attività fisica”. Diversa, e ben più diffusa, è la malnutrizione in nutrienti (proteine, vitamine, oligoelementi), che può anche riguardare il miliardo di ipernutriti, concentrati nei paesi “sviluppati” e fra le classi medie dei paesi impoveriti. Si parla poi di insicurezza alimentare quando “le persone non dispongono di accesso fisico, sociale o economico ad alimenti sani e nutrienti per soddisfare le necessità e le preferenze alimentari indispensabili a una vita attiva e sana”.
I mille e due milioni di persone francamente sottonutrite in calorie rappresentano la cifra più elevata dal 1970, il primo anno rispetto al quale si hanno statistiche confrontabili. Dal 1995-96 gli affamati cronici hanno ripreso ad aumentare in numero assoluto: in precedenza, malgrado il rapido accrescimento demografico, erano scesi dagli 878 milioni del 1969-71 a 825 milioni, grazie soprattutto - sostiene il rapporto – ai maggiori investimenti nell’agricoltura e nelle campagne seguiti alle devastanti carestie dei primi anni ‘70, investimenti che contribuirono all’aumento delle rese.Al tempo del World Food Summit del 1996 parve un grosso scandalo il fatto che i capi di stato dell’epoca, nella finale “Dichiarazione di Roma” e nel piano d’azione si impegnassero al solo dimezzamento degli affamati fra il 1990-92 e il 2015 (impegno ripreso nel 2000 come primo punto degli otto “Obiettivi del millennio” dell’Onu). Eppure da quella data gli affamati hanno ripreso lentamente ad aumentare e ai tempi del World Food Summit+5, nel giugno 2002, erano arrivati a 857 milioni.
Da allora l’aumento è stato più rapido. Perfino in America Latina e Caraibi, unico blocco degli impoveriti che fino al 2004 aveva goduto di un trend stabilmente al ribasso, le linee sui diagrammi hanno ripreso a puntare verso l’alto. Geografia attuale della fame, nelle stime del rapporto: 642 milioni in Asia e Pacifico, 265 nell’Africa sub-sahariana, 53 in America Latina e nei Caraibi, 42 milioni nel Vicino Oriente e in Nord Africa, 15 milioni nei paesi sviluppati.
L’altra brutta novità è che negli ultimi anni, per la prima volta dal 1969-71, si è invertita anche la tendenza discendente nel numero relativo di affamati, ossia nella loro proporzione rispetto alla popolazione totale. Certo nel 1969-71 gli affamati erano un terzo dell’umanità, ma nel 2004-2005 erano scesi a poco più del 15%.
Le cause e le vittime
Importante notare che “la fame non è aumentata a causa di raccolti insufficienti ma di prezzi elevati degli alimenti a livello delle famiglie, redditi in diminuzione e disoccupazione in aumento a causa della crisi economica globale” sostiene il rapporto dell’Onu. Non illudiamoci: il caos climatico e la crisi delle risorse energetiche, idriche e minerali, insieme alla crescita demografica e alla perdita di fertilità dei suoli potrebbe in futuro trasformare questa scarsità alimentare relativa al reddito in scarsità assoluta.
Ma per ora, la sottonutrizione è ancora un problema di accesso al cibo e alla nutrizione, un problema di cronica disuguaglianza fra persone e fra regioni, acuito dalla presente crisi economica, che nei paesi impoveriti (in genere definiti “in via di sviluppo”) ha alcune caratteristiche nuove. In primo luogo è planetaria e non circoscritta a uno o più paesi i quali dunque potevano ricorrere a importazioni deprezzando la valuta, ed erano aiutati anche dal flusso di rimesse dei migranti, ora ridottosi con la crisi. Inoltre la crisi economica attuale è iniziata subito dopo la crisi alimentare e dei combustibili del 2006-2008. I prezzi nazionali dei generi alimentari, un po’ diminuiti rispetto al picco del 2008, sono rimasti elevati proprio nei paesi a basso reddito e proprio in riferimenti ai generi essenziali, come cereali e legumi. Un problema di vita o di morte per chi destina larga parte del proprio reddito all’acquisto di cibo, per non dire dei più poveri fra i poveri (in quest’ultima categoria si trovano gli abitanti delle campagne con pochissima terra o niente del tutto e le famiglie, rurali o urbane, dove la madre è sola. Per i poveri le stime indicano che nel 2009 il potere d’acquisto si è ulteriormente deteriorato.
Il terzo fattore nuovo rispetto alle crisi precedenti ha le radici nella totale globalizzazione neoliberista dell’economia (anche se il rapporto non la chiama così...): ormai i paesi in via di sviluppo dal punto di vista finanziario e commerciale sono del tutto integrati nell’economia mondiale e questo li rende più vulnerabili alle fluttuazioni dei mercati. Gli alimenti importati sono ora una componente importante nella dieta in quasi tutti i paesi (un po’ meno in Asia); in undici paesi subsahariani si compra dall’estero oltre la metà dei cereali consumati, e in altri sette fra il 30 e il 50%); ma se si riducono le entrate nazionali, non ci sarà potere d’acquisto sui mercati esteri. Come sostengono da tempo le organizzazioni contadine, per aiutare sia il reddito dei produttori sia il potere d’acquisto dei consumatori deboli occorrerebbe sostenere al massimo la produzione nazionale e insieme la convergenza fra prezzi al produttore e prezzi al consumatore, ora spesso abissalmente distanti.
Intervengono poi altri fattori come l’estrema instabilità e le guerre: fra i paesi più vulnerabili rispetto alla crisi attuale, il Sistema mondiale di informazione e allerta sull’alimentazione e l’agricoltura della Fao (Smia) ha posto Somalia, Afghanistan, Etiopia, Iraq, Eritrea, Sudan, Haiti, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Liberia, Angola, Mongolia, Corea del Nord, Uganda, Tajikistan e Georgia.
Il rapporto Sofi 2009 illustra come, in cinque paesi, i governi e le famiglie reagiscano alla crisi economica e (dunque) alimentare. In Nicaragua il governo distribuisce alimenti nelle scuole, apre negozi a prezzi calmierati, e le famiglie si dedicano al piccolo commercio, emigrano o tornano in campagna, raccolgono legna, vendo beni o bestiame, mangiano alimenti meno costosi. In Bangladesh il governo aumenta i programmi di distribuzione di alimenti e le sovvenzioni sul riso come le esenzioni fiscali, le famiglie chiedono prestiti a vario titolo, mangiano meno, scelgono cibi a basso costo magari di qualità inferiore, spendono meno per la salute. In Zambia il governo spende di più nella sanità, educazione e agricoltura, le famiglie tornano all’agricoltura, ricorrono alla famiglia allargata, mangiano meno e spendono meno in istruzione e sanità, si danno al piccolo commercio, o..al furto e alla prostituzione! In Ghana il governo nutre gli scolari, dà corse di studio, punta sull’occupazione giovanile, le famiglie su lavori temporanei, diversificazione colturale, migrazione, vendita di bestiame, rinuncia agli alimenti non strettamente necessari. In Armenia il governo costruisce infrastrutture (?), sovenziona le piccole e medie imprese, crea zone economiche libere (?), aumenta il salario minimo, le famiglie creano piccole imprese, chiedono prestiti, vanno meno dal medico e passano dal grano alle patate.
Si troveranno risorse per la sicurezza alimentare?
L’aumento del numero delle persone che soffrono la fame sia durante i periodi di bassi prezzi e relativa prosperità economica che nei periodi di prezzi alti e recessione dimostra che manca una governance globale della sicurezza alimentare. I leader che hanno pompato ingentissime risorse nella crisi finanziaria, lo faranno per combattere fame e povertà, si chiede il rapporto? I mezzi tecnici ed economici per farla finita con la povertà ci sono, ma la volontà politica sembra mancare.
Eppure il (doveroso) sostegno all’agricoltura, ai produttori di cibo e ai “beni pubblici” nel mondo rurale è una delle chiavi per ridurre la povertà (un fenomeno tuttora prevalentemente rurale) e assicurare il diritto all’alimentazione nei paesi meno avanzati. Con un apparente paradosso, gli investimenti pubblici in agricoltura e nel mondo rurale rispetto al Pil agricolo sono molto più bassi nei paesi prevalentemente agricoli (il solo 4%). la richiesta pressante è aumentare a tutti i livelli il denaro per l’agricoltura, sia privato (i rischi del quale – soprattutto se internazionale, magari nella forma di land grabbing - non sono tuttavia evidenziati...) sia pubblico. I governi dei paesi in situazione di crisi alimentare “necessitano di strumenti economici e politici per garantire che i loro settori agricoli siano più produttivi e resistenti alla crisi e che i piccoli contadini abbiano accesso agli strumenti produttivi” ha sottolineato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf.
La Fao e il Pam continuano a sostenere l’approccio del “doppio binario” per far fronte, nel breve periodo alle situazioni di fame acuta provocata dall’improvvisa scarsità di alimenti e nel lungo periodo alla fame cronica sintomatica di situazioni di povertà estrema. Le reti di sicurezza e i programmi sociali sono fondamentali per le persone che soffrono di insicurezza alimentare, affinché migliori il loro accesso anche al cibo; peccato che proprio nelle crisi la spesa pubblica si contragga.
Un caso interessante di reti di sicurezza è l’Etiopia, una specie di emblema della fame. Il Programma di rete di sicurezza produttiva più importante di tutta l’Africa copre ora sette milioni di abitanti che ricevono denaro o alimenti per sei mesi all’anno, in cambio di lavori collettivi. Buoni i risultati in termini di nutrizione dei destinatari. Il problema è che il denaro non basta per tutti gli affamati.
°°°Leggi anche un commento di ActionAid sul rapporto Fao e scarica il rapporto sull'attività dei governi (pdf, in inglese)
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Vivo e lavoro in Africa da piu di venti anni (cooperazione!!??), e credo valga la pena iniziare e prendere in considerazione la stretta relazione tra le politiche dei paesi africani e dell'uso che fanno del budgrt support, con il livello di nutrizione delle popolazioni rurali. Sulla ostinazione delle popolazioni rurali africane a restare nei luoghi dei loro defunti, a prescindere dalle capacita produttive disponibili, varrebbe la pena di aprire un altro discorso. 15-10-2009 15:12 - selavy
Io mi faccio una domanda, perchè la chiesa è capace slo di pregare e/o di chidere aiuti ai cittadini, invece di vendere tutto quell' oro che hanno, per poter sfamare milioni di persone(specialmente bambini)e far si che i popoli possano iniziare a produrre il loro fabisogno? 15-10-2009 00:26 - Mario